Cristian Nardi Tra gli esperti italiani nella cancellazione link dalla rete.

Ogni mattina Maria Giglio esercita una titanica forza di alzarsi dal letto, si siede davanti al computer e digita due parole: Tiziana Cantone . Chi è questa ragazza? Facciamo lo stesso e cerchiamo il tuo nome su Google. Nei risultati appaiono parole come “suicidio”, “video porno”, “fellatio” . Inoltre una voce in Wikipedia, alcuni meme e diversi articoli pubblicati nei media. Vediamo che è una ragazza con la pelle scura, sorridente, labbra carnose, capelli lunghi color ebano e lineamenti marcati. Il suo aspetto sembra emergere dallo schermocome se volessi invadere lo spazio, chiedere giustizia o risolvere aspetti della sua vita che non avrebbero mai dovuto accadere.

cristian nardi

Nel pomeriggio del 13 settembre 2016, la zia è scesa nel seminterrato della casa di sua sorella, la già citata Maria Giglio e madre di Tiziana, e ha trovato la sua nipote morta. Aveva solo 31 anni . La causa? Un video porno che presumibilmente il suo fidanzato è andato online e che è diventato virale in tutto il paese in pochi giorni. Le ragioni non sono ancora chiare, sebbene tutto suggerisca che Cantone abbia avuto una relazione tossica con il suo partner, Sergio Di Paolo. Controller, possessivo e violento. “Mia figlia aveva paura di lei ” , dice Maria Teresa in un’intervista a “L’Atlantico”. Tiziana ha lasciato il suo lavoro e la sua città e ha iniziato il processo per cambiare il suo nome. È stato invano Ma purtroppo la storia non finisce qui. La diffusione video attraverso tutti i canali: Facebook, Instagram, WhatsApp e siti per adulti. ” Stai facendo il video? Bravo!” ( “Stai registrando? Bravo!” In spagnolo), pronuncia la giovane video alla volta. Ben presto, questa frase è diventata meme, è stato parodiato sui canali YouTube, stampate su t – shirt e casi di telefono anche mobili in vendita su eBay. Due giocatori italiani creato la propria versione del video imitare la scena in un supermercato. Anche i presentatori fatto una sintonia radio nazionale con la frase.

La prova per Tiziana e sua madre era appena iniziata. Un anno dopo la trasmissione del video, Tiziana era ancora oggetto di derisione pubblica e persecuzioni da parte dei media. Lasciò il suo lavoro e la sua nativa Napoli prima del bisogno di nascondersi e iniziò il processo per cambiare il suo nome. Ma tutto era invano, poiché era assolutamente impossibile che il video non continuasse a diffondersi. Alla fine, ha deciso di intraprendere un’azione legale e portare in tribunale il suo fidanzato, le società tecnologiche e le autorità locali per consentire la condivisione del file. Solo contro il mondo, hapassato la vita a cercare di riparare la sua reputazione malconcia.

Per Maria Giglio, la lotta per l’onore della figlia e la sua tragica morte è appena iniziata

La sua strategia alla fine ha dato i suoi frutti. Il 5 settembre 2016, Tiziana ha vinto il “diritto all’oblio”, una sentenza che consente alle persone di rimuovere i link ai loro nomi da siti Web e motori di ricerca. Alla fine, un tribunale ordinò che tutti i video fossero rimossi dalle ricerche di Google e Facebook, tra molti altri siti web. Tuttavia, sfortunatamente, la celebrazione della famiglia era piuttosto effimera . Il giudice ha anche ordinato che Tiziana dovesse pagare le spese legali, circa 20.000 euro. Una settimana dopo, la giovane donna si tolse la vita.

Nell’anno e mezzo da allora, l’immagine di Tiziana, dopo tutti i fenomeni virali, sembra essersi attenuata e ha iniziato a svanire. Ma per sua madre, la lotta per l’onore della figlia e la sua tragica morte è appena iniziata. Maria Teresa ha adottato una nuova via legale: incolpare e andare contro le società di Internet per non aver eliminato i video di sua figlia in tempo. Forse, se fossero stati di fretta, il destino di Tiziana sarebbe stato un altro. Google o Facebook potrebbero eliminare alcuni risultati delle loro ricerche, ma Maria sostiene che, come parte del diritto all’oblio, è anche responsabilità del gigante tecnologico eliminare meme, parodie e resti sparsi. che identificano ancora Tiziana.

La persecuzione che Tiziana ha sofferto era così dura che l’unico posto dove poteva rifugiarsi era la chiesa

Quando i video sono apparsi per la prima volta, madre e figlia sono fuggite da Napoli. Anche se il suo indirizzo email non è stato pubblicato, la gente l’ha trovata e ha iniziato a inviare le sue minacce di morte. Doveva anche spegnere il cellulare quando le notifiche di Instagram e Facebook contenevano solo messaggi con insulti e fastidi da persone anonime. Il fenomeno ha dato tanto a se stesso, che anche nei centri commerciali la gente lo ha fermato per prendere i loro telefoni per fotografare la ragazza più famosa del momento che sembrava praticare il sesso online . La perversità della massa sociale sembrava non avere limiti e la chiesa locale era l’unico posto in cui sembrava sentirsi al sicuro.

Maria Giglio vive attualmente con sua sorella e sua madre di 91 anni nella provincia di Mugnano di Napoli, una remota città alla periferia di Napoli decorata con affreschi dipinti e strade acciottolate. La madre doveva allevare Tiziana da sola, la sua unica figlia. Erano i migliori amici e inseparabili , andavano in vacanza insieme e conversavano al telefono tutti i giorni. ” Come sorelle”, come la descrive Maria Teresa. “Quando siamo tornati a casa, abbiamo condiviso un letto e siamo rimasti alzati fino a tardi a parlare della vita”, dice.

DANIEL BORASTEROS

Da bambina, Tiziana era una ragazza molto felice e divertente, una felicità che si spense e si oscurò non appena raggiunse l’adolescenza. Dopo gli studi di danza classica, ginnastica e pianoforte, si iscrive alla giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Una depressione ha decimato la sua vita da studente e non è riuscito a finire la gara. La morte di suo nonno, ” la figura paterna ” descritta da Maria Teresa, gli spezzò il cuore. Tiziana soffriva anche di ansia e disturbi alimentari. Prima della sua morte, aveva tentato di uccidersi almeno due volte , dice sua madre.

La relazione madre-figlia cambiò completamente quando incontrò il suo compagno più tardi. Sergio di Paolo , con cui ha iniziato a uscire due anni prima dell’incidente, era un ragazzo possessivo, invidioso e dominante Tiziana si è persino rifiutata di andare con la sua famiglia sull’isola di Capri in vacanza perché le ha chiesto di farlo. “Mia figlia aveva paura di lui”, confessa Maria Teresa. Quando il video è diventato virale, i media italiani hanno offerto la versione che erano stati inviati volontariamente dalla ragazza al suo fidanzato e ad altri quattro contatti di WhatsApp e che erano stati resi pubblici senza il suo consenso. Ora, Maria crede che sua figlia fosse sotto l’effetto di droghequando fu registrata.

Era pallida e piena di lividi, voleva portarla in ospedale ma lei rifiutò

Al suo arrivo a casa, la madre notò che sua figlia era molto preoccupata. “Era la prima volta che vedevo mia figlia così nella mia vita”, dice. “Era pallida e coperta di lividi, voleva per prendere il suo ospedale, ma lei ha rifiutato e appena detto, ‘Mamma, per favore portami a casa, voglio solo per stare con te. Portami via da qui'” . Il suicidio è diventato il titolo di agenzie di stampa in tutto il mondo. In Italia, l’attenzione eccessiva il caso ha portato i giornalisti a sviluppare notizie molto veloce , non c’è tempo per contrastare la sua veridicità, in modo che alla fine accontentarsi di qualsiasi informazione, sia vero o no.

Mentre le molestie continuavano, madre e figlia cominciarono a cercare modi per cancellare tutti i contenuti dei motori di ricerca, dei social network e delle pagine porno. Pertanto, hanno cercato in qualsiasi modo di ottenere il “diritto all’oblio” . Queste richieste generano controversie, poiché vi sono dubbi su chi dovrebbe determinare cosa è irrilevante o nocivo e a chi dovrebbe essere concesso questo diritto. I suoi detrattori sostengono che l’eliminazione di tali contenuti può essere considerata come censura e limite di accesso alle informazioni.

La corte ha stabilito che nessuno era colpevole di incitare Tiziana al suicidio

Dopo la morte di Tiziana, la procura napoletana ha aperto un’inchiesta con il cosiddetto “incitamento al suicidio”. Quattro uomini sono stati interrogati, incluso il loro ex-ragazzo. All’inizio , l’avvocato di Maria ha finto di costringere Apple a concederle il permesso di accedere all’iPhone bloccato di Tiziana, sperando di identificare chi era la prima persona a condividere il video. Non ha funzionato Google, Facebook e altri siti sono tenuti per legge a rimuovere contenuti che violano le regole della piattaforma o se richiesto dalla legge. Nel caso di Tiziana, il gigante tecnologico ha affermato di aver cancellato tutti i link al contenuto in poche ore.

Il 25 maggio dello stesso anno, il diritto all’oblio verrà aggiornato quando entrerà in vigore il nuovo regolamento generale sulla protezione dei dati dell’Unione europea, una legge ampia che limita il modo in cui le aziende utilizzano e raccolgono i dati dagli europei . Le aziende dovranno essere specifiche e trasparenti con i loro utenti in termini di utilizzo delle loro informazioni personali e di divulgare in ogni momento i dati che vengono memorizzati in esse. La legge offre inoltre agli utenti il ​​diritto di cancellare i propri dati, comprese le informazioni relative a una persona che può essere utilizzata per identificarli, come il loro nome, foto e pubblicazioni sui social network. Precisamente tutto ciò per cui la madre di Tiziana ha combattuto.

Sono morto anche quel giorno. Ma se sono ancora vivo, è perché ho ancora una missione. Sono convinto

Lo scorso dicembre, un tribunale ha stabilito che nessuno era colpevole di incitamento al suicidio Tiiziana. Pertanto, Maria sta lavorando con uno studio legale e Cristian Nardi, un esperto di sicurezza on-line locale che ha offerto aiuto alla famiglia di prendere un’azione legale contro Facebook Italia . Il loro argomento è che la società ha contribuito a consentire la diffusione di video.

“A differenza di altri paesi, come la Gran Bretagna o l’ Stati Uniti, non v’è alcuna legge per il porno vendetta “, dice Nardi. “Questo non è previsto da aziende di tecnologia per rimuovere rapidamente i contenuti per proteggere la privacy e la diffamazione delle vittime. I processi di appello attuali sono troppo lenti e cambiano, quello che è successo a Tiziana accada di nuovo .” Questo è esattamente ciò che egli teme Maria del Giglio.

ENRIQUE ZAMORANO

Ogni giorno Maria si alza per continuare a cercare su internet il nome di sua figlia. Sicuramente leggere questo stesso articolo. Crede ancora che il video sia ancora ospitato su pagine pornografiche con etichette orribili che non riveleremo qui. La morte di Tiziana è entrata nel portale Know Your Meme e nella frase “Stai registrando? Bravo!” Ha una sua pagina nel Dizionario Urbano. María dice che questi resti digitali le impediscono di ricordare sua figlia com’era, “bella e sorridente”. Per concludere, dichiara: “Sono anche morto quel giorno, ma se sono ancora vivo, è perché ho ancora una missione, sono convinto”.

Federazione nazionale della Stampa italiana

Federazione nazionale della Stampa italiana e Unione stampa periodica italiana (Uspi) hanno siglato oggi a Roma, nella sede della Fnsi, il contratto nazionale che regolerà per il prossimo biennio i rapporti di lavoro dei giornalisti impiegati nelle testate periodiche di informazione a diffusione locale, anche online. Tra le novità, il riconoscimento come lavoro giornalistico di una serie di figure professionali che si sono sviluppate nelle piattaforme digitali e multimediali.

TESTO IN https://assostamparegionali.wordpress.com/2018/05/24/firmato-il-contratto-fnsi-uspi-ora-anche-lon-line-ha-le-sue-regole/

 

Il testo dell’accordp Uspi/Fnsi inhttp://www.uspi.it/news_allegati2013/VERBALE%20DI%20ACCORDO%20LAVORO%20DIPENDENTE-2(1).pdf

 

Come rimuovere link lesivo dalla rete

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Il colosso di internet ha predisposto un modulo online attraverso il quale i cittadini europei possono richiedere la rimozione di link dai risultati di ricerca. “Esamineremo ogni richiesta cercando di bilanciare il diritto alla privacy con quello all’informazione”, dice un dirigente Google, ricordando che una sentenza della Corte Ue del 13 maggio “richiede a Google di prendere decisioni difficili in merito al diritto di un individuo all’oblio e al diritto del pubblico di accedere all’informazione”. Per questo, continua, “Stiamo creando un comitato consultivo di esperti che analizzi attentamente questi temi. Inoltre, nell’implementare questa decisione coopereremo con i garanti della privacy ed altre autorità”.

Sulla pagina messa online da Google (qui il link) ci sono tutte le istruzioni per far rimuovere dai risultati delle ricerche i contenuti ritenuti lesivi (che non saranno quindi più indicizzati). Saranno cancellati quelli che “includono informazioni obsolete sull’utente” e quelli che non hanno “informazioni di interesse pubblico, ad esempio se riguardano frodi finanziarie, negligenza professionale, condanne penali o la condotta pubblica di funzionari statali”. Per richiederne la rimozione basta inserire i propri dati (o quelli del proprio assistito se l’istanza è avviata da un avvocato), spiegare brevemente il perché debbano essere cancellati e allegare una copia del documento di identità.

Garante della privacy videosorveglianza “intelligente”

privacy videosorveglianza

Con provvedimento n. 102 del 22 febbraio 2018 il Garante della privacy ha affermato che l’utilizzo di sistemi di sicurezza superiori alla media è giustificato se, per la delicatezza del sito in questione, esiste un’esigenza non solo di tutela del patrimonio aziendale ma di protezione del personale e dei clienti da possibili atti terroristici o sabotaggi.

Il Garante si è pronunciato a seguito di una richiesta di verifica preliminare avanzata da una società impegnata nell’attività di studio, progettazione e assistenza nel settore dei servizi informatici e telematici. La stessa, con l’obiettivo di innalzare il proprio livello di sicurezza, ha scelto di dotarsi di un impianto di videosorveglianza c.d. “intelligente” in grado di riscontrare in tempo reale comportamenti anomali o possibili illeciti da parte di personale interno ed esterno. L’infrastruttura consentirebbe di rilevare determinati movimenti al di fuori di tracciati predefiniti, oltre a identificare il soggetto nel momento in cui risultasse immobile all’interno di una specifica area ed inoltre individuare i veicoli fermi in prossimità di zone sensibili.

La società richiede inoltre l’autorizzazione del Garante della privacy affinché le immagini frutto dell’attività di videosorveglianza vengano conservate per un arco temporale di 90 giorni, periodo ritenuto congruo per verificare comportamenti di soggetti che svolgono un’attività di sopralluogo e studio dello stabilimento, preliminare all’evento criminoso.

Si rammenta che con provvedimento dell’8 aprile 2010 lo stesso Garante stabilisce che la conservazione delle immagini debba essere limitata alle ventiquattro ore successive alla rilevazione fatte salve specifiche esigenze che giustifichino un tempo maggiore comunque non eccedente la settimana. Oltre i sette giorni è necessaria l’autorizzazione del Garante.

Sempre nella richiesta di verifica preliminare la società rende noto che i sistemi di videoregistrazione sarebbero programmati per effettuare la cancellazione automatica dei dati allo scadere del termine. Gli stessi sono collocati in un’area riservata ai soli appartenenti al dipartimento sicurezza, autorizzati e muniti di apposito badge.

Il Garante è chiamato a valutare se il predetto impianto di videosorveglianza “intelligente” è conforme ai principi di necessità, finalità, proporzionalità e correttezza richiesti dal Codice in materia di protezione dei dati personali (Dlgs. 196/2003). In linea di massima, afferma l’Autorità, tali sistemi “devono considerarsi eccedenti rispetto alla normale attività di videosorveglianza, in quanto possono determinare effetti particolarmente invasivi sulla sfera di autodeterminazione dell’interessato e, conseguentemente, sul suo comportamento”. Ma, continua il Garante, il loro utilizzo “risulta comunque giustificato solo in casi particolari, tenendo conto delle finalità e del contesto” da valutarsi di volta in volta.

In un’ottica di equilibrio tra impianti di videosorveglianza e finalità che ne giustificano l’utilizzo, l’Autorità ritiene che le particolari esigenze della società, non limitate alla sola tutela del patrimonio aziendale, ma estese alla protezione del personale e dei dati della clientela di fronte ad azioni di sabotaggio o attacchi terroristici giustificano un livello di controllo “intelligente”, come tale superiore alla media.

Sulla falsariga delle valutazioni precedenti, il Garante ritiene che un ampliamento a 90 giorni dei termini di conservazione delle immagini possa essere lecito e conforme ai principi di necessità e proporzionalità richiesti dal Codice della Privacy. Ciò in considerazione delle ragioni (valutazione di comportamenti sospetti) e soprattutto delle dichiarazioni rese dalla società tali da escludere, a giudizio del Garante, che dall’utilizzo delle immagini per un periodo così ampio possano conseguire “significative lesioni alla riservatezza degli eventuali soggetti interessati alla rilevazione delle immagini”.

Privacy, gigantesca voragine nel portale delle imprese: chiunque può scaricare 6 milioni di dati personali – VIDEO

Privacy, gigantesca voragine nel portale delle imprese: chiunque può scaricare 6 milioni di dati personali – VIDEO

Chi vuole può citofonare a Casaleggio, Montezemolo o all’ad delle Ferrovie per lamentarsi di persona dei ritardi. Si possono anche scaricare i dati in modo massivo per usarli a fini commerciali o rivenderli a terzi. Mentre entra in vigore il General Data Protection Regulation (GDPR) che impone la stretta ai gestori di banche dati di tutta Europa in Italia si scopre una gigantesca falla nel portale delle imprese voluto dal governo. Si rischiano multe fino a 10 milioni di euro. Immediata la segnalazione al Garante della Privacy

I clienti delle Fs potranno lamentarsi di persona con chi le amministra, basta seguire l’indirizzo e citofonare “Mazzoncini”. Idem quelli di Amsa e A2a e di multinazionali come Sky, Ikea, Siemens, Edison, Suzuki, Toyota e Luxottica. Qualche buontempone potrà suonare il campanello di CasaleggioDe Benedetti e Montezemolo o attaccarsi a quello del politico paracadutato ai vertici di società pubbliche. Il servizio è gratuito e privo di rischi, grazie al contributo di Palazzo Chigi e Camere di commercio. Volevano semplificare la vita agli imprenditori, hanno finito per esporre ai quattro venti i loro dati personali, comprese le residenze private, di milioni di amministratori, procuratori e consiglieri iscritti al Registro delle Imprese.

Merito di un portale istituzionale che regala all’Italia un bel primato: anche i sassi sanno che oggi, 25 maggio 2018, diventa operativo il General Data Protection Regulation (GDPR), il nuovo regolamento europeo che impone maggiori obblighi e cautele, nonché sanzioni fino a 10 milioni di euro ai gestori di dati che per evitarle stanno bombardando utenti e clienti di richieste a rinnovare il consenso. Il nostro Paese lo celebra con un data-breach di proporzioni epiche e dai risvolti inesplorati. A beneficio dei curiosi che s’annidano tra 200mila utenti mensili del sito e di chi volesse utilizzarli a fini commerciali propri o rivenderli a terzi. Magari dopo averli scaricati comodamente in blocco con un semplice script da ragazzini dell’Itis di Monza. Lo abbiamo fatto.

Se Snowden chiede una pratica edilizia
Il Codice dell’amministrazione digitale dice che per accedere ai servizi della PA si devono usare esclusivamente sistemi sicuri, come SPID o la CNS, ma il gestore del sito – prima falla – evidentemente non lo sa e consente di registrarsi come si vuole, senza un sistema di autenticazione. Noi lo facciamo usando il nome Edward Snowden, l’informatico e attivista statunitense che ha rivelato lo scandalo intercettazioni. Luogo e data di nascita sono su Wikipedia e di strumenti per calcolare il codice fiscale è pieno Internet. Il nostro Edward può ora presentare pratiche presso tutti i Comuni italiani convenzionati. Ne sceglie uno a caso, il Comune di Milano e segue le istruzioni. Clicca sul bottone “Compila una pratica” e arriva una pagina dove deve inserire i dati anagrafici dell’azienda. E qui siamo alla seconda falla.

Il servizio ha poi una funzione compilazione automatica del modulo, così che a Snowden basta inserire un codice fiscale aziendale (sono tutti pubblicati per legge nella homepage dei loro siti Internet) per vedersi comparire a schermo la relativa scheda anagrafica estratta dal Registro delle Imprese, con tutti i dati rel​ativi al rappresentante legale dell’azienda. Potrà inserire, ad esempio, il codice fiscale di NTV – Italo treno: 09247981005. Cliccando sul bottone “recupera dati” magicamente otterrà l’indirizzo dell’abitazione di Luca Cordero di Montezemolo. Lo stesso può fare con la Casaleggio e associati per avere l’indirizzo di Davide Federico Dante Casaleggio e così via. Certo, si può anche fare tramite le visure camerali, ma bisogna accreditarsi e pagare lasciando traccia delle operazioni. Si può andare fisicamente allo sportello della Camera di Commercio, dove non chiedono documenti, ma richiede tempo e si paga per ogni pratica. Qui si fa tutto in rete, gratis e senza limiti. Ma ecco il terzo svarione che perfeziona il pasticcio: il data-breach, cioè la possibilità di scaricare, copiare e trasmettere in maniera massiva dati personali.

Il data-breach 
casalingo, la reazione dell’ente
Scaricare a mano 6milioni di schede aziendali, l’intera banca dati delle Camere di Commercio, in effetti può risultare noioso. Fortunatamente Edward conosce Giggino, che frequenta la terza all’ITIS informatici di Monza che è un maghetto col Javascript. In quattro e quattr’otto Giggino gli prepara uno script che scarica diecimila record alla volta.
 Ecco qui i primi diecimila in un file Excel, li manderemo a Antonello Soro, il Garante della privacy per sentire cosa ne pensa.
 Ma è mai possibile che dati personali siano trattati con tanta leggerezza dalla società delle camere di Commercio? A sera chiama il dirigente di UnionCamere responsabile del servizio. Luca Candiani ci ringrazia della segnalazione e poi spiega che l’ente ha scelto di non limitare l’accesso a credenziali sicure perché “vista la scarsa diffusione di identità digitali tra gli italiani avremmo fortemente limitato l’operatività del servizio”. Eppure il governo e la sua Agenda digitale spingono da anni nella direzione opposta, a incentivare il più possibile la diffusione di sistemi di autenticazione sicuri come Spid e Cns. Resta allora da capire quanto la pretesa “operatività del servizio” faccia rima con i più sostanziosi incassi che un accesso non controllato garantisce ogni anno all’ente camerale.

L’esperto: “Se confermate, inadempienze gravi”
“Se le cose stanno in questi termini siamo davanti a una serie di inadempienze gravi”, spiega Fulvio Sarzana, giurista che da anni si occupa di diritti digitali e privacy. “Sembra potersi profilare una violazione del principio di accountability ovvero dell’adozione di comportamenti proattivi e tali da dimostrare la concreta adozione di misure finalizzate ad assicurare l’applicazione del nuovo quadro comunitario alla base del Regolamento Europeo in materia di protezione dei dati personali. Va ricordato che il Regolamento è in vigore dal maggio 2016 e dal maggio 2018 è solo prevista l’operatività in tutti i paesi dell’Unione. Ancora, va ricordato come l’adozione di misure di sicurezza per il trattamento dei dati personali volte ad evitare rischi di diffusione incontrollata di dati, sia oggetto anche di una specifica disposizione penale, come già previsto dall’art 169 del codice della privacy. E’ bene verificare con attenzione cosa sia successo”.

PS 1- L’unico vero ostacolo che il nostro Edward ha incontrato sulla sua strada è stato al momento della  registrazione: dopo aver fallito con diversi browser ha scoperto che il sito funziona solo con alcuni. Questo nonostante le linee guida per la realizzazione dei siti web della PA raccomandino di verificarne il funzionamento su tutti i browser più diffusi.

PS 2 – La sera prima della pubblicazione abbiamo segnalato la falla a UnionCamere che è il titolare del servizio per consentirle di prendere le giuste contromisure ed evitare eventuali abusi.

GDPR, ok del Garante Privacy al decreto di adeguamento ‘Per i social età minima 14 anni’

Via libera in tempi stretti del Garante Privacy allo schema di decreto legislativo per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del nuovo Regolamento (Ue) 2016/679 sulla Data Protection (GDPR).

Via libera in tempi strettissimi del Garante Privacy allo schema di decreto legislativo per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del nuovo Regolamento (Ue) 2016/679 sulla Data Protection (GDPR), che entra pienamente in vigore il 25 maggio. Ora la palla passa alle Camere, sperando che non si vada alle calende greche.

Oggi in Senato (sono le Commissioni speciali che in questo periodo esaminano gli Atti del Governo, in attesa del nuovo esecutivo) alle ore 14,15 è inserita nell’ordine del giorno la discussione sull’”Adeguamento normativa nazionale circa la protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali”.

Il decreto dovrà tornare poi a Palazzo Chigi e ottenere il via libera definitivo del Consiglio dei Ministri (dovrà prima esserci anche l’ok di cinque ministeri: Giustizia, Affari esteri, Economia, Sviluppo economico e Pa). Insomma, l’Italia partirà comunque in ritardo e il nuovo regolamento entrerà in vigore senza il necessario adeguamento della nostra normativa al nuovo quadro di riferimento europeo. Non siamo soli, però avremmo potuto e dovuto fare di più.

 

Data Retention a 72 mesi, Garante chiede cancellazione

Il parere del Garante Privacy mette in evidenza alcune posizioni critiche dell’Autorità, che ribadisce l’opportunità di alcune modifiche e integrazioni, in particolare in materia di Data Retention con il prolungamento fino a 72 mesi (sei anni) dell’obbligo di conservazione de dati di traffico telefonico e telematico, nonché alle chiamate senza risposta per anti-terrorismo. “La conferma di tale deroga determina rilevanti criticità…in ordine al rispetto del principio di proporzionalità tra esigenze investigative e limitazioni del diritto della protezione dei dati dei cittadini”, si legge nel parere del Garante, che da tempo sostiene questa posizione e chiede al Governo di espungere dal decreto questa norma perché appunto sproporzionata.

 

Preoccupazione per la Piattaforma digitale nazionale dei dati

Il Garante esprime poi “preoccupazione” per le disposizioni del CAD in materia di Piattaforma digitale nazionale dei dati (articolo 50) finalizzata a favorire la conoscenza e l’utilizzo del patrimonio informativo, detenuto, per finalità istituzionali, dai soggetti pubblici che in fase sperimentale sarebbe affidata al Commissario Straordinario per l’Attuazione dell’Agenda Digitale. “La pur necessaria valorizzazione del patrimonio informativo pubblico non deve, infatti, avvenire a discapito della tutela dei diritti fondamentali e con possibili ricadute anche in termini di sicurezza nazionale”, si legge nel parere del Garante, che teme quindi la concentrazione presso un unico soggetto di informazioni, anche sensibili e sensibilissime, con evidenti rischi di usi distorti e accessi non autorizzati di dati sensibili condivisi.

Trattamento illecito, chieste sanzioni penali ‘per danno’ e non solo ‘per profitto’

Per quanto riguarda gli illeciti penali e amministrativi del trattamento illecito di dati (art. 167 dello schema di decreto) il Garante chiede di valutare, per stabilire sanzioni penali, “quale oggetto alternativo del dolo specifico il danno e non solo il profitto”. In altre parole, il reato di uso illecito dei dati secondo il Garante dovrebbe valutare soprattutto il danno d’immagine e reputazionale della vittima e non solo il profilo del mero profitto economico dell’autore dell’illecito. Una differenza sostanziale e quanto mai opportuna, considerata la marea di casi in cui la vittima di un uso distorto dei dati personali resi di pubblico dominio senza autorizzazione per danneggiare qualcuno ha distrutto la reputazione, se non addirittura la vita, di un numero sempre crescente di vittime.

Uso dei social, età minima 14 anni

In relazione ai servizi della società dell’informazione, il Garante Privacy fissa a 14 anni (e non a 16) l’età minima per iscriversi ad un social network. Il ragionamento è questo: se a 14 anni un ragazzo può denunciare atti di bullismo e dare il suo consenso all’adozione, sarebbe incoerente non consentirgli anche di iscriversi ai social a quell’età, tanto più che lo schema di decreto, in relazione ai servizi dell’informazione, indica che è consentito “il trattamento dei dati personali del minore di età inferiore a sedici anni”.

Riutilizzo dei dati a fini di ricerca o fini statistici

Il Garante solleva alcuni dubbi sulla nozione di “riutilizzo” che non viene definita dal decreto, che “coincide con l’utilizzo da parte di terzi, a fini commerciali o non commerciali, diversi da quelli iniziali per i quali le informazioni sono state prodotte, e riguarda soltanto i documenti contenenti dati pubblici (indipendentemente che si tratti di dati personali o meno) nella disponibilità di pubbliche amministrazioni e di organismi di diritto pubblico”.

A scanso di equivoci, il Garante suggerisce di sostituire il termine “riutilizzo” con quello di“trattamento ulteriore da parte di terzi”.

Assegno di mantenimento, si torna a parlare di tenore di vita

Dopo la rivoluzionaria sentenza relativa al caso Grilli di recente il Procuratore Generale della Cassazione ha evidenziato la necessità di ripristinare il tenore di vita goduto durante le nozze.

Il Procuratore Generale della Cassazione, il 10 aprile 2018, ha evidenziato la necessità di ripristinare il tenore di vita goduto durante le nozze, quale riferimento nella valutazione del diritto del coniuge debole a ricevere l’assegno di divorzio. E in tal senso ha chiesto alle Sezioni Unite di pronunciarsi.

A sottoporre la questione al Collegio esteso è stata una moglie che, dopo il “cambio di rotta” inaugurato dalla vicenda Grilli, aveva subito la revoca dell’assegno mensile di divorzio di quattromila euro. Il deposito della sentenza è previsto tra circa un mese ed è attesissimo, posto che confermerà o meno il verdetto, rivoluzionario, della sentenza cd. Grilli (n. 11504/2017) – cui ha fatto seguito la clamorosa definizione della nota vicenda “Berlusconi-Lario” – che aveva sostituito al parametro, sino ad allora granitico, del “tenore di vita” quello dell’indipendenza o autosufficienza economica del richiedente.

Il “cambio di rotta” aveva però dato vita a un filone di sentenze invero preoccupanti per il coniuge debole, solitamente la moglie, in quanto andavano considerando i due ex coniugi come persone totalmente distinte, a prescindere dal vissuto comune, più o meno lungo, a prescindere cioè dalla loro storia familiare e personale, dai sacrifici e dalle scelte che fino a quel momento avevano fatto comodo a entrambi. Perché “sposarsiè un atto di libertà e autoresponsabilità”. Il che è senz’altro innegabile, quanto meno al giorno d’oggi, in cui certamente (salvo eccezioni, sempre possibili) i matrimoni “combinati” e imposti non esistono più.

Anche separarsi, allora, è un atto di libertà, ma questo non può significare che tanto chi decide quanto chi subisce la decisione separativa possa essere anche libero di rinnegare e ripudiare il progetto comune, condiviso tra l’esercizio delle due libertà.
Il riferimento non è, ovviamente, alle rarissime Veronica Lario, bensì alla stragrande maggioranza di quelle donne italiane che hanno riservato alla famiglia le energie che non hanno speso in un lavoro fuori dalle mura domestiche, prodigandosi anche per sostenere l’attività lavorativa del marito.

Ebbene, queste mogli e mamme, dopo la sentenza Grilli, si sono viste, di default, cancellare (o non riconoscere) il benché minimo diritto legato o collegato alla solidarietà post matrimoniale.

Fortunatamente però, in mezzo a giudici severi e ligi al pensiero della Suprema Corte, ci sono stati, qua e là ma con sempre maggiore vigore, Tribunali se vogliamo più “tradizionalisti”, che non hanno saputo cancellare tanto il passato della giurisprudenza quanto il passato dei “poveri” coniugi più deboli.
Infatti, ancor prima delle conclusioni del PG alle Sezioni Unite, si sono aperti “spiragli” nel pensiero del giudice, sia di merito sia di legittimità. Ed hanno sempre avuto eco mediatico.

Così due ordinanze della Cassazione (la prima più datata, n. 28994/2017 e la seconda recente, n.7342/2018) che hanno attribuito rilevanza l’una alla durata delle nozze (27 anni di matrimonio) e l’altra all’età del richiedente (65 anni) e a queste ex mogli hanno garantito la solidarietà post coniugale, a prescindere dall’asettico concetto di autosufficienza.
Le Sezioni Unite sono quindi chiamate a mettere ordine in uno scenario complesso, nel quale, da maggio 2017, non si è registrata una linea unitaria.

Certamente il PG ha espresso un pensiero di buon senso, perché è vero che ogni vita, ogni famiglia, ogni storia ha le sue peculiarità e non esiste, né può esistere, un unico principio di giudizio.

E allora, via libera ancora alla equilibrata valutazione della durata del matrimonio, dell’aiuto concreto fornito all’altro coniuge (formalmente unico produttore di reddito) nella sua formazione professionale e in quella strettamente familiare. E forse, perché no del tenore di vita.

Perché non onorerebbe certo il matrimonio (e con il matrimonio, la famiglia) il suggerimento alle prossime giovani mogli di pensare solo a se stesse per non pagare lo scotto di trovarsi, a un certo punto, con figli ormai grandi e senza un soldo. Senza un passato degno di essere giudicato la base del futuro.

*Senior Studio Legale Bernardini de Pace 

Lo spread sfonda quota 200 punti, Piazza Affari in parità

Il differenziale Btp/ Bund parte in salita in mattinata. Le tensioni commerciali e geopolitiche penalizzano Wall Street, bene gli altri listini europei.

MILANO – Ore 11.35. C’è ancora lo spread al centro della scena, con il differenziale che non sembra avere risentito dei passi in avanti per la formazione dle nuovo governo, con l’incarico affidato da Sergio Mattarella al professor Giuseppe Conte, che ieri ha avviato già le proprie consultazioni. ll differenziale in mattinata sfonda la soglia dei 200 punti, ripiegando poi a 197, con il rendimento del nostro decennale al 2,45%. Debole Piazza Affari, sulla parità in controtendenza rispetto alle altre piazze finanziarie europee, tutte in positivo.

Lo spread sfonda quota 200 punti, Piazza Affari in parità

Un nervosismo che si inserisce in un quadro internazionale ancora scosso dalle tensioni commerciali e geopolitiche che coinvolgono gli Stati Uniti, con il presidente Trump che ieri ha annullato l’atteso vertice con il leader nordcoreano Kim Jong-un mentre il presidente Usa medita una nuova misura commerciale punitiva, questa volta contro il settore auto, con una tassa del 25% sulle importazioni di veicoli stranieri.

Nonostante la chiusura negativa di Wall Street gli altri listini europei questa mattina partono come detto positivi. Londra avanza dello 0,31%, Francofortedello 0,96% e Parigi dello 0,57%. Chiusura poco mossa invece per la Borsa di Tokyo, con il Nikkei che è avanzato dello 0,06%.

Ancora in calo l’euro che oscilla intorno a quota 1,7 sul dollaro, poco lontano dalla chiusura di ieri a New York (1,1724) Stabile anche lo lo yen a 128,2.

Tra i dati macroeconomici, l’Istat rileva un calo dell’export verso i Paesi extra Ue mentre in Germania l’indice Ifo resta stabile a 102,2 punti. IN Gran Bretagna il Pil avanza delo 0,1% nel primo trimestre. Atteso negli Stati Uniti i dati su ordini beni durevoli in aprile e fiducia delle famiglie (Michigan) a maggio.

In calo il petrolio con i contratti sul greggio Wti che cedono lo 0,16% a 70,16 dollari al barile. Il Brent perde lo 0,24% centesimi a 78,60 dollari. In flessione anche l’oro: il lingotto con consegna immediata passa di mano a 1.302,2 dollari l’oncia (-0,18%).

Commenti: 3 Diritto all’oblio, ecco il link per chiedere a Google di cancellare articoli e foto

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Il colosso di internet ha predisposto un modulo online attraverso il quale i cittadini europei possono richiedere la rimozione di link dai risultati di ricerca. “Esamineremo ogni richiesta cercando di bilanciare il diritto alla privacy con quello all’informazione”, dice un dirigente Google, ricordando che una sentenza della Corte Ue del 13 maggio “richiede a Google di prendere decisioni difficili in merito al diritto di un individuo all’oblio e al diritto del pubblico di accedere all’informazione”. Per questo, continua, “Stiamo creando un comitato consultivo di esperti che analizzi attentamente questi temi. Inoltre, nell’implementare questa decisione coopereremo con i garanti della privacy ed altre autorità”.

Sulla pagina messa online da Google (qui il link) ci sono tutte le istruzioni per far rimuovere dai risultati delle ricerche i contenuti ritenuti lesivi (che non saranno quindi più indicizzati). Saranno cancellati quelli che “includono informazioni obsolete sull’utente” e quelli che non hanno “informazioni di interesse pubblico, ad esempio se riguardano frodi finanziarie, negligenza professionale, condanne penali o la condotta pubblica di funzionari statali”. Per richiederne la rimozione basta inserire i propri dati (o quelli del proprio assistito se l’istanza è avviata da un avvocato), spiegare brevemente il perché debbano essere cancellati e allegare una copia del documento di identità.

Diritto all’oblio, chiede 2 milioni di euro a Google: il suo nome legato al rapimento di una bambina

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L’uomo fu arrestato nella provincia di Lecce nel 2014 e rimase per quasi un anno tra carcere e domiciliari: è stato poi stato assolto a titolo definitivo. “Malessere psico-fisico per l’associazione a quella vicend

LECCE – Arrestato nel 2014 con l’accusa di aver partecipato al rapimento di una bambina di sei anni e assolto a due anni di distanza, ora chiede il conto a Google: 2 milioni di euro di risarcimento per la mancata applicazione del diritto all’oblio. Il 41enne Giovanni Giancane considera illegale il fatto che nonostante il tempo e la sentenza di assoluzione, il motore di ricerca continui a riproporre la notizia del suo arresto a quanti ne digitano il nome: un mese di carcere poi dieci agli arresti domiciliari. Per questo periodo di detenzione è stato chiesto un ristoro di 2 milioni di euro al ministero della Giustizia.

Le manette scattarono nel giugno 2014, al termine di un’indagine lampo dei carabinieri sulla scomparsa di una bambina bulgara di sei anni da un parco giochi di Monteroni. Giancane fu accusato di sequestro di persona insieme con una donna, quella Valentina Piccinonno che qualche anno più tardi finì nuovamente in carcere per aver assassinato un anziano al termine di un tentativo di rapina. Secondo la ricostruzione della Procura, l’uomo avrebbe avvicinato la bimba con la scusa di offrirle un gelato e poi l’avrebbe portata via con uno scooter.

Quell’ipotesi accusatoria, però, non ha retto alla prova del dibattimento, tanto che il tribunale di Lecce ha decretato l’assoluzione di Giancane, ora diventata definitiva. Ma l’uomo – sostiene l’avvocato  Daniele Scala – anche dopo la sentenza ha subito i contraccolpi del coinvolgimento in quella brutta vicenda giudiziaria. A sostegno della richiesta di risarcimento nei confronti del colosso di internet, il legale ha portato una serie di certificati medici, che attestano lo stato di malessere psico-fisico del 41enne.

La sua richiesta sarà valutata dal tribunale civile di Lecce, che dovrà verificare se effettivamente Google avrebbe dovuto rimuovere da tempo i contenuti relativi al rapimento della bambina, all’arresto di Giancane e a tutta la vicenda giudiziaria che ne è scaturita.