Carmagnola, la sindaca leghista abbatte con le ruspe una baracca di nomadi sinti. Salvini: “Dalle parole passiamo ai fatti”

“Questa mattina a Carmagnola  in provincia di Torino dove amministra la Lega, è stata abbattuta una casa abusiva in un campo sinti non autorizzato. Dalle parole ai fatti. #Primagliitaliani”. Lo scrive su Facebook Matteo Salvini, ministro dell’Interno, che allega anche due foto della casa abbattuta con una ruspa.
Sindaca di Carmagnola è Ivana Gaveglio d eletta in una coalizione di centrodestra due anni, professoressa di scuola media . La Gaveglio aveva impedito un anno fa al CoroMoro composto da giovani migranti di cantare Bella Ciao a Carmagnola per la sagra del Peperone.
“Con questa azione – commenta il sindaco, Ivana Gaveglio – si è operato per ristabilire una situazione di legalità sul nostro territorio. Con attenzione, sensibilità e senso di responsabilità. La proficua collaborazione fra enti ha consentito di condurre l’operazione senza che si verificassero problemi di ordine pubblico o momenti di tensione”.

L’iter giudiziario era cominciato nel 2008. Il semaforo verde all’abbattimento è arrivato dopo la decisione con cui la Cassazione, lo scorso 11 maggio, ha dichiarato inammissibile l’ultimo ricorso. Lo sgombero è stato disposto il 15 giugno dalla procura di Asti. Ad occuparsene è stata una ditta specializzata incaricata dall’autorità giudiziaria. Sono intervenuti carabinieri, personale della Questura di Torino e della polizia municipale, con il supporto logistico dell’Ufficio tecnico comunale e della Croce Rossa. “Il tutto – osserva Gaveglio – è stato gestito con professionalità da persone molto esperte”. Nella casa, all’interno di un campo abusivo, fino a poco tempo fa abitavano due adulti. I loro ultimi effetti personali gli sono stati messi a disposizione prima dello smantellamento dei locali.
I sinti piemontesi (“piemontakeri”) sono cittadini di nazionalità italiana. Secondo alcuni studi discendono da comunità che si sono insediate in Piemonte verosimilmente alla fine del Cinquecento

Torino, partita la maturità. Appendino al liceo Berti saluta gli studenti: “Comunque vada, andrà bene”

Esame per trentamila ragazzi in Piemonte, 17mila nel Torinese. La sindaca: “Ero una secchiona, ma il tema mi gettò nel panico”


È partita pochi minuti fa con la consegna dei titoli per la prima prova, il tema d’italiano, la maturità per oltre 30 mila studenti piemontesi, di cui quasi 17 mila in provincia di Torino. Tensione e corsa frenetica a ripassare gli ultimi autori più quotati, per l’analisi del testo: “Molto probabilmente uscirà Pirandello” diceva sicuro prima di entrare in classe un maturando del liceo classico Gioberti. “Italo Svevo manca da una decina d’anni – aggiungeva il compagno – Tra i classici potrebbe essere lui”. Nei capannelli che si formano davanti alla scuola di via Sant’Ottavio però si ipotizza anche un tema al femminile: “In questi giorni su internet ho letto che la scelta potrebbe cadere su Elsa Morante” spiegava ad altri ragazzi in attesa Giorgia, dell’indirizzo linguistico.

Nessuno degli studenti del liceo del centro cita Giorgio Bassani e il suo “Il giardino dei Finzi Contini”, ma molti – anche se meno che in altri indirizzi – hanno già deciso ancor prima di entrare che non sarà l’analisi del testo la tipologia su cui impegnarsi. “Farò il tema storico o al massimo la traccia socio-economica” confessa Giulia.

La sindaca Chiara Appendino ha scelto invece il liceo scientifico Berti per fare un saluto e un augurio ai maturandi: “Ero molto secchiona ed ero convinta di poter prendere 100, ma ho ciccato proprio la prima prova e alla fine sono uscita con 98 – ha ricordato parlando coi ragazzi – Non ho dormito nessuna delle notti prima degli esami, dalla prima prova all’orale. Proprio durante il tema sono rimasta per tre quarti d’ora completamente nel panico perché non sapevo quale titolo scegliere, ma quello che vi dico è che a distanza di 12 anni lo conservo come un ricordo positivo perché, anche se non andrà come vi aspettate, andrà comunque bene”.

Ad accompagnare la sindaca, la consigliera delegata per l’Istruzione della Città metropolitana, Barbara Azzarà, e il direttore dell’ufficio scolastico provinciale, Stefano Suraniti, impegnato in questi giorni nel gran lavoro di composizione delle commissioni d’esame. “Rispetto agli anni passati siamo riusciti a sostituire tutti i professori che non potevano più far parte delle commissioni con un certo anticipo – spiega il provveditore Suraniti – Abbiamo superato i 150 commissari sostituiti senza però registrare problemi nell’organizzazione. Siamo riusciti a creare una procedura snella e anticipata che ha risolto molte difficoltà”.

“Cricca” dei favori in procura, chiusa l’inchiesta a Torino: indagato noto penalista

Altri sei sotto inchiesta tra cui Gigi Marchelli, socio di Eataly, e un appuntato dei carabinieri di Palazzo di Giustizia


Facevano assegnare i fascicoli a un pm più gradito, “in violazione dei criteri di assegnazione automatica dei procedimenti stabiliti nel programma organizzativo della procura della Repubblica di Torino”. Per questo sette persone, tra cui l’avvocato penalista Pierfranco Bertolino, l’appuntato dei carabinieri Renato Dematteis per vent’anni in procura e altre cinque persone sono indagate a vario titolo per corruzione e corruzione in atti giudiziari. Il pm cui cercavano di indirizzare le inchieste è Andrea Padalino, famoso per essersi occupato per molti anni della galassia No Tav e ora applicato alla procura di Alessandria. Al momento non è indagato ma su di lui è stato aperto un procedimento disciplinare al Csm, ma le vicende torinesi della “cricca” dei favori potrebbero essere di oggetto di approfondimenti da parte della procura di Milano, competente sull’operato dei magistrati che lavorano a Torino.

Tra gli indagati c’è anche un noto imprenditore, Gigi Marchelli, socio della catena Eataly e finito nei guai per aver raccomandato il figlio di uno dei pubblici ufficiali per un posto alla Banca d’Alba. Negli atti di chiusura indagine, notificati nel pomeriggio, si legge che l’appuntato dei carabinieri “valendosi di relazioni d’ufficio procurava che i relativi procedimenti venissero assegnati nell’ambito del gruppo Criminalità organizzata della procura della Repubblica al magistrato con il quale collaborava invece che con il criterio automatico”.

Non solo per quasi due anni, cioè dall’inizio del 2016 fino all’inizio del 2018, il militare, violando il “divieto di consigli circa la scelta del difensore”, ha suggerito a quattro persone che volevano denunciare reati “di nominare quale difensore di persona offesa l’avvocato Bertolino”. Entrambi, avvocato e carabiniere, sono stati iscritti nel registro degli indagati per corruzione per atti contrari al dovere d’ufficio. L’appuntato, nel frattempo trasferito in una stazione in provincia di Cuneo, è contestata anche la violazione dei “doveri di imparzialità, lealtà e riservatezza”. Secondo l’accusa dei pm Francesco Saverio Pelosi, Livia Locci e Paolo Toso, Dematteis forniva all’avvocato informazioni riservate sulle indagini, informazioni che aveva perché se ne occupava lui in prima persona o altri suoi colleghi. In cambio l’avvocato aveva fornito gratuitamente un’assistenza “stragiudiziale” in una causa civile al tribunale di Asti, per la quale procurava anche un avvocato civilista, prometteva una raccomandazione per i figli del carabiniere al concorso di ammissione alla polizia di Stato e gli faceva ottenere dei trattamenti di favore da parte di un grosso concessionario di auto di Torino.

Sempre nell’atto di chiusura indagine si legge che Dematteis è accusato di quattro episodi di corruzione in atti giudiziari perché, in cambio dell’occhio di riguardo sui casi denunciati, aveva ottenuto dalle persone offese la disponibilità di 2 Panda usate dal carrozziere, Angelo Marello, difeso da Antonio Rossomando, e ancora il pagamento di una cena per 18 persone, delle visite oculistiche gratuite per i figli e due interventi chirurgici agli occhi (sempre gratis) in una struttura privata da parte di un medico di una struttura pubblica, l’oculista Raffaele Nuzzi, anche lui assistito da Rossomando. Anche Luigi Marchelli, difeso da Gianluca Visca, da vittima sarebbe diventato parte del sodalizio.

Forse una vendetta legata a affari dietro l’uccisione della coppia torinese in Colombia

Ma i parenti dell’imprenditore edile di Barbania: non aveva lavori in corso


Uccisi per una questione di soldi, una vendetta legata a affari. Sembra questa la pista imboccata dalla polizia colombiana per fare luce sull’uccisione dell’imprenditore canavese e di sua moglie all’uscita da un ristorante a Risaralda, paese d’origine della donna. Chi ha ucciso Roberto Gaiottino, imprenditore edile di 44 anni di Barbania nel Canavese, e la moglie Claudia Patricia Zabala Dominquez, di 36, ha agito in pochi secondi: un’esecuzione all’uscita dal ristorante italiano dove la coppia aveva cenato, per poi fuggire a piedi, atteso da un complice su un’auto. Chi si sia trattata di un’esecuzione lo spiega un altro particolare: il killer ha risparmiato l’amico che era con loro.
Il procuratore capo di Ivrea Giuseppe Ferrando ha ricevuto ieri pomeriggio una prima informativa dei carabinieri: informazioni di base che serviranno a stilare una prima lista di testimoni da ascoltare. Nei prossimi giorni infatti saranno chiamati dagli investigatori parenti e amici: l’obiettivo è capire se fossero emerse preoccupazioni particolari, se qualcuno ce l’avesse con Roberto e Claudia. Nel caso in cui non si trovino possibili legami italiani, il fascicolo passerà alla Procura di Roma, competente per i delitti all’estero. Intanto, dai primi accertamenti, sembrerebbero non esserci contrasti del passato che abbiano portato a una qualche denuncia. L’ipotesi che l’imprenditore abbia potuto dare fastidio a qualcuno non è esclusa, ma quella di costruire in Colombia era solo una possibilità non ancora realizzata: “Non mi risulta che avesse costruito qualcosa nella città di sua moglie, quello era proprio solamente un viaggio per andare a trovare i parenti di lei. Erano innamorati, felici, non avevano preoccupazioni, o almeno a me lui non ne ha mai manifestate” raccontano a Barbania.
Su facebook Roberto Gaiottino aveva pubblicato diverse immagini del viaggio: spiagge, sorrisi, abbracci con la moglie. Una donna molto bella, che aveva anche lavorato come modella, con cui era sposato dal 2015. Claudia si era trasferita nel Canavese dove conduceva una vita semplice. Aveva nostalgia del suo paese, ed entrambi avevano accarezzato più volte il sogno di trasferirsi laggiù. “Con la crisi edilizia, l’idea era quella di provare a costruire in Sudamerica – spiega uno zio dell’imprenditore – ma quello che è successo laggiù possono saperlo solamente loro”.

Scuole materne, le maestre bloccano i bus: “Cinquanta posti vacanti e nessuna assunzione”

Le precarie davanti a Palazzo di Città, la sindaca le incontrerà mercoledì


Pullman e tram bloccati per la protesta di alcune centinaia di insegnanti dei nidi e delle scuole materne di Torino. Da ore le maestre chiedono di essere ricevute dalla sindaca Chiara Appendino. Secondo i sindacati da settembre mancheranno 150 dipendenti, di cui 100 tra docenti ed educatori e 50 amministrativi. “Serve un piano d’azione per garantire la partenza dell’anno scolastico perché in questa situazione sarà difficile garantire il servizio”, denunciano i sindacati. A scendere in piazza ci sono anche le insegnanti precarie che denunciano la mancanza di stabilizzazioni. “Ci sono quasi 400 idonei e negli ultimi 3 anni sono state stabilizzate solo 41 persone – raccontano i sindacalisti – A settembre ci saranno almeno una cinquantina di posti vacanti, ma non sono previste assunzioni”. Finora non è stato possibile infatti stabilizzare nessuno perché la Città di Torino non può fare nuovi contratti fino all’approvazione del rendiconto di bilancio, in discussione proprio in queste ore in Consiglio comunale. Il vicepresidente del consiglio comunale, Enzo Lavolta, ha chiesto che Appendino scendesse a incontrare le maestre e che fosse interrotta la seduta, richiesta però respinta dal presidente Fabio Versaci.
In serata la sindaca Appendino ha annunciato che la settimana prossima incontrerà le maestre

Torino: “In silenzio per 8 anni dopo l’abuso. Ora grido: denunciate i pedofili”

La storia di Francesco , 22 anni, violentato a undici da uno zio durante un picnic. L’aguzzino è stato condannato


Se accetto di parlare di questa storia è per dire che non si deve sempre stare zitti. Parlare è la strada giusta, anche se certe cose possono imbarazzare o far soffrire”. Francesco, 22 anni, lo dice il giorno in cui il tribunale di Torino ha condannato a cinque anni di carcere “quell’uomo che faccio fatica a chiamare zio” e che gli ha rovinato la vita quando aveva 11 anni. A quell’epoca Francesco non era Francesco. Era una bambina che stava iniziando a crescere e su cui aveva messo gli occhi il marito della zia, costringendola un giorno ad appartarsi con lui durante un pic nic di famiglia. Una vicenda che Francesco non ha raccontato a nessuno e ha rimosso per 8 anni.

“Amnesia difensiva”, l’hanno chiamata gli psichiatri. Ma quel ricordo esisteva e gli aveva provocato una forte depressione, che nessuno riusciva a spiegarsi.
E soprattutto quell’abuso rimosso stava rendendo ancora più complicata la percezione della propria identità sessuale che in quel momento era confusa. “Ci ho messo tempo, sono passato attraverso l’omosessualità prima di capire che sono un ragazzo trans – dice – Adesso lo so e ho iniziato un percorso. E so anche che l’abuso e la mia transessualità non sono legate tra di loro: l’ho capito grazie al supporto psicologico che ho avuto. Ma è stato pesante in quegli anni affrontare tutte queste cose, ho sofferto una gran confusione”.
La consapevolezza è arrivata a 19 anni, quando durante un ricovero in clinica per la depressione è riemerso il ricordo di quella festa di famiglia. “E mi sono tornate alla mente anche le parole che aveva pronunciato quell’uomo: “Se parlerai non ti crederà nessuno e nessuno ti vorrà più bene”. In quel momento mi è stata chiara l’operazione di rimozione che il mio cervello aveva fatto per proteggermi”, racconta Francesco, che quel giorno stesso ha provato a uccidersi. “Mi sono impiccato perché non volevo dire a nessuno quello che mi ero ricordato. Non volevo dirlo a mia zia per non darle un dolore. Avevo scelto di sparire io per vergogna e per non far soffrire gli altri”. Ma Francesco è stato salvato.
“Quando mi sono svegliato, ho ripensato a tutto. Ho pensato alle mie cugine che avrebbero potuto subire quello che era accaduto a me. Ho capito che se non ero morto, allora dovevo parlare”. E così ha fatto. Francesco ha detto tutto a sua madre, che ha rivelato quel segreto alla sorella. “Mia zia all’istante se n’è andata di casa e si è separata dal marito con cui stava da trent’anni. Non me l’aspettavo. È vero che mio zio aveva la fama di essere un po’ insistente con le donne, ma sapere che mia zia abbia creduto subito a me, che non abbia messo in dubbio nemmeno per un attimo quello che avevo detto mi ha dato una grande energia e ci ha legati ancora più di quanto non lo fossimo prima. D’altra parte la mia famiglia aveva sempre vissuto con apprensione la mia depressione e sapere cos’era successo dava una spiegazione al mio malessere”.
Alla confessione in famiglia è seguita la denuncia alla procura.
Il fascicolo è stato preso in mano dalla pm Barbara Badellino che ha sentito due volte in audizione protetta Francesco, assistito dall’avvocata Cristina Brusa.
Sono state chieste consulenze tecniche che hanno confermato non solo come il ricordo dell’abuso fosse nitido, ma hanno anche evitato che le questioni di identità di genere potessero generare confusioni sull’unico nodo del processo, ovvero la violenza sessuale su una bambina di 11 anni. L’imputato, difeso dall’avvocato Domenico Peila, non ha mai confessato. E per lui Francesco non mostra sete di vendetta: “Non basta il carcere, le persone come lui devono essere curate e aiutate a capire il male che hanno fatto. Se lui si rendesse conto di aver rovinato la vita di un ragazzino e della sua famiglia non dormirebbe la notte. Io non dico che deve morire per quel che ha fatto, io dico che più che una persona cattiva lui è una persona malata”, afferma Francesco, che ieri ha avuto dalla corte presieduta da Silvia Bersano Begey un importante riconoscimento del suo coraggio.
“Quando ho saputo della condanna, mi sono sentito alleggerito Sono stato contento soprattutto di essere stato creduto e vorrei che raccontare questa mia storia servisse a chi vive una situazione simile a non sentirsi solo. Io sono stato tanto solo per tanti anni. Ho dovuto interrompere la scuola per i continui ricoveri e solo adesso sto riallacciando legami con vecchi amici”.
Il pensiero, alla conclusione di questo periodo, va alla sua famiglia “che mi è stata davvero molto vicina. Penso ai miei genitori e a mia sorella, che mi ha visto soffrire tanto. Non ho idea di cosa proverei se dovessi vedere lei star male quanto sono stato male io”.
Una condanna che lo ripaga di molti sforzi, ma Francesco resta una persona fragile. “Ho un disturbo post traumatico, vivo in una comunità alloggio e provo a costruirmi un futuro. Sto cercando un lavoro per non gravare sui miei genitori e vorrei mettere i soldi da parte per iscrivermi a una scuola di recitazione, che è il mio sogno”.

Imprenditore e la moglie uccisi in strada in Colombia

Secondo la polizia non si è trattato di una rapina ma di una vera e propria esecuzione

Claudia Patricia Zabala Dominguez con Roberto Gaiottino

Il Canavese è in lutto per la tragica morte di Claudia Patricia Zabala Dominguez, 36 anni, e del marito Roberto Gaiottino, 44, noto imprenditore edile di Barbania. Abitavano in una villa in via Ferreri 83, non avevano figli ma tutto il paese aveva «adottato» la giovane colombiana, assai bella e comunicativa, nonché impegnata in attività sociali e benefiche. La coppia è stata assassinata l’altra sera alle 22 da un killer all’uscita da un ristorante nella città originaria di Patricia, Risaralda, in un quartiere elegante del parco La Rebeca, sulla Avenida Circunvalar de Pereira.

Avevano cenato con un amico colombiano rimasto illeso nella sparatoria, che ha provocato il panico tra i passanti. Cinque colpi a segno, due alla testa. Il colpo di grazia. L’assassino era atteso da un complice su un’auto che s’è poi allontanata, facendo perdere le tracce. La polizia federale ha avviato immediatamente le indagini. Sono stati acquisiti gli smartphone e i pc della coppia, che alloggiava in un albergo di lusso non distante dal locale, un ristorante internazionale frequentato da manager e diplomatici.

Claudia viveva a Barbania da una quindicina d’anni; raccontava di avere fatto la modella in Colombia e spesso vi ritornava per andare a trovare i familiari. Prima di partire aveva salutato gli amici più cari: «Vi porterò un regalo dalla Colombia, qualcosa di originale e di prezioso, sono felice di rivedere i miei fratelli e i miei genitori». L’hanno vista sorridente per l’ultima volta assieme a Roberto Gaiottino, diretti all’aeroporto della Malpensa. Lui è figlio di una dinastia di impresari edili, che da qualche tempo aveva esteso le sue attività anche in Colombia. Lei conduceva una vita ritirata, concentrata nella cura della villa e nelle incombenze quotidiane: la spesa nei negozi, le commissioni, le chiacchiere con i residenti a cui spesso spiegava gli usi e i costumi della propria terra. Negli ultimi tempi appariva un po’ preoccupata, il suo sorriso radioso compariva meno spesso sul suo volto, forse per le nubi che andavano addensandosi in Colombia. L’agguato, infatti, secondo la polizia, non era a scopo di rapina ma una vera e propria duplice esecuzione.

Ieri a Barbania c’era una festa ma un velo di tristezza è sceso su tutto il paese. Tutti parlavano di Claudia e di Roberto, così innamorato da accompagnarla anche in ospedale, tenendola per mano e chiedendo informazioni ai medici sulla sua salute. Le salme saranno preso rimpatriate per i funerali a Barbania.

 

Svolta nel giallo della ventenne travolta e uccisa sulla Tangenziale di Torino

Individuato l’ultimo cliente: su di lui il sospetto di una responsabilità per omicidio colposo


C’è un sospettato per la morte di Anxela Mecani, l’albanese di vent’anni trovata in fin di vita  sabato notte tra la tangenziale Sud e lo svincolo per Stupinigi e poi morta in ospedale. La polizia si è presentata a casa dell’ultimo cliente della donna e gli ha sequestrato la macchina. L’operazione è avvenuta in provincia di Cuneo dove l’uomo risiede. La sua posizione è ora al vaglio degli inquirenti, l’ipotesi che prende strada è quella di omicidio colposo. Sull’auto saranno fatta tutta una serie di accertamenti per capire se sia davvero quella che ha travolto la ragazza.

Ora si tratta di capire cosa sia davvero accaduto sabato notte, magari partendo dalle poche parole sussurrate dalla donna ai soccorritori, mentre la portavano in ospedale, al Santa Croce di Moncalieri: “Quell’uomo non mi ha pagato, poi sono caduta”. Ecco allora l’potesi che l’uomo si liberi della ragazza, in qualche modo la faccia scendere dall’auto e poi parta a tutta velocità. Durante questa manovra forse investe Anxela. Pioveva a dirotto in quel momento. L’uomo non si ferma, tira dritto. Un altro automobilista darà l’allarme. Troppo tardi: Anxela morirà neanche 24 ore dopo in ospedale per le gravi ferite riportate.

Svolta nel giallo  della ventenne travolta e uccisa sulla Tangenziale di Torino

A dare la svolta al giallo della tangenziale è stata l’autopsia che ha smentito l’ipotesi fatta all’inizio: lanciata dall’auto in corsa dopo essere stata picchiata con violenza. Nessuna di queste due teorie hanno trovato riscontro nell’esame compiuto mercoledì mattina dal perito Roberto Testi. Le lesioni interne riportate dalla ragazza non sarebbero compatibili con un pestaggio e neppure con una caduta da un veicolo in movimento. Il quadro investigativo ha cosi assunto contorni differenti fino alla svolta e all’individuazione dell’uomo che, dopo i primi accertamenti, è stato rimandato a casa in attesa di chiarire meglio la sua posizione. Le indagini sono partite dall’acquisizione dei video del controllo del traffico in tangenziale; alcune verifiche sarebbero state compiute anche nel vicino campo nomadi di Mirafiori e sarebbe stato rintracciato e interrogato anche l’attuale fidanzato della vittima.

Torino, giallo su una donna trovata morta nel bagno di casa

A dare l’allarme e a avvisare la polizia è stata la madre che abita nello stesso stabile, in via Tiziano, nel quartiere Lingotto


Una donna italiana di 49 anni è stata trovata morta nel bagno della sua abitazione di via Tiziano, a Torino. La porta d’ingresso era chiusa dall’interno e sul corpo la polizia, che indaga sul decesso, non ha individuato segni di violenza. A dare l’allarme è stata la madre, che vive nello stesso stabile e non riusciva a mettersi in contatto con la figlia. Sarà l’autopsia a stabilire le cause della morte

Ipotesi cento milioni in più per il territorio, il piano per far digerire la Tav alla Val Susa

Ipotesi cento milioni in più per il territorio, il piano per far digerire la Tav alla Val Susa

Un gruppo di sindaci e assessori in un corteo No Tav 


Un grande progetto di riqualificazione in cambio del tunnel: la strada per uscire dall’impasse tra M5s e Lega

Un grande progetto di riqualificazione della Val di Susa destinato ad aumentare di molto la cifra di 100 milioni di euro già stanziata negli anni scorsi. Fonti vicine ai partiti di governo ipotizzano questa strada per uscire dall’impasse che potrebbe crearsi dopo il braccio di ferro di Salvini sull’immigrazione. Perché, si ragiona negli ambienti del centrodestra piemontese, accontentate le pulsioni più viscerali del popolo salviniano contro gli immigrati, Di Maio potrebbe pretendere ora uno scalpo altrettanto ghiotto da sventolare per inorgoglire l’elettorato grillino. E quale miglior occasione, se non quella di pretendere che la Lega approvi lo stop alla Torino-Lione? Mossa politicamente discutibile (come spiegare che il blocco della Tav è stato barattato con quattro giorni di navigazione in più per i disperati dell’Aquarius?) ma forse di qualche effetto.
Le opere di trasformazione del territorio (guai a chiamarle opere di compensazione) sono, a ben pensarci, l’unico terreno su cui agire. Anche se i grillini non la pretendessero come bandiera da sventolare, la questione che dovrà affrontare il ministro Toninelli è tutt’altro che semplice. Il 6 giugno scorso, con una mail di posta certificata, il commissario di governo per la Torino-Lione, Paolo Foietta, ha scritto allo stesso ministro delle Infrastrutture e al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, dichiarando la sua «completa disponibilità ad un incontro per informarla, nelle modalità che riterrà opportune, del quadro della situazione».

È dunque immaginabile che nelle prossime settimane, come aveva dichiarato lo stesso Toninelli inaugurando il Salone dell’auto di parco Valentino, si possa prendere una decisione sul da farsi. L’ipotesi di un aumento delle compensazioni da spendere nel grande progetto di riqualificazione del territorio è solo una delle possibilità anche se non è facilissima da percorrere. Perché i Comuni direttamente interessati dall’opera sono pochissimi e il principale impatto del progetto sulla valle è un cantiere sotto i piloni di un viadotto autostradale. Non un granché.

Quale altro scalpo si potrebbe dunque offrire al popolo grillino? Le ipotesi allo studio, in modo riservato, sono diverse. Escluso ogni intervento sul tunnel di base: per bloccare i lavori ci vorrebbero anni. Bisognerebbe uscire dai trattati internazionali e trovare in Parlamento una maggioranza (che oggi non c’è) che voti una legge per lo stop al supertreno. Forse l’unica parte da eliminare nel progetto nella parte internazionale potrebbe essere la costruzione della nuova stazione di Susa. Un risparmio di circa 100 milioni che i Cinque stelle potrebbero esporre come trofeo. Anche se sposterebbe il traffico di interscambio da Susa a Bussoleno, cioè da un comune grillino ad uno a guida Pd.

Più difficile intervenire sulla tratta Torino-Susa, anche perché è proprio su quella parte del tracciato che già si sono operati i tagli negli anni scorsi. L’ultima proposta di modifica è stata avanzata nei giorni scorsi dal sindaco Pd di Rivalta, Nicola De Ruggiero. che ha suggerito di non scavare sotto la collina morenica di Avigliana per collegare la ferrovia con il centro logistico di Orbassano. Ipotesi non semplice perché creerebbe un intasamento con le linee tra Torino e l’hinterland. Qualsiasi sia lo stendardo che si potrà offrire agli elettori grillini per poter consentire ai loro rappresentanti di dire che il vento è cambiato, anche sulla Tav, è chiaro che le prossime settimane saranno decisive. E il clima tra Roma e Parigi non aiuta certamente.
Nell’ipotesi che il governo giallo-verde volesse davvero percorrere la strada dello stop all’opera, non sarà semplice, con i rapporti diplomatici al limite della rottura, chiedere comprensione ai francesi nella trattativa sui risarcimenti per i lavori già compiuti. Non sono i giorni in cui Di Maio, come aveva promesso, possa spiegare a Macron le ragioni dello stop all’opera. In attesa di conoscere le scelte concrete del governo, la macchina dei cantieri deve comunque andare avanti. «Non si bloccano le opere con un tweet», confessano i responabili dell’opera. Nell’attesa dei passi formali, occorre procedere per evitare interventi delle magistrature contabili. Il cronoprogramma prevede che entro fine 2019 si debbano spendere gli 813 milioni già stanziati dall’Ue e i complessivi 1,915 miliardi impegnati da Francia e Italia. Inoltre, entro fine 2018, Telt, la società del supertunnel, dovrà appaltare opere per 5 miliardi. Un bel rebus.