Migranti, vertice Ue: Italia, ecco la proposta in 10 punti

Superare Dublino e la logica del primo approdo, e far passare il principio che chi sbarca in Italia, sbarca di fatto in Europa, con la libertà poi di muoversi tra i vari Paesi membri. La proposta italiana per la gestione dei flussi migratori presentata al vertice Ue di oggi, che fa da prologo a quello che sarà il Consiglio – probabilmente decisivo – di giovedì 28 e venerdì 29 giugno, è intitolata “Strategia europea multilivello”. La ha presentata il premier Giuseppe Conte nel corso del punto stampa che ha preceduto il vertice informale di Bruxelles spiegando come la proposta si basi su “sei premesse” e abbia “dieci obiettivi”.

La proposta italiana mira a “una puntuale politica di regolazione dei flussi che sia realmente efficace e sostenibile e al totale superamento del regolamento di Dublino, che noi riteniamo” legato “ad un quadro emergenziale” quando invece vogliamo una gestione “strutturale”, ha spiegato Conte. “L’Italia in Europa è chiamata ad una sfida cruciale. E vi garantisco che sarà un radicale cambio di approccio sul tema”, aveva già scritto il premier su Twitter.

Ecco i dieci punti della proposta italiana:

1. Intensificare accordi e rapporti tra Unione europea e Paesi terzi da cui partono o transitano i migranti e investire in progetti. Ad esempio la Libia e il Niger, col cui aiuto abbiamo ridotto dell’80% le partenze nel 2018.

2. Centri di protezione internazionale nei Paesi di transito. Per valutare richieste di asilo e offrire assistenza giuridica ai migranti, anche al fine di rimpatri volontari. A questo scopo l’Ue deve lavorare con Unhcr e Oim. Perciò è urgente rifinanziare il Trust Fund Ue-Africa (che ha attualmente uno scoperto complessivo di 500milioni di euro) che incide anche su contrasto a immigrazione illegale su frontiera Libia-Niger.

3. Rafforzare le frontiere esterne. L’Italia sta già sostenendo missioni Ue (Eunavfor Med Sophia e Joint Operation Themis) e supportando la Guardia Costiera Libica, occorre rafforzare queste iniziative.

4. Superare Dublino. Nato per altri scopi, è ormai insufficiente. Solo il 7% dei migranti sono rifugiati. Senza intervenire adeguatamente rischiamo di perdere la possibilità di adottare uno strumento europeo veramente efficace. Il Sistema Comune Europeo d’Asilo oggi è fondato su un paradosso: i diritti vengono riconosciuti solo se le persone riescono a raggiungere l’Europa, poco importa a che prezzo.

5. Superare il criterio Paese di primo arrivo. Chi sbarca in Italia, sbarca in Europa. Riaffermare responsabilità-solidarietà come binomio, non come dualismo. È in gioco Schengen.

6. Responsabilità comune tra Stati membri sui naufraghi in mare. Non può ricadere tutto sui Paesi di primo arrivo. Superare il concetto di ‘attraversamento illegale’ per le persone soccorse in mare e portate a terra a seguito di Sar. Bisogna scindere tra porto sicuro di sbarco e Stato competente ad esaminare richieste di asilo. L’obbligo di salvataggio non può diventare obbligo di processare domande per conto di tutti.

7. L’Unione europea deve contrastare, con iniziative comuni e non affidate solo ai singoli Stati membri, la ‘tratta di esseri umani’ e combattere le organizzazioni criminali che alimentano i traffici e le false illusioni dei migranti.

8. Non possiamo portare tutti in Italia o Spagna. Occorrono centri di accoglienza in più paesi europei per salvaguardare i diritti di chi arriva e evitare problemi di ordine pubblico e sovraffollamento.

9. Contrastare i movimenti secondari. Attuando principi precedenti, gli spostamenti intra-europei di rifugiati sarebbero meramente marginali. Così i movimenti secondari potranno diventare oggetto di intese tecniche tra paesi maggiormente interessati.

10. Ogni Stato stabilisce quote di ingresso dei migranti economici. È un principio che va rispettato, ma – conclude il documento – vanno previste adeguate contromisure finanziare rispetto agli Stati che non si offrono di accogliere rifugiati”.

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Di Maio: “Vera lebbra è ipocrisia europea”  

Di Maio: Vera lebbra è ipocrisia europea

“La vera lebbra è l’ipocrisia europea. Ed è l’ipocrisia di alcuni Stati che respingono gli immigrati a Ventimiglia e poi fanno la morale a noi su come gestirli”. Così il vice premier Luigi Di Maio, arrivando al congresso della Uil all’Eur, replica ancora una volta alle parole del presidente francese Macron, che ieri aveva definito la crescita dei populisti in Europa “come una lebbra”. Quella del presidente francese Macron sull’Italia è un’uscita “sicuramente infelice”, ha tuonato Di Maio, “stiamo assistendo a cose inedite a livello internazionale e soprattutto europeo, comportamenti anche scomposti da parte di Capi di Stato, del Presidente della Repubblica francese, che prima ha parlato di rapporti di buon vicinato quando i governi italiani stavano zitti e adesso attacca a fasi alterne, un giorno dice che non vuole offendere l’Italia e un giorno parla di lebbra”.

LA POLEMICA – Ieri il presidente francese Macron aveva attaccato i populisti, anche italiani, non citandoli esplicitamente. “Voi li vedete crescere come una lebbra – aveva detto in un discorso a Quimper – un po’ dappertutto in Europa, nei Paesi in cui non pensavamo fosse possibile vederli tornare. I nostri amici vicini dicono le cose peggiori e ci abituiamo. Fanno le peggiori provocazioni e nessuno si scandalizza”. Un duro attacco che aveva subito suscitato la reazione dei vicepremier Di Maio e Salvini. “La vera lebbra è l’ipocrisia di chi respinge gli immigrati a Ventimiglia e vuole farci la morale sul diritto sacrosanto di chiedere una equa ripartizione dei migranti. La solidarietà o è europea o non è”, aveva ribattuto Di Maio. “Gli insulti dei chiacchieroni Macron e Saviano non mi toccano, anzi mi fanno forza”, aveva sostenuto il ministro dell’Interno, sottolineando: “C’è chi parla, c’è chi fa”.

Programma e governo: procedere per priorità

Il sentiero stretto di memoria padoana (da Padoan) si ripropone oggi tal quale e forse con qualche asperità in più sul terreno. Come ha detto il neo ministro dell’Economia Giovanni Tria, l’intenzione di questo governo è rilanciare la crescita senza far salire il debito pubblico. Almeno in rapporto con il Pil del Paese.
Il tutto tenendo fede alle promesse elettorali dei partiti usciti vincitori dalle urne, Lega e M5Stelle, che vogliono rivedere la legge Fornero sulle pensioni, avviare il reddito di cittadinanza, introdurre la flat tax. Tre misure che, occhio e croce, quotano una settantina di miliardi di euro.
Le fonti di approvvigionamento – spiegano Salvini e Di Maio – possono essere molte, non escluse quelle europee. Che possono essere mobilità soprattutto in due direzioni: verso misure di alleggerimento della disoccupazione e verso un ampio programma d’infrastrutture materiali e immateriali.
Soprattutto quest’ultima misura – un ampio programma d’infrastrutture – è ritenuta essenziale per far ripartire il motore dell’economia essendo noto a tutti il favorevole moltiplicatore delle costruzioni e l’effetto immediato che si può avere nel mondo delle imprese, delle professioni, del lavoro.
Stimolando l’aumento del pil – questo il ragionamento – migliora automaticamente il rapporto con il debito pubblico disinnescando il pericolo che può derivare da un suo momentaneo innalzamento dovuto alla necessità di dare un primo colpo al volano che metta in moto il circolo virtuoso.
Su questa capacità taumaturgica della spesa in ponti, strade, porti, aeroporti, ferrovie, reti telematiche e tutto quello che può rendere il sistema più efficiente e competitivo, sono in molti a dubitare non certo per sfiducia nella teoria ma per le perplessità nella capacità pratica di fare le scelte giuste.
Troppi errori, troppi sprechi, troppi scandali hanno accompagnato la realizzazione di opere pubbliche nel remoto e recente passato – e la cronaca s’incarica di ricordarlo anche oggi – per poter nutrire in questo rimedio la sufficiente dose di fiducia e superare così i mal di pancia di chi si oppone.
Ma una via per cominciare a dare corpo ai contenuti del contratto di governo si deve pur trovare e imboccare. E questa delle costruzioni e delle infrastrutture appare comunque la più veloce e sicura. L’unica in grado di muovere, assieme agli investimenti privati, la macchina dell’economia.
E poiché, come si ricordava in premessa, il sentiero continua a essere stretto è velleitario pensare e proporre di farvi passare tutto l’armamentario ritenuto indispensabile per dare corpo al progetto politico dell’attuale maggioranza. Alla meno peggio si sconterebbe un effetto ingolfamento.
E poi c’è l’Europa che ci guarda con il sospetto che si riserva a chi per troppo tempo ha tentato di fare il furbetto promettendo soluzioni salvifiche al solo scopo di comprare tempo e punti di flessibilità (possibilità di fare deficit) senza mai andare in fondo alle promesse fatte.
Una nuova ripartenza dovrebbe tener conto delle esperienze maturate in tutti questi anni di rapporti difficili e conflittuali. Il piano da costruire e presentare alla comunità che deve valutarlo – all’interno e all’esterno dei confini nazionali – dovrà procedere per priorità seriamente concatenate.

Pensioni, quota 41 più avanti

Lavoratori dipendenti con carriere lunghe e continue, perlopiù residenti nelle regioni del Nord-Ovest e del Nord-Est o impiegati nelle pubbliche amministrazioni. Eccolo l’identikit dei candidati alle nuove pensioni di anzianità che il governo Conte dovrebbe attivare dal prossimo mese di gennaio con la cosiddetta “quota 100”, il perno del piano per superare la legge Fornero. L’esecutivo starebbe valutando l’ipotesi di un’operazione in due tappe: consentire subito dal 2019, facendo leva sulla prossima legge di bilancio, il pensionamento con almeno 64 anni di età e 36 di contribuzione, e prevedere con tempi più lunghi il canale di uscita con 41 anni di contributi a prescindere dall’età. A lasciare intendere che quota 100 è prioritaria rispetto a quota 41 è stato indirettamente lo stesso Matteo Salvini intervenendo mercoledì sera a Porta a porta.

La mappa dei nuovi pensionandi parte dalle classi centrali della generazione dei baby boomers (i 64enni del 2019 sono nati nel 1955) e si compone con gli iscritti al Casellario degli attivi Inps. L’ultimo anno certificato è il 2016 e nella classe di età 60-64 anni si contano poco meno di un milione di iscritti, per una media di circa 200mila per ogni coorte. Sono tutti i lavoratori residenti del settore privato, dipendenti e autonomi, numeri certificati come medi annui, dai quali vanno dunque esclusi gli stagionali. A queste cifre, molto grezze e aggregate, vanno aggiunti i circa 100-150mila dipendenti pubblici che ogni anno dovrebbero andare in pensione tra il 2019 e il 2021, stando alle previsioni più condivise e che trovano riscontro nelle distribuzioni per classi di età che si leggono sul Conto annuale della Pa.

Proiettando sul prossimo triennio l’insieme di questi dati si può arrivare a una prima stima di 300mila pensionandi potenziali che, anno dopo anno, matureranno il requisito anagrafico dei 64 anni. Naturalmente non tutti avranno gli altri due requisiti necessari per raggiungere la nuova anzianità, ovvero 36 anni di contributi versati con non più di tre anni di contribuzione figurativa. Ma è da questi numeri che si deve partire per considerare, come prima approssimazione, il potenziale effetto di “quota 100”, finestra cui seguirebbe solo in un secondo tempo il via libera con 41 anni di contributi a prescindere dall’età (contro i 43 anni e 3 mesi per gli uomini e i 42 anni e 3 mesi per le donne a legislazione vigente).

L’anno scorso, tanto per dare un metro di paragone, le nuove pensioni liquidate nel solo settore privato con decorrenza 2017 sono state circa 350mila (198mila con i requisiti di vecchiaia e 151mila con l’anticipo), cui se ne devono aggiungere altre 60mila con decorrenza nel primo trimestre di quest’anno. Non considerando il pubblico impiego, i cui dati non sono disponibili con lo stesso aggiornamento nel Casellario Inps, il milione di pensionandi 64enni dei prossimi cinque anni è nel 64% dei casi di sesso maschile e nel 49,9% dei casi residente al Nord.

In attesa dei dettagli sulla nuova anzianità, resta al momento in campo una stima di maggiore spesa per 5 miliardi l’anno, compensata con diverse contromisure come lo stop dell’Ape sociale, l’ammortizzatore di ultimi istanza attivo fino a fine anno per garantire un finanziamento-ponte fino alla pensione ai 63enni disoccupati con 30 anni di contributi (36 per determinate categorie). Un’ipotesi che penalizza proprio i più svantaggiati, come ha messo in rilievo in un paper Tabula, società di ricerca fondata da Stefano Patriarca: «Il non rinnovo dell’Ape sociale impedirebbe a questi lavoratori di accedere al pensionamento a 63 anni, anche con contributi molto inferiori ai 41 anni, e dovrebbero attendere la pensione di vecchiaia a 67 anni».

Sulle pensioni l’attenzione è massima, dati i livelli di spesa che sono in gioco. Nelle Considerazioni finali il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, ha sottolineato il rischio di passi indietro:«Interventi mirati, volti a ridurre specifiche rigidità, sono possibili, alcuni sono già stati effettuati in passato, ma vanno sempre adeguatamente compensati in modo da assicurare l’equilibrio attuariale del sistema pensionistico». Un monito da prendere sul serio: l’eventuale ricalcolo dei contributi versati dal 1996 al 2011 per chi oggi optasse per “quota 100” abbandonando una pensione calcolata con il solo retributivo, come proposto, non garantirebbe in pieno quell’equilibrio.

Il bilancio di Rousseau svela una cosa interessante sul M5S e su Casaleggio

L’Associazione Rousseau ha pubblicato il bilancio di esercizio del 2017, che “si è chiuso con 357.000 euro di ricavi grazie principalmente alle donazioni (di 29 euro in media) dei sostenitori e degli iscritti, a fronte di 493.000 euro di costi”. Il bilancio evidenzia un disavanzo di gestione pari a 135.062 euro e un patrimonio netto negativo pari a 55.386 euro. “Hanno contribuito significativamente ai costi – spiega l’Associazione presieduta da Davide Casaleggio – le spese dedicate alla sicurezza investiti per la tutela degli iscritti sulla piattaforma e gli accantonamenti precauzionali per le spese legali relative alle cause in corso pari a 89.000 euro”.

davide casaleggio cena lanzalone

Nella nota integrativa si spiega che l’accantonamento per rischi si riferisce alla possibilità di dover provvedere al pagamento degli oneri e delle spese derivati da cause legali in corso di definizione, così come è stato riferito e stimato dal legale che segue la relativa pratica. Gli altri accantonamenti si riferiscono a pagamenti da effettuare, sempre per cause legali.

associazione rousseau

E quali sono queste cause legali delle quali l’Associazione Rousseau si preoccupa? Sono quelle del MoVimento 5 Stelle (o “5 Selle”, come scrivono nella nota). Questo significa che sarà l’Associazione Rousseau ad accollarsi “oneri” e “spese” derivati da cause legali “in corso di definizione”, come quella che a Genova contrappone alcuni iscritti della vecchia associazione del 2009 che non sono passati a quella del 2017 e  reclamano l’uso del nome, del simbolo e del sito del M5S. Proprio quelle che più preoccupano il MoVimento, come scriveva Repubblica qualche giorno fa, e che sono seguite dagli avvocati Ronnie RodinoStefano Di Biase e Luciano Costantini dello studio Lanzalone di Genova. Sì, proprio quel Luca Lanzalone che ha contribuito alla scrittura dell’attuale Statuto del MoVimento 5 Stelle, quello che Di Maioha presentato alla vigilia delle elezioni 2018 tra Natale e Capodanno. Com’è piccolo il mondo, vero? Ma c’è un’ultima cosa interessante da notare. Il 5 febbraio scorso un tribunale ha sentenziato che il M5S Roma doveva pagare un totale di 30mila euro di sole spese di lite, in attesa della definizione dei danni, a Roberto Motta e Antonio Caracciolo, espulsi illegittimamente alla vigilia delle primarie per il sindaco di Roma nel 2015.

All’epoca il giudice dichiarò che a pagare dovevano essere l’associazione MoVimento 5 Stelle del 2009 e l’associazione MoVimento 5 Stelle del 2012. Ovvero, Grillo. Adesso si scopre che se e quando il M5S verrà condannato in tribunale si è impegnata a pagare l’Associazione Rousseau di Davide Casaleggio. Che tecnicamente con le decisioni sulle espulsioni non c’entra niente. Non è curioso tutto ciò?

Conte a Merkel: In cerca di Soluzioni Per L’Europa.

Conte a Merkel:  "Servono soluzioni Ue o finisce Schengen"

Angela Merkel e Giuseppe Conte a Berlino (ansa)


A Berlino il vertice tra i due capi di governo. La Cancelliera: “Affrontiamo i problemi di petto, solidarietà all’Italia”. Premier: “Chiederemo fondi Ue per inclusione sociale e reddito di cittadinanza”


BERLINO – Per l’emergenza migranti “servono soluzioni europee, senza innescare dinamiche bilaterali che rischiano di costituire la fine di Schengen”. Lo ha detto il premier Giuseppe Conte ad Angela Merkel durante le dichiarazioni alla stampa con cui è cominciato a Berlino il vertice tra i due capi di governo. “Le nostre frontiere sono quelle europee – ha aggiunto il premier italiano – l’Italia non può continuare a fare da sola” sui migranti. “Potenziare Frontex e tutelare le frontiere esterne: affrontiamo i problemi di petto” è stata la risposta di Merkel. Che aggiunge: “Su richiesta dell’Italia, vogliamo aiutare anche con la nostra solidarietà, la solidarietà in Europa è una cosa che la Germania accoglie a braccia aperte”.

Conte è stato accolto in Cancelleria a Berlino con gli onori militari.
Il vertice affronta anche problemi della disoccupazione e il reddito di cittadinanza. “Tema cruciale del mio governo – ha affermato il premier – è la lotta alla povertà e il reddito di cittadinanza, la riforma dei centri di impiego”. “In sede di discussione del quadro finanziario faremo pesare la nostra voce per orientare i fondi europei verso misure di sostegno proprio a favore del’inclusione sociale”. “Questa povertà alimentare – ha sottolineato il premier – riguarda 445 mila bambini sotto i 15 anni, quasi 200 mila anziani sopra i 65 anni e circa 100 mila persone senza fissa dimora”. “Il mio governo ha come obiettivo primario combattere la povertà, aiutare i disoccupati a reinserirsi nel mondo del lavoro”.

L’appello di Conte è stato raccolto da Merkel. “Sappiamo che l’Italia ha problemi con la disoccupazione giovanile – ha risposto al Cancelliera – anche su questo è importante collaborare. Possiamo dare dei suggerimenti in base all’esperienza con l’unificazione tedesca. Si sono già incontrati i nostri ministri del Lavoro”.

DI MAIO SU CRISI ILVA, LUNEDÌ SINDACATI E MITTAL

Il ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio ‘entrà nel vivo della crisi dell’Ilva. Lunedì ha infatti chiamato al Mise le rappresentanze sindacali, il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, le associazioni dei cittadini e, ultima ArcelorMittal. L’approccio a una delle più violente crisi industriali degli ultimi anni, è dunque quello che il ministro aveva preannunciato. «Nei prossimi giorni – aveva detto infatti dopo aver visto i commissari – procederò con altri incontri con i sindacati, il sindaco di Taranto, il prefetto, le associazioni che rivendicano il diritto alla salute, incontrerò il Codacons e tutte quelle parti che fanno parte di questa vertenza». Obiettivo: «che i cittadini di Taranto possano avere il diritto di respirare aria pulita». La necessità è quella di arrivare presto a un accordo per il passaggio del gruppo Ilva ad ArcelorMittal, vincitore della gara per l’acquisizione della società finita in Amministrazione Straordinaria. I tempi sono stretti, l’ingresso di AmInvestCo (la newco controllata da ArcelorMittal) in Ilva è previsto entro il 30 giugno. Resta però da chiudere l’accordo fra azienda e sindacati. Una vertenza durissima che non vede ancora una soluzione, nonostante gli sforzi profusi dall’ex ministro Carlo Calenda e dal suo vice Teresa Bellanova fino alle ultime ore di attività del vecchio governo. Il nodo da sciogliere, che ha tenuto le parti impegnate per mesi, è però tutt’altro che semplice. In ballo c’è il destino di 13.800 dipendenti che salgono a 20.000 se si tiene conto dell’indotto. AmInvestCo prevede di assorbire 10.000 lavoratori, mentre i restanti 3.800 resterebbero ‘a stipendiò dell’Amministrazione Straordinaria. La vertenza Ilva è dunque, sul piano delle crisi industriali, il primo vero banco di prova dell’asse Lega-M5s. Di Maio è chiamato a tradurre in concreto il dettato del contratto di governo che parla di «riconversione economica» dell’Ilva «basato sulla progressiva chiusura delle fonti inquinanti (…), sullo sviluppo della Green Economy e dell’energie rinnovabili, e sull’economia circolare». Una frase che potrebbe portare a diverse opzioni: dalla chiusura tout court, magari in tempi lunghi (10-20 anni) che sembra scongiurata anche dallo stesso ministro («l’Ilva deve continuare a esistere e a dare posti di lavoro anche più di adesso», aveva detto in campagna elettorale); a una riconversione che prediliga l’uso del gas al posto del carbone (come vorrebbe il governatore della Puglia Michele Emiliano). A un piano ambientale ancora più severo di quello proposto da ArcelorMittal

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Ivrea, srotolano uno striscione per Regeni al comizio di Salvini: identificati e schedati


I muscoli della polizia contro un piccolo gruppo di attivisti radicali e di Amnesty International


Fermati e identificati per aver esposto uno striscione dove si chiedeva verità per la morte di Giulio Regeni durante una manifestazione elettorale del ministro dell’Interno, Matteo Salvini. È successo ieri sera a Ivrea, durante il comizio a sostegno del candidato del centro destra Stefano Sertoli al ballottaggio delle comunali che si terranno domenica.

Un piccolo gruppo di manifestanti, attivisti Radicali e di Amnesty International, ha srotolato uno striscione poco lontano dalla Serra, l’edificio simbolo dell’epopea olivettiana scelto dal neoministro per la sua manifestazione, ma subito sono stati fermati dai funzionari della polizia che seguivano il ministro. “Sono stati fermati e schedati mentre manifestano con civiltà contro l’inciviltà di Salvini a pochi metri dal ministro – scrive sul suo profilo Facebook l’ex consigliere comunale di Torino, Silvio Viale – Bravi ragazzi. Sono orgoglioso di voi. Inseguiremo Salvini in ogni dove”.
Mentre si teneva il comizio, cui hanno partecipato circa 700 persone, a pochi metri si svolgeva anche un torneo di minibasket e alcuni giocatori hanno srotolato un altro striscione che sottolineava come Ivrea sia una città accogliente, in evidente polemica con le scelte in termini di politica migratoria del nuovo governo. A raccontare meglio l’accaduto una delle attiviste radicali fermate: “Ci hanno fermati, fatto le foto, chiesto i documenti e schedati – spiega – Una ragazza con la maglietta di Amnesty con su scritto ‘Protect the human’ non è stata neppure fatta avvicinare e, quando ha chiesto spiegazioni, l’hanno minacciata di portarla via”.

Roma, Campidoglio, passa la mozione per intitolare una strada ad Almirante, ma Raggi stoppa tutto

Votata anche dai consiglieri M5s. Il Pd non era in aula. La sindaca Raggi interviene dopo la mezzanotte e annuncia una mozione che impedisce  l’intitolazione di strade ad esponenti del fascismo o persone che si siano esposte con idee antisemite o razziali. La comunità ebraica aveva espresso il suo sdegno: “Una vergogna per questa città”


Un altro incidente di percorso per la Raggi. L’assemblea capitolina dà il via libera all’intitolazione di una strada per Almirante, ma poco dopo la mezzanotte la sindaca interviene e annuncia una mozione per vietarel’intitolazione di strade ad esponenti del fascismo o persone che si siano esposte con idee antisemite o razziali. Prima firmataria sarà proprio la sindaca.

La mozione di Fratelli d’Italia per l’intitolazione di una strada Giorgio Almirante era passata nella serata di giovedì in Assemblea capitolina con i ‘sì’ di Fratelli d’Italia, della lista “Con Giorgia” e con quelli del M5s. I voti favorevoli erano stati 23, due gli astenuti e un contrario. Gli altri gruppi non erano presenti, il Pd in particolare non c’era perché i consiglieri erano usciti in protesta per l’assenza della sindaca Raggi.

“In un’aula capitolina vuota per l’abbandono di Sinistra per Roma e del Pd per denunciare l’indisponibilità della sindaca a riferire sulla vicenda stadio, il gruppo M5s ha sostenuto la mozione di FdI per intitolare una via della città di Roma a Giorgio Almirante”, dice il deputato di Liberi e Uguali Stefano Fassina, consigliere capitolino di Sinistra per Roma. “È un atto grave, una ferita alla nostra città per la sua storia e il contributo di sangue dato alla liberazione da fascismo e nazismo. È un’offesa ai martiri delle Fosse Ardeatine, ai rastrellati del Quadraro, ai nostri concittadini ebrei deportati e sterminati nei lager nazisti, a tutti gli uomini e le donne di Roma caduti per la libertà e per la nostra Costituzione. Proveremo a far tornare indietro l’aula Giulio Cesare attraverso un’approfondita e adeguata discussione”.

“Vittoria storica della destra italiana e romana” hanno invece dichiarato gli esponenti di Fdi Fabrizio Ghera, capogruppo in Campidoglio, e i consiglieri comunali Andrea De Priamo, Maurizio Politi, Francesco Figliomeni e Rachele Mussolini della lista civica ‘Con Giorgia’. Che “come ha sottolineato il capogruppo di Fdi Fabrizio Ghera” considerano “Almirante ‘padre della patria’”.

Esulta Gianni Alemanno, che da sindaco non era riuscito a far passare la mozione: “Un grande plauso politico per il gruppo di Fratelli d’Italia al Comune di Roma che è riuscito nell’impresa storica di far intitolare una via della Capitale a Giorgio Almirante” dice.

Esultano anche i capigruppo di Fdi alla Camera e al Senato Fabio Rampelli e Stefano Bertacco: “Intitolare una strada a Giorgio Almirante ci riempie di gioia”. Per loro Almirante è stato “un patriota, un grande italiano e uno dei protagonisti della storia politica nazionale. Siamo orgogliosi di aver raggiunto questo obiettivo” è “giusto e doveroso” che la Capitale d’Italia “renda onore alla memoria di una delle figure più rappresentative della storia del Parlamento italiano”.

“Non sapevo nulla, mi sorprende. Sono qui da lei (Vespa, ndr) e mi sono allontanata dal Consiglio comunale da qualche ora”. La sindaca di Roma Virginia Raggi, intervistata a Porta a Porta, viene colta alla sprovvista dalla notizia dell’approvazione, nel Consiglio comunale, di una mozione di FdI per l’intitolazione di una strada a Giorgio Almirante, fondatore del Msi. “Se lo condivido? Se l’Aula ha votato favorevolmente è perché i consiglieri M5s si sono determinati in questo senso. Quindi assolutamente sì: se hanno votato – ha aggiunto Raggi – evidentemente vogliono intitolare una strada a questo personaggio. Prendo atto della volontà dell’aula, che è sovrana come il Parlamento”.

È intervenuta anche la comunità ebraica di Roma:  “La decisione del Consiglio Comunale di votare una mozione per intitolare una via ad Almirante è una vergogna per la storia di questa città. Chi ha ricoperto il ruolo di segretario di redazione del Manifesto per la Difesa della Razza, senza mai pentirsene, non merita una via come riconoscimento”.

Ricorda l’aspetto razzista di Almirante il vice-segretario del Pd del Lazio Enzo Foschi. “‘Il razzismo ha da essere cibo di tutti”, scriveva il fascista Giorgio Almirante nel 1942. “È gravissimo” dice Foschi “che il Movimento 5 Stelle si sia unito alle destre per permettere che Roma abbia una strada dedicata ad un razzista, come fu Giorgio Almirante”. Secondo Foschi, “Roma sente ancora su di sé il dolore lancinante del 16 ottobre 1943, quando vi fu il rastrellamento del ghetto. Questo è stato il razzismo a Roma. Dedicare una via ad Almirante è l’ultima vergogna della sindaca Raggi”.

Interviene anche il Partito democratico di Roma: “È scandaloso che, tra inchieste per corruzione, disastri e figuracce mondiali, l’unica iniziativa che  l’amministrazione Raggi sia riuscita a realizzare in due anni a Roma sia stata quella di intitolare una via a Giorgio Almirante che in tutta la sua vita non prese mai le distanze dalla difesa della razza. Aver superato a destra addirittura l’ex sindaco Alemanno dimostra di che pasta è fatto il M5S: un partito di estrema destra senza rispetto per la storia e per una città martire della Resistenza”.