Direzione Pd, oggi le dimissioni di Renzi e la “reggenza” a Martina (ansa)

Direzione Pd, oggi le dimissioni di Renzi e la "reggenza" a Martina(ansa)

Il leader uscente potrebbe non partecipare. Orfini: “Il partito non si ricostruisce senza il contributo dell’ex premier”. Il nodo dei capigruppo a Camera e Senato. L’ipotesi di “primarie”, sempre meno consistente e il Congresso che si vorrebbe nel 2019

La lettera di dimissioni di Matteo Renzi. E la relazione del vicesegretario Maurizio Martina, con al centro le parole d’ordine “unità” e “collegialità”. Così la direzione del Partito democratico ufficializzerà oggi la fine dell’era Renzi. Il leader uscente potrebbe non esserci e parlare tra un mese in assemblea, ma fino all’ultimo si riserva di cambiare idea. Di sicuro non spariranno i renziani: il Pd, sostiene Matteo Orfini, non si “ricostruisce senza il contributo di Renzi”.

Ma tra i Dem si moltiplicano i ‘rumors’ su un possibile nuovo partito di Renzi, “alla Macron”. In particolare si parla di un lavorio in corso soprattutto sul fronte milanese per creare le basi per un nuovo partito dell’ex premier. Ma i suoi per ora smentiscono: non sarà più segretario, ma non molla il Pd. La ‘reggenza’ del Pd passa intanto a Martina, che in direzione annuncerà una gestione collegiale (in forme da definire) della travagliata fase di transizione. “Spetta a chi ha vinto la responsabilità del governo”, dovrebbe dire Martina, ponendo il Pd all’opposizione. E la direzione dovrebbe approvare a stragrande maggioranza le sue parole, che potrebbero essere tradotte in un documento finale.

Ma il ‘dopo’, che passa per le nomine in Parlamento e la formazione del governo, riserva tante incognite: lo stesso Orfini non chiude preventivamente a un eventuale governo del presidente sostenuto da tutti i partiti. Il tentativo è per ora evitare ‘conte’, sia oggi in direzione che la prossima settimana, quando si dovranno eleggere i capigruppo. Già si ragiona di una presidenza renziana e una di mediazione (si citano Guerini e Rosato alla Camera, Bellanova e Parrini o anche Pinotti al Senato).

E Matteo Orfini tira il Pd fuori anche dalle presidenze delle Camere, definendo “legittimo” che vadano a M5s e Lega, con una soluzione che eviterebbe dispute interne. Ma i prossimi passaggi sono tutt’altro che scontati e tra i Dem c’è chi non reputa chiusi i giochi neanche per la presidenza delle Camere: il primo ostacolo – ammettono però – è che il Pd dovrebbe essere tutto unito per trattare.

Oggi si ripartirà da dimissioni “vere” di Renzi e da una analisi della sconfitta che Martina promette non assolutoria. Poi alla metà di aprile dovrebbe tenersi l’assemblea del partito. In quella sede si dovrà scegliere se eleggere un nuovo segretario o convocare il congresso. Ma molti nel partito (tranne qualche pasdaran renziano) sembrano concordare sull’inopportunità di primarie subito, anche se questa ipotesi, nelle ultime ore, ha cominciato a essere meno “pressante”. Dunque si dovrebbe cercare un segretario ‘di unità’ in vista del congresso, da tenersi nel 2019 o, come preferirebbero i renziani, nel 2021. In questo caso la scelta potrebbe ricadere come una figura come Graziano Delrio, che per ora si tira fuori, mentre avrebbero meno chance nomi come Nicola Zingaretti (che unisce un ampio fronte di sinistra) o Carlo Calenda, vicino a Paolo Gentiloni e sempre più attivo (“E’ urgente riaprire le iscrizioni”, twitta).

Ma la resa dei conti può ancora riservare sorprese, perché gli animi sono accesi. Non si cerchi in Renzi, avverte Orfini alla vigilia della direzione, il “capro espiatorio” con “abiure” per “cancellare responsabilità” della sconfitta che sono di tutti, incluso chi “ha fatto il ministro per cinque anni” (un riferimento a Franceschini?). In un clima così incerto, la direzione si annuncia molto partecipata (secondo qualcuno potrebbe esserci anche Walter Veltroni) e le diverse aree serrano le truppe (orlandiani ed emilianiani si riuniranno prima della direzione, mentre i renziani smentiscono ‘vertici’).

Orfini, che da presidente del partito dovrebbe partecipare alle consultazioni al Colle con il vicesegretario Martina e i futuri capigruppo, afferma che sostenere un governo M5s sarebbe “la fine del Pd”. Ma Emiliano spinge per un’intesa con i Cinque stelle e i suoi avanzano il sospetto che alla fine un accordo si faccia con il centrodestra: “Renzi vuole trasformare il Pd in una bad company”, attacca Dario Ginefra.

Il declino silenzioso di Torino, ora la città si sente tradita

Politica senza visione, società civile abbandonata. Appendino al bivio: l’editoriale di Luigi La Spina

ANSA

I sondaggi. Chiara Appendino, eletta nel 2016 e accolta con indici di gradimento altissimi nei sondaggi di inizio mandato, sta scendendo nelle classifiche del consenso

TORINO

Ma che cosa sta succedendo a Torino? Dove è finita quella retorica di una città che aveva saputo allargare la sua vocazione manifatturiera al turismo e alla cultura, scoperta da turisti sorpresi e affascinati dalla sua bellezza, lanciata verso un futuro da protagonista nella competizione tra le metropoli del nuovo secolo?

Una narrazione, pubblica e privata, che, ripetuta ossessivamente dai leader di un centrosinistra che aveva governato 25 anni, aveva finito per suonare persino troppo propagandistica e rituale per soddisfare i suoi abitanti, ma che aveva indubbiamente cambiato l’immagine di Torino agli occhi degli italiani. Perché la sindaca dei «5 Stelle», Chiara Appendino, accolta con indici di gradimento altissimi nei sondaggi di inizio mandato, sta scendendo vertiginosamente nelle classifiche del consenso?

Perché sulla città, delle cui sorti si discuteva appassionatamente, dentro e fuori dai suoi confini, sembra calata una cappa di silenzio e di indifferenza, rotta soltanto dalle cronache di fatti tragici e dolorosi come quelli della notte di piazza San Carlo o degli incidenti di chi contestava il G7?

Per avanzare qualche risposta a questi interrogativi, basta partire da un elenco dei fatti avvenuti in questi mesi, a partire dal più recente, l’annuncio, da parte della sindaca, di un taglio di 80 milioni al bilancio comunale, accusando i suoi predecessori di aver detto il falso sulla realtà finanziaria dei conti pubblici e attribuendo a loro la colpa di dover operare sanguinosi risparmi di servizi ai cittadini.

Appendino: “Le multe? Questione di educazione civica”. Ma lei viaggia in auto senza cinture

 

Un annuncio che, ricevendo la sferzante replica di Chiamparino, il primo imputato di questa grave denuncia, sanziona la fine di quella intesa istituzionale tra Comune e Regione, bollata dai critici dell’uomo ancora più popolare della sinistra torinese, come «un governo Chiappendino» sulle sorti delle due più importanti poltrone del Piemonte, che potrebbe avere conseguenze imprevedibili sul futuro della politica cittadina.

Ultimi mesi, poi, costellati dagli allarmi, ripetuti e insistenti, dei leader delle categorie più importanti del mondo produttivo, professionale, commerciale, culturale torinese, dai presidenti degli industriali a quello dei costruttori, dagli albergatori a chi, con finanziamenti ridotti al lumicino, deve mantenere le attività di importanti musei, gallerie, teatri. Tutti sostanzialmente lamentando la mancanza di una chiara visione sul futuro della città, dovuta a una irrisolvibile contraddizione tra le due «anime» della maggioranza di governo «5 stelle», quella «movimentista» che fa capo al vicesindaco Montanari e quella «governativa», rappresentata da Appendino. Un carosello di preoccupazioni e di critiche che domani, con la presentazione del rapporto Rota, annuale autorevole bollettino dello stato della città, dovrebbe aggiungere dati inquietanti sulle prospettive di una Torino che ha perso definitivamente la rincorsa a Milano, ma che, addirittura, è sconfitta dal confronto con Firenze e Bologna, fino a potersi paradossalmente definire, dal punto socioeconomico, come la capitale del Sud d’Italia.

 

Le difficoltà di Appendino: tra i fatti di piazza San Carlo e la popolarità in calo

 

In attesa, dopo 4 mesi, che i parenti della vittima, i tantissimi feriti, l’opinione pubblica conoscano i primi risultati dell’inchiesta sui fatti di piazza San Carlo, risultati che potrebbero creare pure qualche difficoltà alle principali cariche delle istituzioni torinesi, la politica della città pare preda di un languore propositivo imbarazzante. La sindaca, come detto, cerca di destreggiarsi tra consiglieri che sfilano accanto ai movimenti radicali di contestazione «al sistema» e propensioni personali e familiari molto più istituzionali, ben lontane dalle tentazioni della cosiddetta «decrescita felice», ma senza concepire, o riuscire a comunicare, visioni convincenti di come ritenga possa delinearsi il futuro di Torino. Il centrosinistra sembra non aver ancor «elaborato il lutto» di una sconfitta clamorosa e imprevista, più ripiegato in se stesso che capace di offrire alla città una proposta chiara e realistica, tale da rianimare un elettorato diviso, incerto e deluso da polemiche quotidiane con gli avversari, sterili e noiose, tali da perdersi nel disinteresse generale. La destra, ininfluente da decenni sulla vita pubblica della città e priva di personalità dotate del necessario carisma, si adegua al mediocre clima generale.

 

La società cittadina, infine, quel ceto di classe dirigente che, nella svolta impressa dal sindaco Castellani a cavallo del secolo, aveva contribuito grandemente, prima ad elaborare la strategia e, poi, a collaborare alla realizzazione di quella importante e inedita esperienza di sviluppo cittadino, si sente abbandonata da una politica che non sa più né individuare un traguardo, né avere la credibilità e l’autorevolezza per suscitare attenzione e attivare l’impegno civile.

 

Si salda così, in modo curioso e sconcertante, la sensazione di un «tradimento» collettivo che accomuna ceti molto diversi. La borghesia, che in parte aveva votato Appendino al ballottaggio con Fassino, pur di scacciare il dominio «comunista» sulla città, è irritata da iniziative che colpiscono i suoi interessi, a partire dalla quadruplicata tariffa delle strisce blu per i residenti, ma e, soprattutto, dallo spettro di una città in declino, che non offre più opportunità di lavoro nel settore dell’edilizia pubblica e privata, ad esempio. Gli abitanti delle periferie, speranzosi per gli impegni elettorali della sindaca, non avvertono neppure i primi passi della promessa riqualificazione dei loro quartieri. I commercianti, vera base elettorale di Appendino, continuano a soffrire l’arrivo di nuovi supermercati e vedono inascoltati i loro allarmi sui piccoli, ma magari storici negozi, costretti a chiudere.

 

In una situazione che ricorda il vuoto dei partiti che favorì, appunto, l’avvento di Castellani nel 1993, forse toccherebbe proprio a quella società civile che si mobilitò, guidata da Salza, per supplire alla mancanza di leadership politica, prendere l’iniziativa di coordinare le tante e valide forze, produttive, professionali, le tante risorse intellettuali, tecnologiche, lavorative presenti in città per superare un momento così delicato per il futuro dei figli e dei nipoti di Torino.