Usa, segretario Kirstjen Nielsen contestata mentre cena nel ristorante messicano: “Vergogna”

L’esponente del governo Trump, in serata, ha scelto di mangiare in un ristorante messicano a Washington ed è stata contestata da un gruppo di cittadini che le hanno urlato “shame”, ossia “Vergogna!”, aggiungendo: “Se i bambini non possono mangiare in pace, allora anche tu non mangerai in pace”. Lei è rimasta impassibile finché non è intervenuta la sicurezza a ristabilire un po’ di ordine.

Kirstjen Nielsen, 46 anni, guida il Department of Homeland Security (Dhs), creato dopo l’11 settembre 2001 per meglio coordinare gli sforzi della sicurezza interna. Avvocato, esperta di cybersicurezza, a chiamarla alla Casa Bianca lo scorso anno è stato John Kelly,  capo di gabinetto di Trump, ed il il New York Times prevedeva fin da allora, per lei, un futuro più che smagliante. Ma con il tempo si è rivelata essere troppo brusca e si è fatta qualche nemico, cosa facile in uno staff presidenziale noto per le guerre interne, le numerose dimissioni e i siluramenti.

Per lei, comunque, c’è sempre un piano B, anche in caso di rovescio politico. Nielsen ha già lavorato all’Homeland Security per conto di George W. Bush: percorso che le ha poi permesso di fondare una sua società di consulenze, la Sunesis Consulting, dove si occupava proprio di questioni di sicurezza interna, cybersecurity e gestione delle emergenze. Fin dal primo momento  si è occupata dei temi che contano, dal terrorismo ai tentativi di hackeraggi russi, alle nuove leggi che riguardano l’immigrazione, visto che per l’appunto è anche responsabile della protezione delle frontiere.

A gennaio ha messo a punto un piano di revoca del permesso di soggiorno a circa 200mila salvadoregni che vivono negli Usa almeno dal 2001, anno in cui il loro Paese venne sconvolto da un terremoto e loro vennero accolti per motivi economici e umanitari.

 Pochi giorni dopo annuncia l’eliminazione del bando sui rifugiati provenienti da 11 Paesi ad “alto rischio” ma anche che i controlli per coloro che chiedono asilo diverranno molto più stringenti. “E’ di cruciale importanza sapere chi entra negli Stati Uniti”, osserva, “Queste misure di sicurezza addizionali  renderanno più complicato lo sfruttamento del programma per i rifugiati da parte di personaggi pericolosi”.

Altro annuncio il 4 aprile, quando di fronte alle telecamere fa sapere che Trump ha ordinato al personale della Guardia Nazionale di schierarsi al confine messicano per evitare l’ingresso di immigranti clandestini. La dura realtà, infatti, è che il numero dei clandestini, nonostante quasi due anni di restrizioni, è addirittura aumentato. Per lei, quindi, arriva il momento del rimbrotto.

A maggio, secondo il New York Times, lei avrebbe pensato di dimettersi dopo essere stata attaccata dal presidente Donald Trump durante un vertice di governo perché non sarebbe riuscita a rafforzare la sicurezza alle frontiere. Questo forse spiega l’atteggiamento implacabile di questi giorni ed il suo terribile “non chiederemo scusa per il lavoro che facciamo”.

Usa, lo strazio dei bimbi migranti piega i repubblicani: stop a separazioni al confine

Usa, lo strazio dei bimbi migranti piega i repubblicani: stop a separazioni al confine

Una bimba di due anni dell’Honduras piange mentre la madre viene fermata al confine tra Usa e Messico (afp)

Contro la volontà di Trump, i leader della destra al Congresso annunciano di essere pronti a votare nuove leggi.

NEW YORK – Lo strazio per i pianti dei bambini stranieri, separati dai genitori e rinchiusi in centri di detenzione, sta piegando il partito repubblicano. Contro la volontà di Donald Trump, i leader della destra al Congresso sono pronti a votare nuove leggi che impediscano le separazioni dei nuclei familiari tra gli immigrati arrestati mentre attraversano la frontiera. Al Senato è già pronto un disegno di legge presentato dal capo della maggioranza repubblicana, Mitch McConnell. Un disegno analogo è in gestazione alla Camera, anche quello è sostenuto dai leader del partito di maggioranza.

L’onda di sdegno che in America e nel mondo ha reagito alle notizie sui bambini strappati ai genitori, se non è bastata a piegare Trump ha però spinto all’azione diversi esponenti del suo partito. Il Grand Old Party rischiava una crisi interna, dopo che diversi esponenti autorevoli hanno condannato le separazioni dei minori e almeno un governatore repubblicano (Maryland) ha ritirato i suoi riservisti dalle operazioni di polizia sul confine col Messico.

I disegni di legge sostenuti dal partito del presidente prevedono anche un rafforzamento dei tribunali che esaminano le richieste di asilo. Proprio quei tribunali che nella mattinata erano stati oggetto di dileggio da parte del presidente. “Vogliono aggiungere migliaia di giudici – aveva detto Trump in conferenza stampa – ma non ci servono giudici, occorre un confine sicuro. Tanti giudici in più, ve l’immaginate quanta corruzione?”. Se l’era presa anche con gli avvocati dei migranti definendoli disonesti

Usa, si aggrava la crisi dei bambini migranti separati dai genitori: “Rinchiusi in gabbie”

La denuncia dell’Associated Press e di un gruppo di politici che hanno visitato una struttura di accoglienza in Texas. Duro intervento della First Lady Melania: “Governare con il cuore”. Oltre 2mila i minori separati dalle famiglie. L’Onu: “Inammissibile”


WASHINGTON – Bambini rinchiusi in gabbie, con bottiglie di acqua, coperte termiche e patatine, in attesa di un verdetto sulla possibilità o meno di restare negli Stati Uniti e separati dai genitori per giorni, a volte anche settimane. E’ quello che racconta chi ha potuto visitare domenica uno dei centri di detenzione per minori creati in Texas per accogliere i bambini figli di migranti irregolari, intercettati alla frontiera fra Messico e Stati Uniti. A raccontare le condizioni dei minori sono i giornalisti dell’Associated Press, ammessi domenica in una di queste strutture insieme a un gruppo di deputati americani: ai reporter e ai politici non è stato consentito scattare fotografie nè intervistare le persone incontrate. La detenzione dei minori figli di genitori che tentano di varcare clandestinamente la frontiera fra Messico e Stati Uniti è frutto della politica di tolleranza zero messa a punto nelle ultime settimane dall’Amministrazione Trump: i migranti intercettati vengono separati dai figli e portati in luoghi diversi ad aspettare il verdetto sulla possibilità di restare o meno negli Usa. La separazione può durare giorni o settimane e riguarda anche bambini molto piccoli: l’Ap racconta di una adolescente costretta a prendersi cura di una bambina piccola con il pannolino in una delle gabbie, in attesa del ritorno di un’altra parente.

Aquarius, telefonata tra Conte e Macron. Parigi: “Toni cordiali, speriamo confermi visita”

Aquarius, telefonata tra Conte e Macron. Parigi: "Toni cordiali, speriamo confermi visita"I

l presidente francese Emmanuel Macron (afp)

Lo rivela la ministra francese Loiseau, che aggiunge: “La Francia deve di più per aiutare l’Italia”. Ma Di Maio frena: “Non indietreggeremo finché non arriveranno le scuse”


ROMA – Parigi prova a voltare pagina. E invita a lasciare alle spalle il “tempo delle emozioni” sullo scontro internazionale nato attorno alla nave Aquarius. “C’è il tempo delle emozioni e il tempo del lavoro per affrontare questioni importanti come la crisi migratoria”, ha dichiarato la ministra francese degli Affari europei, Nathalie Loiseau, aggiungendo poi: “Abbiamo bisogno di parlare con l’Italia, è un grande partner, un grande vicino”. E così, dopo le scintille di ieri, nella notte il presidente francese, Emmanuel Macron, e il premier italiano, Giuseppe Conte, hanno avuto una conversazione telefonica che Loiseau definisce “cordiale”.

Nel corso del colloquio i due non si sono espressi sulla visita  del premier italiano a Parigi in programma per venerdì. “Ma ci auguriamo che venga, il presidente e Giuseppe Conte si sono visti brevemente al G7 in Canada, sarebbe interessante e utile che si vedessero più a lungo”, commenta la ministra ai microfoni della radio Europe 1, evidenziando in modo distensivo che “L’Europa deve fare di più e meglio per aiutare l’Italia”.
Per ora, il vicepremier Luigi Di Maio sembra però voler tenere il punto: “Spero che il presidente Macron si scusi, è ancora in tempo. Ma finché non arriveranno le scuse noi non possiamo indietreggiare”, ha detto il capo politico cinquestelle intervistato da Rtl 102.5. È la linea che aveva dettato ieri il leghista Matteo Salvini, da parte del quale era arrivato il veto per il viaggio di Conte in assenza di “scuse ufficiali” del presidente francese, per le accuse di “cinismo e irresponsabilità” rivolte a Roma e in particolare proprio a Salvini, artefice della chiusura dei porti italiani e della conseguente odissera della nave Aquarius. L’imbarcazione della ong Sos Mediterranée si sta intanto dirigendo verso Valencia, dopo che il neo-premier spagnolo Pedro Sanchez ha messo a disposizione quel porto per l’attracco.

“Parigi si scusi”, Salvini all’attacco  

Parigi si scusi, Salvini all'attacco

“Spero che arriveranno le scuse della Francia”. Lo ha detto il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini parlando al Senato in riferimento alla vicenda Aquarius e alle accuse di Parigi all’Italia. “Non abbiamo niente da imparare da nessuno in termini di solidarietà. La nostra storia di generosità e di volontariato – ha sottolineato – non merita di essere apostrofata in questi termini da esponenti del governo francese che spero diano scuse”. “Chiedo a Macron – ha aggiunto – di passare dalle parole ai fatti e accogliere i 9mila migranti che si era impegnato ad accogliere per dare un segno concreto”.

Poi, parlando del ruolo del nostro Paese in Europa, Salvini ha dichiarato: “In queste ore ho sentito tanti colleghi europei. Leggevo di una Italia isolata. Non siamo mai stati così centrali e così ascoltati come in queste ore”. “Io per primo sono stufo che i bambini muoiano, sono stufo di questi morti di Stato”, ha detto il ministro dell’Interno. “Non accetto, avendo due figli – ha sottolineato -, che si dica che al governo c’è chi vuole male ai bambini. Non voglio che i bambini siano messi su un gommone in condizioni di morire nel Mediterraneo, sono stufo che i bambini muoiano perché qualcuno li illude che in Italia c’è casa e lavoro per tutti”.

“Non è possibile – ha poi osservato – che siano associazioni private, finanziate chissà chi, a imporre tempi e modi dell’immigrazione”. “L’oggetto della prossima informativa sarà da dove vengono queste sovvenzioni, perché io amo il volontariato ma quando leggo che dietro c’è Soros qualche dubbio inizia a venirmi su quanto sia spontanea questa generosità”, ha aggiunto il vice premier.

Ama il prossimo tuo come te stesso, sì – ha detto Salvini -. Il mio prossimo sono le donne e i bambini che fuggono dalla guerra, questi devono avere casa loro a casa nostra”. “Ma questi non possono essere mischiati con l’immigrazione clandestina che porta solo allo scontro sociale. E ama il prossimo tuo significa anche amare i milioni di italiani che hanno perso casa, lavoro, speranza”, ha aggiunto il ministro dell’Interno.

“Se l’Europa c’è – ha continuato Salvini -, batta un colpo adesso o taccia per sempre…”. Sul Trattato di Dublino ci vuole una posizione “concordata e costruttiva. Con il collega tedesco e quello austriaco – ha annunciato – proporremo una nostra iniziativa sul fronte interno e esterno”. “Sto lavorando per essere in Libia entro giugno – ha poi aggiunto – per avere la garanzia che ci sia parità di diritti e doveri su entrambe le sponde del Mediterraneo”.

Poi, tornando a parlare dell’attacco di Parigi, Salvini ha rimarcato: “Non è un derby Italia-Francia. Non è neppure il mondiale a cui per altro non parteciperemo… Il problema è che la nostra storia di generosità e volontariato non merita di essere apostrofata in quel modo da un rappresentante del governo e spero che la Francia – ha ribadito – dia le scuse ufficiali nel più breve tempo possibile”. Lasciando il Senato il ministro dell’Interno, a chi gli chiedeva se sia in forse la visita del premier Conte a Parigi venerdì prossimo, con Macron, ha risposto: “Conte senza scuse ufficiali fa bene a non andare”.

Summit Usa-Corea del Nord, Kim Jong Un è arrivato a Singapore

Il dittatore di Pyongyang ha viaggiato su un Boeing 747, prestito del leader cinese Xi Jinping. Il presidente americano Donald Trump in volo. Lo storico vertice in programma per martedì. Potrebbe durare “uno, due o tre giorni”, secondo il capo della Casa Bianc

PECHINO – La rotta del Boeing 747 Air China, gentile prestito del compagno Xi Jinping, è stata parecchio strana. Anziché prendere la direttissima a Sud, da Pyongyang verso Singapore, l’aereo di Kim Jong-un ha puntato a Ovest, per compiere buona parte del volo sopra la terra ferma cinese. Questione di sicurezza. Ma in fondo tutta la storia del disgelo tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti è andata a zig-zag, tra incontri annunciati, cancellati e poi di nuovo rimessi in agenda. Alla fine però eccoci qui, in barba agli scettici. Il dittatore nordcoreano è arrivato questo pomeriggio, la mattina italiana, a Singapore. E il presidente americano Donald Trump, dopo aver sedotto e abbandonato il G7, ci arriverà in serata, il pomeriggio italiano. Martedì, dopo una giornata per prendere fiato e fare il punto con le rispettive delegazioni, si vedranno: il primo storico incontro summit tra un leader americano e uno nordcoreano.

Singapore blindata
Kim è atterrato alle 3 all’aeroporto di Changi. Pochi minuti dopo una delegazione di Mercedes nere ha lasciato l’area vip dello scalo alla volta della città, imboccando la strada chiusa al traffico. Il dittatore è arrivato al St. Regis, hotel di lusso dove alloggerà in una suite da 6 mila euro a notte. Quello scelto da Trump, lo Shangri-La (oltre 10 mila euro a notte), è distante in linea d’aria appena qualche centinaio di metri. Siamo nel pieno centro della città-Stato asiatica, nel quartiere delle ambasciate  che nelle prossime ore sarà una delle zone più controllate al mondo. La polizia ha predisposto check point su tutte le strade di accesso. Ogni tipo di assembramento è vietato e il governo ha schierato anche la sua squadra di soldati d’élite, i gurkha nepalesi, con il tradizionale coltello che “deve bagnarsi di sangue” ogni volta che viene sfoderato.

L’incontro sull’isola
I due leader vedranno entrambi il loro ospite, il primo ministro di Singapore Lee Hsien Loong, Kim questa sera e Trump domani. L’appuntamento per il grande giorno, martedì, è invece fissato alle 9 di mattina, quando in Italia saranno le 3 di notte. Il luogo sarà il lussuoso hotel Capella, sull’isoletta resort di Sentosa, a Sud della città. Collegata alla terra ferma da un solo ponte, è facilmente isolabile, ma non dovrebbe essere chiusa totalmente al pubblico. Sentosa è una delle attrazioni turistiche più importanti di Singapore, con alcune tra le spiagge più frequentate e un parco a tema della Universal Studios. Nei giorni scorsi l’hotel e tutto il suo personale stati passati e ripassati al setaccio dalle due delegazioni (in particolare quella americana), alla ricerca di eventuali spie o microspie.

Senza biglietto di ritorno
Sull’agenda del meeting si sa invece poco o nulla. Trump ha detto che potrebbe durare “un giorno, due, o anche tre”, a seconda degli sviluppi, ma fonti della Casa Bianca hanno definito “improbabile” l’ipotesi che si vada oltre martedì. Quello che si sa è che, come prevedibile visti i personaggi, l’incontro scombussolerà ogni canone dalla diplomazia. Secondo Bloomberg infatti Trump vorrebbe subito partire con un faccia a faccia privato con Kim, classico approccio di chi si ritiene un negoziatore vincente. Ma riuscirà a imporre l’idea? Prima o dopo i due verranno raggiunti dalle rispettive delegazioni: da parte americana il segretario di Stato Mike Pompeo (la “colomba”) e il Consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton (il “falco), da parte nordcoreana Kim Yo-jong, l’inseparabile sorella-consigliera e Kim Yong-chol, l’ex capo dell’intelligence che ha già incontrato Trump alla Casa Bianca. Mai come questa volta però è il rapporto personale, la volontà dei due leader, che conterà. Se i due si piaceranno anche dal vivo, potrebbe essere l’inizio di un (lungo, dicono gli esperti) percorso verso la denuclearizzazione. Sancito da un comunicato congiunto.

G7, nella notte Trump fa saltare tutto e attacca il premier canadese: “Debole e disonesto”

l presidente americano in un tweet: “Non appoggiamo più il comunicato finale. Ora pensiamo a dazi sulle auto importate negli Usa”. Fonti Ue: “Per noi vale l’intesa siglata”. Il Canada: “Trudeau non ha detto nulla di diverso rispetto ai colloqui con Trump”

CHARLEVOIX – Due giorni e una notte di negoziati, bilaterali, plenarie e conferenze stampa: tutto cancellato con un tweet mandato nel pieno della notte da Donald Trump  direttamente dall’Air Force One diretto a Singapore.

È del tutto inaspettata la coda che cambia il senso del G7terminato sabato sera a Charlevoix, nel Quebec. Merkel, Macron e gli altri europei avevano lavorato il presidente Usa ai fianchi per arrivare quanto meno a un comunicato finale congiunto per tenere aperto il dialogo sui dazi ed evitare quella spirale capace di gettare il mondo nella temuta guerra commerciale temuta dall’Europa. E invece no, quando tutti gli arei di Stato stavano volando verso le rispettive capitali, Trump ha mandato tutto all’aria definendo il padrone di casa, il premier canadese Justin Trudeau, un “debole e disonesto”, aggiungendo di avere dato ordine ai suoi di levare la firma dalla dichiarazione finale dei leader del G7. Con postilla velenosa: «Ora valutiamo dazi sulle auto che invadono il mercato americano». La minaccia più temuta da Merkel così come da Macron e Conte, i cui paesi importano auto negli States.

Riavvolgendo il nastro, da venerdì i grandi della terra erano riuniti al maniero di La Malbaie, in riva al fiume San Lorenzo, per cercare di ricucire gli strappi consumati da Trump sul commercio, sulla Russia e sull’Iran. L’inquilino della Casa Bianca aveva minacciato di non presentarsi, poi di non firmare la dichiarazione finale alla quale invece gli europei tenevano almeno per salvare le apparenze, per tenere la porta aperta a negoziati che potessero quanto meno evitare l’escalation nella guerra commerciale scatenata da Trump il primo giugno con i dazi su alluminio e acciaio Ue (oltre che di Canada e Messico dopo che aveva già colpito la Cina) e la risposta equivalente europea.

A Charlevoix Macron e Merkel si sono divisi il lavoro per smuovere Trump dalla linea di totale chiusura e con un’inversione di ruoli il presidente francese (forte del rapporto costruito con The Donald) questa volta ha fatto il poliziotto cattivo mentre la Cancelliera (che con Trump ha relazioni gelide) ha negoziato con pazienza. La parte tecnica è stata lasciata a Juncker, che a suon di numeri e dati ha dimostrato che i dazi non sono giustificati. Gli europei hanno attaccato e blandito Trump, arrivando a dirgli nel chiuso del vertice di capire che i suoi attacchi sul commercio sono dettati solo da esigenze di consenso interno, non dalla sua ignoranza in materia.

Uno spiraglio sabato si è aperto, Trump alla fine ha accettato la dichiarazione comune che bocciava il protezionismo e impegnava i leader a riformare il più presto possibile le regole del Wto. Un pannicello per salvare il vertice ed evitare il peggio, come successo lo scorso anno a Taormina. Tanto che Merkel e Macron riconoscevano che non era la fine delle dispute. Ma pur sempre un segnale che lascia aperta la porta al dialogo politico e tecnico che partirà tra due settimana tra Bruxelles e Washington.

Trump sabato mattina per rimarcare comunque la distanza dagli europei ha abbandonato in anticipo il vertice diretto a Singapore per lo storico incontro con Kim Jong-un. E in una conferenza stampa a sorpresa ha riassunto la furia e la speranza vissuta nell’altalentante G7 canadese. «Non possiamo accettare che gli Stati Uniti siano usati come il salvadanaio a forma di porcellino da quale tutti rubano». Ma anche l’auspicio di «un commercio libero da tariffe, barriere e sussidi».

Così nel pomeriggio i leader si sono presentati in conferenza stampa tirando comunque un sospiro di sollievo ma Trudeau da presidente di turno del G7 ha criticato Trump di fronte ai media di tutto il mondo. Furiosa la reazione di The Donald, che da 10mila metri di altezza ha imbracciato il cellulare e a suon di tweet ha smontato tutto. E ora la partita si sposta sull’auto.

Le reazioni non si sono fatte attendere. “Ci atteniamo al comunicato, come approvato da tutti i partecipanti” al G7. È  questa, secondo quanto si apprende da fonti europee, la reazione di Bruxelles al tweet di Trump. Anche il governo canadese smorza la polemica. “Ci stiamo concentrando su tutto ciò che abbiamo fatto qui al summit del G7”, ha detto l’ufficio di Justin Trudeau in una nota. “Il primo ministro non ha detto nulla che non abbia detto prima, sia pubblicamente che privatamente con il presidente Trump”.

Molestie, Lasseter annuncia le dimissioni: “A fine anno lascerò Pixar e Disney”

Abbracci e commenti indesiderati, sei mesi fa l’ammissione: “Ho creato disagi con i miei comportamenti”. Premio Oscar, è stato il padre di successi planetari come i due Toy Story

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Los Angeles – Cade un’altra testa eccellente sull’onda dello scandalo delle molestie sessuali. Il capo di Disney Animation, John Lasseter, ha annunciato le sue dimissioni, sei mesi dopo aver ammesso di aver creato disagio ad alcuni dipendenti con abbracci “non desiderati”. Il 61enne premio Oscar Lasseter, che ha saputo trasformare Pixar da piccolo dipartimento grafico al più importante studio di Animation del mondo, è stato direttore pioniere di successi planetari come Toy StoryToy Story 2.

“Gli ultimi 6 mesi mi hanno fornito l’opportunità di riflettere sulla mia vita, sulla mia carriera e sulle mie priorità personali – ha detto il manager in un una nota diffusa dalla Disney – e se rimango impegnato nell’arte dell’animazione e ispirato dal talento creativo di Pixar e Disney, ho deciso che la fine di quest’anno rappresenta il momento giusto per iniziare a focalizzarmi su nuove sfide creative”.

L’Hollywood Reporter ha descritto una serie di comportamenti scorretti da parte di Lasseter sulla base di informazioni fornite da insider di Disney e Pixar e di una dipendente, in particolare, che ha denunciato come il manager fosse noto per palpeggiamenti, baci, abbracci e commenti inappropriati sull’aspetto fisico delle donne.

 

Molestie, Weinstein incriminato per stupro

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Un grand jury ha incriminato il produttore cinematografico per stupro e abusi sessuali. Si apprende da media Usa che hanno citato l’ufficio del procuratore distrettuale di Manhattan. La decisione del grand jury è arrivata poche ore dopo che gli avvocati del produttore avevano comunicato che Weinstein non avrebbe testimoniato per non aver avuto abbastanza tempo per prepararsi.

Si è consegnato alle autorità venerdì scorso e ha appreso i dettagli delle specifiche soltanto dopo, così Harvey Weinstein non ha avuto il tempo di prepararsi per testimoniare davanti al grand jury. Secondo il procuratore di Mahnattan, Cyrus Vance Jr., l’incriminazione avrebbe portato il produttore di Hollywood “un passo più avanti nel confronto con le sue responsabilità”.

I legali difensori di Weinstein, però, non si arrendono e sono pronti a fare ricorso. Si apprende dalle parole dell’avvocato Benajmin Brafman, il quale ha affermato che il suo assistito “si difenderà con vigore” e che intende ricorrere al tribunale contro l’incriminazione.

Brasile, anche Sace all’Investment Forum 2018

Al via oggi a San Paolo il Brasil Investment Forum 2018, un’occasione di ampio respiro internazionale per approfondire con i rappresentanti del governo e i principali stakeholders del settore privato, le opportunità di investimento in settori strategici per lo sviluppo del Paese alla luce del piano di riforme che attende il nuovo Governo brasiliano. Alessandro Decio, amministratore delegato di Sace, che insieme a Simest costituisce il Polo dell’export e dell’internazionalizzazione del Gruppo Cdp, è intervenuto al panel “Financing Investment in Brazil” e ha dichiarato:
“Siamo lieti di essere gli unici rappresentanti italiani, e tra i pochi europei, a poter intervenire a questo forum e dare un nostro contributo sulle opportunità di investimento in Brasile. Un’occasione unica che conferma la reputazione e la capacità di intervento del Polo Sace Simest in questo mercato dove siamo presenti da dieci anni con un nostro ufficio a San Paolo. Nonostante le instabilità politiche ed economiche degli ultimi anni, infatti, le riforme in corso stanno spingendo il Brasile verso una fase di ripresa che offrirà ancora significative opportunità per export e investimenti italiani. Con un’esposizione di quasi un miliardo di euro, il Brasile si conferma il primo mercato in America Latina nel nostro portafoglio, e stiamo valutando nuove operazioni per un ulteriore miliardo di euro nell’oil&gas, petrolchimico, infrastrutture, meccanica strumentale ma anche beni di consumo. Numeri significativi che però non riflettono in pieno le potenzialità di questo mercato per le nostre imprese. Siamo, pertanto, pronti ad avere un ruolo sempre più proattivo, come dimostrano i primi dialoghi avviati con importanti buyer locali volti ad agevolare e rafforzare la competitività delle nostre esportazioni in settori chiave per lo sviluppo del Paese”.