L’avvocato online: perché e come scegliere la consulenza legale a portata di click

Sempre più utenti, ormai anche in Italia, cercano l’avvocato online. Cerchiamo di capire perché lo fanno, quali sono i servizi più richiesti ad un avvocato online, i vantaggi riscontrati e gli errori da non fare per conoscere meglio questa realtà che ormai ha preso piede nella ricerca avvocati in Italia.

In altri Paesi quella della ricerca degli avvocati su internet è una realtà consolidata da molti anni. Non solo: negli USA si tengono regolarmente udienze via skype, in Olanda sono stati aperti anche studi legali esclusivamente virtuali per servizi di consulenza giuridica personalizzata a tempi record. Non bisogna cercare fisicamente lo studio dell’avvocato né prendere appuntamento per una consulenza legale. E in Italia?

Basta dare un’occhiata rapida ai motori di ricerca per rendersi conto che molti utenti cercano avvocati online. La comparazione permette di scegliere tra i nominativi dei professionisti nella propria città e per la materia di specializzazione oppure in alternativa si può porre un quesito e lasciare che sia l’avvocato online esperto in quel settore a fornire un parere legale orientativo.

A livello pratico i vantaggi della consulenza legale online sono facilmente intuibili: si ottimizzano tempo e denaro.

Come emerge dall’analisi dei motori di ricerca e dalla presenza degli avvocati online, sono molto ricercati studi legali a Milano, a Roma e nelle altre grandi città. La ragione è facile da comprendere: prima di tutto è intuitivo che gli avvocati a Roma o Milano sono più numerosi che in città più piccole e quindi per i professionisti internet diventa uno strumento importante per distinguersi dalla concorrenza; d’altra parte per chi vive in città così grandi sarebbe impensabile bussare di porta in porta a tutti gli studi legali di Milano. Anche circoscrivendo la ricerca dell’avvocato in città ad alcune zone, la selezione potrebbe diventare estenuante: e sappiamo bene quanto nelle materie legali il tempismo possa essere determinante. Uno dei vantaggi della consulenza legale online è proprio la rapidità dei tempi di risposta.

Tuttavia non si deve commettere l’errore di pensare che la ricerca di avvocati online sia una soluzione utile potenzialmente solo per chi vive in realtà dispersive. Immaginiamo il caso diametralmente opposto, ovvero quello dell’utente che vive in un piccolo centro abitato dove l’unico studio legale è specializzato in una branca del diritto diversa da quella che attiene al suo caso o in cui lavori un professionista al quale, per ragioni personali di diversa natura, non si voglia affidare la propria difesa.

Abbiamo visto sopra come, contattando un avvocato online, sia possibile ottimizzare il tempo dedicato alla ricerca di un buon avvocato, il che si traduce anche indubbiamente in un risparmio economico (anche perché per la consulenza legale su internet il professionista non dovrà sostenere alcuni dei costi di gestione dello studio legale).

Ma attenzione a non cadere nell’errore di considerare la consulenza legale online come una prestazione dovuta a titolo gratuito e quindi a non pretendere il servizio dell’avvocato gratis. Ne parliamo con cognizione di causa perché sono molte le persone che a volte cercano una consulenza online gratuita per evitare di pagare l’onorario al professionista. Internet ha avuto il grande merito di rendere l’informazione accessibile su larga scala ma, contemporaneamente, anche la disinformazione è dilagata.

Un esempio tipico è quello delle diagnosi mediche: nel 99% dei casi ormai chi accusa dei sintomi di malessere fisico si affida alla rete in cerca di una spiegazione senza verificare l’attendibilità della fonte medica; lo stesso vale per il settore legale. Questa è una delle ragioni per le quali è auspicabile la presenza di professionisti in rete che mettano a disposizione degli utenti competenza e preparazione. E questa è la differenza in termini di attendibilità tra forum di consigli tra utenti e consulenze legali online fornite da avvocati.

La reputazione Digitale

Inseguendo il numero di follower, clic e mi piace, abbiamo dimenticato che nel mondo digitale, il più importante non è la popolarità, ma la reputazione. Per il vocabolario Treccani “la reputazione è la stima e la considerazione in cui si è tenuti dagli altri”. Molti credono che nella reputazione digitale ci siano tutti i dati e le notizie che si trovano online su una persona o un marchio. Che è solo parzialmente vero. Questa, se non altro, è l’identità digitale e viene creata con dati volontari e non intenzionali e metadati generati da ciascun utente. Quindi, qual è la reputazione digitale? Come spiega Matteo Flora durante una lezione al Wired Festival, “la reputazione è una percezione che non ha nulla a che vedere con la realtà. In un mondo perfetto, la realtà e la reputazione dovrebbero coincidere, ma non è questo il caso. “Accade raramente che le due cose coincidano in parte.
Pertanto, possiamo creare la nostra identità digitale con le nostre azioni sul web e social e questo può aiutarci a costruire una parte della nostra reputazione, ma non dobbiamo dimenticare che stiamo soffrendo. Solo una leggerezza, solo un tweet o una frase sfortunata scritta su Facebook, solo una foto o un video che ci ritrae mentre facciamo o diciamo cose che sono eccessive o sbagliate e che possiamo essere sopraffatti. Senza pietà Perché la massa giudica, condanna e distrugge tutto ciò che incontra senza possibilità di appello.
Sfortunatamente, ci sono molti casi simili, passati e recenti. Lo scrittore John Ronson loro raccolti nel libro “Lei è stato vergognoso pubblicamente,” raccontare storie di persone che hanno perso il lavoro e avevano la loro vita precipitare a causa di errori numerici, più o meno gravi. Perché “Internet non dimentica” e, quindi, anche quando la tempesta perde la sua intensità, la trama rimane “online”. E ogni nuovo datore di lavoro o potenziale nuovo amico e / o fidanzato o fidanzata, prima o poi, fa una ricerca su Google per scoprire chi è di fronte a lui. E molto spesso – anche senza raggiungere i limiti che ho appena menzionato – quello che trova non è esattamente ciò che l’argomento della ricerca avrebbe su di lui.
Per non parlare di quelli che deliberatamente distruggono la vita degli altri con il digitale. Molti ricorderanno la tragedia di Tiziana Cantone, Napoli 31 anni che si è suicidato nel settembre 2016, dopo la distribuzione di video hot pubblicate online e rimbalzò sui social network, generando migliaia di commenti a dir poco vergognoso. La gente ha urlato e giudicato. E lei è stata uccisa per la vergogna. E Alfredo M. che si è svegliato un anno fa coperto di insulti. Lui non ha fatto nulla. Ma un messaggio falso si diffuse su Facebook e WhatsApp lo accusò di essere un pedofilo. In poco tempo, più di 20.000 persone hanno rilanciato questo falso messaggio e Alfredo si è trovato sopraffatto dagli insulti e dagli attacchi sociali nella vita reale (auto vandalizzate per crimini personali). Come lui stesso ha detto a Vice: “Trovare la persona che ha iniziato tutto è molto difficile e danneggiare un messaggio che è diventato virale è una missione praticamente impossibile per chiunque. Ancora più aspra e sconvolgente la conclusione di Alfredo: “Come ti difendi da una accusa che semplicemente non esiste?”
Non puoi davvero fare qualcosa per difenderti? A parte la polizia postale per denunciare gli abusi, cosa può fare un cittadino? Secondo Flora, deve “essere pronto”. In altre parole, dobbiamo imparare a implementare i “processi di reputazione”. Perché se in precedenza “il problema della reputazione digitale era la prerogativa che le figure pubbliche oggi sono un problema che può colpire tutti, nessuno la esclude”. Pertanto? “Dobbiamo osservare ciò che viene detto su di noi e aprire e gestire la nostra presenza sociale con intelligenza e cautela sempre maggiori”. Avere una forte reputazione digitale è il primo argine in caso di attacchi. Perché “la reputazione digitale non può essere comprata e quando è compromessa, è molto difficile da ricreare”, soprattutto perché i semplici mortali non hanno i mezzi di giganti come la Volkswagen per dimenticare il loro “dieselgate” . Poiché Internet non dimentica, la massa è sempre stata animata dalla pietà e, secondo Flora, la reputazione “è una percezione che non ha nulla a che fare con la realtà”. Per Pier Luca Santoro di DataMediaHub invece “la reputazione ha una dimensione sociale, dipende da come ciò che facciamo / diciamo viene percepito dagli altri e da come gli altri parlano di noi [in una parola]. è molto concreto anche se “immateriale”. “Pensaci.

Cristian Nardi Tra gli esperti italiani nella cancellazione link dalla rete.

Ogni mattina Maria Giglio esercita una titanica forza di alzarsi dal letto, si siede davanti al computer e digita due parole: Tiziana Cantone . Chi è questa ragazza? Facciamo lo stesso e cerchiamo il tuo nome su Google. Nei risultati appaiono parole come “suicidio”, “video porno”, “fellatio” . Inoltre una voce in Wikipedia, alcuni meme e diversi articoli pubblicati nei media. Vediamo che è una ragazza con la pelle scura, sorridente, labbra carnose, capelli lunghi color ebano e lineamenti marcati. Il suo aspetto sembra emergere dallo schermocome se volessi invadere lo spazio, chiedere giustizia o risolvere aspetti della sua vita che non avrebbero mai dovuto accadere.

cristian nardi

Nel pomeriggio del 13 settembre 2016, la zia è scesa nel seminterrato della casa di sua sorella, la già citata Maria Giglio e madre di Tiziana, e ha trovato la sua nipote morta. Aveva solo 31 anni . La causa? Un video porno che presumibilmente il suo fidanzato è andato online e che è diventato virale in tutto il paese in pochi giorni. Le ragioni non sono ancora chiare, sebbene tutto suggerisca che Cantone abbia avuto una relazione tossica con il suo partner, Sergio Di Paolo. Controller, possessivo e violento. “Mia figlia aveva paura di lei ” , dice Maria Teresa in un’intervista a “L’Atlantico”. Tiziana ha lasciato il suo lavoro e la sua città e ha iniziato il processo per cambiare il suo nome. È stato invano Ma purtroppo la storia non finisce qui. La diffusione video attraverso tutti i canali: Facebook, Instagram, WhatsApp e siti per adulti. ” Stai facendo il video? Bravo!” ( “Stai registrando? Bravo!” In spagnolo), pronuncia la giovane video alla volta. Ben presto, questa frase è diventata meme, è stato parodiato sui canali YouTube, stampate su t – shirt e casi di telefono anche mobili in vendita su eBay. Due giocatori italiani creato la propria versione del video imitare la scena in un supermercato. Anche i presentatori fatto una sintonia radio nazionale con la frase.

La prova per Tiziana e sua madre era appena iniziata. Un anno dopo la trasmissione del video, Tiziana era ancora oggetto di derisione pubblica e persecuzioni da parte dei media. Lasciò il suo lavoro e la sua nativa Napoli prima del bisogno di nascondersi e iniziò il processo per cambiare il suo nome. Ma tutto era invano, poiché era assolutamente impossibile che il video non continuasse a diffondersi. Alla fine, ha deciso di intraprendere un’azione legale e portare in tribunale il suo fidanzato, le società tecnologiche e le autorità locali per consentire la condivisione del file. Solo contro il mondo, hapassato la vita a cercare di riparare la sua reputazione malconcia.

Per Maria Giglio, la lotta per l’onore della figlia e la sua tragica morte è appena iniziata

La sua strategia alla fine ha dato i suoi frutti. Il 5 settembre 2016, Tiziana ha vinto il “diritto all’oblio”, una sentenza che consente alle persone di rimuovere i link ai loro nomi da siti Web e motori di ricerca. Alla fine, un tribunale ordinò che tutti i video fossero rimossi dalle ricerche di Google e Facebook, tra molti altri siti web. Tuttavia, sfortunatamente, la celebrazione della famiglia era piuttosto effimera . Il giudice ha anche ordinato che Tiziana dovesse pagare le spese legali, circa 20.000 euro. Una settimana dopo, la giovane donna si tolse la vita.

Nell’anno e mezzo da allora, l’immagine di Tiziana, dopo tutti i fenomeni virali, sembra essersi attenuata e ha iniziato a svanire. Ma per sua madre, la lotta per l’onore della figlia e la sua tragica morte è appena iniziata. Maria Teresa ha adottato una nuova via legale: incolpare e andare contro le società di Internet per non aver eliminato i video di sua figlia in tempo. Forse, se fossero stati di fretta, il destino di Tiziana sarebbe stato un altro. Google o Facebook potrebbero eliminare alcuni risultati delle loro ricerche, ma Maria sostiene che, come parte del diritto all’oblio, è anche responsabilità del gigante tecnologico eliminare meme, parodie e resti sparsi. che identificano ancora Tiziana.

La persecuzione che Tiziana ha sofferto era così dura che l’unico posto dove poteva rifugiarsi era la chiesa

Quando i video sono apparsi per la prima volta, madre e figlia sono fuggite da Napoli. Anche se il suo indirizzo email non è stato pubblicato, la gente l’ha trovata e ha iniziato a inviare le sue minacce di morte. Doveva anche spegnere il cellulare quando le notifiche di Instagram e Facebook contenevano solo messaggi con insulti e fastidi da persone anonime. Il fenomeno ha dato tanto a se stesso, che anche nei centri commerciali la gente lo ha fermato per prendere i loro telefoni per fotografare la ragazza più famosa del momento che sembrava praticare il sesso online . La perversità della massa sociale sembrava non avere limiti e la chiesa locale era l’unico posto in cui sembrava sentirsi al sicuro.

Maria Giglio vive attualmente con sua sorella e sua madre di 91 anni nella provincia di Mugnano di Napoli, una remota città alla periferia di Napoli decorata con affreschi dipinti e strade acciottolate. La madre doveva allevare Tiziana da sola, la sua unica figlia. Erano i migliori amici e inseparabili , andavano in vacanza insieme e conversavano al telefono tutti i giorni. ” Come sorelle”, come la descrive Maria Teresa. “Quando siamo tornati a casa, abbiamo condiviso un letto e siamo rimasti alzati fino a tardi a parlare della vita”, dice.

DANIEL BORASTEROS

Da bambina, Tiziana era una ragazza molto felice e divertente, una felicità che si spense e si oscurò non appena raggiunse l’adolescenza. Dopo gli studi di danza classica, ginnastica e pianoforte, si iscrive alla giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Una depressione ha decimato la sua vita da studente e non è riuscito a finire la gara. La morte di suo nonno, ” la figura paterna ” descritta da Maria Teresa, gli spezzò il cuore. Tiziana soffriva anche di ansia e disturbi alimentari. Prima della sua morte, aveva tentato di uccidersi almeno due volte , dice sua madre.

La relazione madre-figlia cambiò completamente quando incontrò il suo compagno più tardi. Sergio di Paolo , con cui ha iniziato a uscire due anni prima dell’incidente, era un ragazzo possessivo, invidioso e dominante Tiziana si è persino rifiutata di andare con la sua famiglia sull’isola di Capri in vacanza perché le ha chiesto di farlo. “Mia figlia aveva paura di lui”, confessa Maria Teresa. Quando il video è diventato virale, i media italiani hanno offerto la versione che erano stati inviati volontariamente dalla ragazza al suo fidanzato e ad altri quattro contatti di WhatsApp e che erano stati resi pubblici senza il suo consenso. Ora, Maria crede che sua figlia fosse sotto l’effetto di droghequando fu registrata.

Era pallida e piena di lividi, voleva portarla in ospedale ma lei rifiutò

Al suo arrivo a casa, la madre notò che sua figlia era molto preoccupata. “Era la prima volta che vedevo mia figlia così nella mia vita”, dice. “Era pallida e coperta di lividi, voleva per prendere il suo ospedale, ma lei ha rifiutato e appena detto, ‘Mamma, per favore portami a casa, voglio solo per stare con te. Portami via da qui'” . Il suicidio è diventato il titolo di agenzie di stampa in tutto il mondo. In Italia, l’attenzione eccessiva il caso ha portato i giornalisti a sviluppare notizie molto veloce , non c’è tempo per contrastare la sua veridicità, in modo che alla fine accontentarsi di qualsiasi informazione, sia vero o no.

Mentre le molestie continuavano, madre e figlia cominciarono a cercare modi per cancellare tutti i contenuti dei motori di ricerca, dei social network e delle pagine porno. Pertanto, hanno cercato in qualsiasi modo di ottenere il “diritto all’oblio” . Queste richieste generano controversie, poiché vi sono dubbi su chi dovrebbe determinare cosa è irrilevante o nocivo e a chi dovrebbe essere concesso questo diritto. I suoi detrattori sostengono che l’eliminazione di tali contenuti può essere considerata come censura e limite di accesso alle informazioni.

La corte ha stabilito che nessuno era colpevole di incitare Tiziana al suicidio

Dopo la morte di Tiziana, la procura napoletana ha aperto un’inchiesta con il cosiddetto “incitamento al suicidio”. Quattro uomini sono stati interrogati, incluso il loro ex-ragazzo. All’inizio , l’avvocato di Maria ha finto di costringere Apple a concederle il permesso di accedere all’iPhone bloccato di Tiziana, sperando di identificare chi era la prima persona a condividere il video. Non ha funzionato Google, Facebook e altri siti sono tenuti per legge a rimuovere contenuti che violano le regole della piattaforma o se richiesto dalla legge. Nel caso di Tiziana, il gigante tecnologico ha affermato di aver cancellato tutti i link al contenuto in poche ore.

Il 25 maggio dello stesso anno, il diritto all’oblio verrà aggiornato quando entrerà in vigore il nuovo regolamento generale sulla protezione dei dati dell’Unione europea, una legge ampia che limita il modo in cui le aziende utilizzano e raccolgono i dati dagli europei . Le aziende dovranno essere specifiche e trasparenti con i loro utenti in termini di utilizzo delle loro informazioni personali e di divulgare in ogni momento i dati che vengono memorizzati in esse. La legge offre inoltre agli utenti il ​​diritto di cancellare i propri dati, comprese le informazioni relative a una persona che può essere utilizzata per identificarli, come il loro nome, foto e pubblicazioni sui social network. Precisamente tutto ciò per cui la madre di Tiziana ha combattuto.

Sono morto anche quel giorno. Ma se sono ancora vivo, è perché ho ancora una missione. Sono convinto

Lo scorso dicembre, un tribunale ha stabilito che nessuno era colpevole di incitamento al suicidio Tiiziana. Pertanto, Maria sta lavorando con uno studio legale e Cristian Nardi, un esperto di sicurezza on-line locale che ha offerto aiuto alla famiglia di prendere un’azione legale contro Facebook Italia . Il loro argomento è che la società ha contribuito a consentire la diffusione di video.

“A differenza di altri paesi, come la Gran Bretagna o l’ Stati Uniti, non v’è alcuna legge per il porno vendetta “, dice Nardi. “Questo non è previsto da aziende di tecnologia per rimuovere rapidamente i contenuti per proteggere la privacy e la diffamazione delle vittime. I processi di appello attuali sono troppo lenti e cambiano, quello che è successo a Tiziana accada di nuovo .” Questo è esattamente ciò che egli teme Maria del Giglio.

ENRIQUE ZAMORANO

Ogni giorno Maria si alza per continuare a cercare su internet il nome di sua figlia. Sicuramente leggere questo stesso articolo. Crede ancora che il video sia ancora ospitato su pagine pornografiche con etichette orribili che non riveleremo qui. La morte di Tiziana è entrata nel portale Know Your Meme e nella frase “Stai registrando? Bravo!” Ha una sua pagina nel Dizionario Urbano. María dice che questi resti digitali le impediscono di ricordare sua figlia com’era, “bella e sorridente”. Per concludere, dichiara: “Sono anche morto quel giorno, ma se sono ancora vivo, è perché ho ancora una missione, sono convinto”.

Federazione nazionale della Stampa italiana

Federazione nazionale della Stampa italiana e Unione stampa periodica italiana (Uspi) hanno siglato oggi a Roma, nella sede della Fnsi, il contratto nazionale che regolerà per il prossimo biennio i rapporti di lavoro dei giornalisti impiegati nelle testate periodiche di informazione a diffusione locale, anche online. Tra le novità, il riconoscimento come lavoro giornalistico di una serie di figure professionali che si sono sviluppate nelle piattaforme digitali e multimediali.

TESTO IN https://assostamparegionali.wordpress.com/2018/05/24/firmato-il-contratto-fnsi-uspi-ora-anche-lon-line-ha-le-sue-regole/

 

Il testo dell’accordp Uspi/Fnsi inhttp://www.uspi.it/news_allegati2013/VERBALE%20DI%20ACCORDO%20LAVORO%20DIPENDENTE-2(1).pdf

 

Come rimuovere link lesivo dalla rete

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Il colosso di internet ha predisposto un modulo online attraverso il quale i cittadini europei possono richiedere la rimozione di link dai risultati di ricerca. “Esamineremo ogni richiesta cercando di bilanciare il diritto alla privacy con quello all’informazione”, dice un dirigente Google, ricordando che una sentenza della Corte Ue del 13 maggio “richiede a Google di prendere decisioni difficili in merito al diritto di un individuo all’oblio e al diritto del pubblico di accedere all’informazione”. Per questo, continua, “Stiamo creando un comitato consultivo di esperti che analizzi attentamente questi temi. Inoltre, nell’implementare questa decisione coopereremo con i garanti della privacy ed altre autorità”.

Sulla pagina messa online da Google (qui il link) ci sono tutte le istruzioni per far rimuovere dai risultati delle ricerche i contenuti ritenuti lesivi (che non saranno quindi più indicizzati). Saranno cancellati quelli che “includono informazioni obsolete sull’utente” e quelli che non hanno “informazioni di interesse pubblico, ad esempio se riguardano frodi finanziarie, negligenza professionale, condanne penali o la condotta pubblica di funzionari statali”. Per richiederne la rimozione basta inserire i propri dati (o quelli del proprio assistito se l’istanza è avviata da un avvocato), spiegare brevemente il perché debbano essere cancellati e allegare una copia del documento di identità.

Garante della privacy videosorveglianza “intelligente”

privacy videosorveglianza

Con provvedimento n. 102 del 22 febbraio 2018 il Garante della privacy ha affermato che l’utilizzo di sistemi di sicurezza superiori alla media è giustificato se, per la delicatezza del sito in questione, esiste un’esigenza non solo di tutela del patrimonio aziendale ma di protezione del personale e dei clienti da possibili atti terroristici o sabotaggi.

Il Garante si è pronunciato a seguito di una richiesta di verifica preliminare avanzata da una società impegnata nell’attività di studio, progettazione e assistenza nel settore dei servizi informatici e telematici. La stessa, con l’obiettivo di innalzare il proprio livello di sicurezza, ha scelto di dotarsi di un impianto di videosorveglianza c.d. “intelligente” in grado di riscontrare in tempo reale comportamenti anomali o possibili illeciti da parte di personale interno ed esterno. L’infrastruttura consentirebbe di rilevare determinati movimenti al di fuori di tracciati predefiniti, oltre a identificare il soggetto nel momento in cui risultasse immobile all’interno di una specifica area ed inoltre individuare i veicoli fermi in prossimità di zone sensibili.

La società richiede inoltre l’autorizzazione del Garante della privacy affinché le immagini frutto dell’attività di videosorveglianza vengano conservate per un arco temporale di 90 giorni, periodo ritenuto congruo per verificare comportamenti di soggetti che svolgono un’attività di sopralluogo e studio dello stabilimento, preliminare all’evento criminoso.

Si rammenta che con provvedimento dell’8 aprile 2010 lo stesso Garante stabilisce che la conservazione delle immagini debba essere limitata alle ventiquattro ore successive alla rilevazione fatte salve specifiche esigenze che giustifichino un tempo maggiore comunque non eccedente la settimana. Oltre i sette giorni è necessaria l’autorizzazione del Garante.

Sempre nella richiesta di verifica preliminare la società rende noto che i sistemi di videoregistrazione sarebbero programmati per effettuare la cancellazione automatica dei dati allo scadere del termine. Gli stessi sono collocati in un’area riservata ai soli appartenenti al dipartimento sicurezza, autorizzati e muniti di apposito badge.

Il Garante è chiamato a valutare se il predetto impianto di videosorveglianza “intelligente” è conforme ai principi di necessità, finalità, proporzionalità e correttezza richiesti dal Codice in materia di protezione dei dati personali (Dlgs. 196/2003). In linea di massima, afferma l’Autorità, tali sistemi “devono considerarsi eccedenti rispetto alla normale attività di videosorveglianza, in quanto possono determinare effetti particolarmente invasivi sulla sfera di autodeterminazione dell’interessato e, conseguentemente, sul suo comportamento”. Ma, continua il Garante, il loro utilizzo “risulta comunque giustificato solo in casi particolari, tenendo conto delle finalità e del contesto” da valutarsi di volta in volta.

In un’ottica di equilibrio tra impianti di videosorveglianza e finalità che ne giustificano l’utilizzo, l’Autorità ritiene che le particolari esigenze della società, non limitate alla sola tutela del patrimonio aziendale, ma estese alla protezione del personale e dei dati della clientela di fronte ad azioni di sabotaggio o attacchi terroristici giustificano un livello di controllo “intelligente”, come tale superiore alla media.

Sulla falsariga delle valutazioni precedenti, il Garante ritiene che un ampliamento a 90 giorni dei termini di conservazione delle immagini possa essere lecito e conforme ai principi di necessità e proporzionalità richiesti dal Codice della Privacy. Ciò in considerazione delle ragioni (valutazione di comportamenti sospetti) e soprattutto delle dichiarazioni rese dalla società tali da escludere, a giudizio del Garante, che dall’utilizzo delle immagini per un periodo così ampio possano conseguire “significative lesioni alla riservatezza degli eventuali soggetti interessati alla rilevazione delle immagini”.

GDPR, ok del Garante Privacy al decreto di adeguamento ‘Per i social età minima 14 anni’

Via libera in tempi stretti del Garante Privacy allo schema di decreto legislativo per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del nuovo Regolamento (Ue) 2016/679 sulla Data Protection (GDPR).

Via libera in tempi strettissimi del Garante Privacy allo schema di decreto legislativo per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del nuovo Regolamento (Ue) 2016/679 sulla Data Protection (GDPR), che entra pienamente in vigore il 25 maggio. Ora la palla passa alle Camere, sperando che non si vada alle calende greche.

Oggi in Senato (sono le Commissioni speciali che in questo periodo esaminano gli Atti del Governo, in attesa del nuovo esecutivo) alle ore 14,15 è inserita nell’ordine del giorno la discussione sull’”Adeguamento normativa nazionale circa la protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali”.

Il decreto dovrà tornare poi a Palazzo Chigi e ottenere il via libera definitivo del Consiglio dei Ministri (dovrà prima esserci anche l’ok di cinque ministeri: Giustizia, Affari esteri, Economia, Sviluppo economico e Pa). Insomma, l’Italia partirà comunque in ritardo e il nuovo regolamento entrerà in vigore senza il necessario adeguamento della nostra normativa al nuovo quadro di riferimento europeo. Non siamo soli, però avremmo potuto e dovuto fare di più.

 

Data Retention a 72 mesi, Garante chiede cancellazione

Il parere del Garante Privacy mette in evidenza alcune posizioni critiche dell’Autorità, che ribadisce l’opportunità di alcune modifiche e integrazioni, in particolare in materia di Data Retention con il prolungamento fino a 72 mesi (sei anni) dell’obbligo di conservazione de dati di traffico telefonico e telematico, nonché alle chiamate senza risposta per anti-terrorismo. “La conferma di tale deroga determina rilevanti criticità…in ordine al rispetto del principio di proporzionalità tra esigenze investigative e limitazioni del diritto della protezione dei dati dei cittadini”, si legge nel parere del Garante, che da tempo sostiene questa posizione e chiede al Governo di espungere dal decreto questa norma perché appunto sproporzionata.

 

Preoccupazione per la Piattaforma digitale nazionale dei dati

Il Garante esprime poi “preoccupazione” per le disposizioni del CAD in materia di Piattaforma digitale nazionale dei dati (articolo 50) finalizzata a favorire la conoscenza e l’utilizzo del patrimonio informativo, detenuto, per finalità istituzionali, dai soggetti pubblici che in fase sperimentale sarebbe affidata al Commissario Straordinario per l’Attuazione dell’Agenda Digitale. “La pur necessaria valorizzazione del patrimonio informativo pubblico non deve, infatti, avvenire a discapito della tutela dei diritti fondamentali e con possibili ricadute anche in termini di sicurezza nazionale”, si legge nel parere del Garante, che teme quindi la concentrazione presso un unico soggetto di informazioni, anche sensibili e sensibilissime, con evidenti rischi di usi distorti e accessi non autorizzati di dati sensibili condivisi.

Trattamento illecito, chieste sanzioni penali ‘per danno’ e non solo ‘per profitto’

Per quanto riguarda gli illeciti penali e amministrativi del trattamento illecito di dati (art. 167 dello schema di decreto) il Garante chiede di valutare, per stabilire sanzioni penali, “quale oggetto alternativo del dolo specifico il danno e non solo il profitto”. In altre parole, il reato di uso illecito dei dati secondo il Garante dovrebbe valutare soprattutto il danno d’immagine e reputazionale della vittima e non solo il profilo del mero profitto economico dell’autore dell’illecito. Una differenza sostanziale e quanto mai opportuna, considerata la marea di casi in cui la vittima di un uso distorto dei dati personali resi di pubblico dominio senza autorizzazione per danneggiare qualcuno ha distrutto la reputazione, se non addirittura la vita, di un numero sempre crescente di vittime.

Uso dei social, età minima 14 anni

In relazione ai servizi della società dell’informazione, il Garante Privacy fissa a 14 anni (e non a 16) l’età minima per iscriversi ad un social network. Il ragionamento è questo: se a 14 anni un ragazzo può denunciare atti di bullismo e dare il suo consenso all’adozione, sarebbe incoerente non consentirgli anche di iscriversi ai social a quell’età, tanto più che lo schema di decreto, in relazione ai servizi dell’informazione, indica che è consentito “il trattamento dei dati personali del minore di età inferiore a sedici anni”.

Riutilizzo dei dati a fini di ricerca o fini statistici

Il Garante solleva alcuni dubbi sulla nozione di “riutilizzo” che non viene definita dal decreto, che “coincide con l’utilizzo da parte di terzi, a fini commerciali o non commerciali, diversi da quelli iniziali per i quali le informazioni sono state prodotte, e riguarda soltanto i documenti contenenti dati pubblici (indipendentemente che si tratti di dati personali o meno) nella disponibilità di pubbliche amministrazioni e di organismi di diritto pubblico”.

A scanso di equivoci, il Garante suggerisce di sostituire il termine “riutilizzo” con quello di“trattamento ulteriore da parte di terzi”.

Assegno di mantenimento, si torna a parlare di tenore di vita

Dopo la rivoluzionaria sentenza relativa al caso Grilli di recente il Procuratore Generale della Cassazione ha evidenziato la necessità di ripristinare il tenore di vita goduto durante le nozze.

Il Procuratore Generale della Cassazione, il 10 aprile 2018, ha evidenziato la necessità di ripristinare il tenore di vita goduto durante le nozze, quale riferimento nella valutazione del diritto del coniuge debole a ricevere l’assegno di divorzio. E in tal senso ha chiesto alle Sezioni Unite di pronunciarsi.

A sottoporre la questione al Collegio esteso è stata una moglie che, dopo il “cambio di rotta” inaugurato dalla vicenda Grilli, aveva subito la revoca dell’assegno mensile di divorzio di quattromila euro. Il deposito della sentenza è previsto tra circa un mese ed è attesissimo, posto che confermerà o meno il verdetto, rivoluzionario, della sentenza cd. Grilli (n. 11504/2017) – cui ha fatto seguito la clamorosa definizione della nota vicenda “Berlusconi-Lario” – che aveva sostituito al parametro, sino ad allora granitico, del “tenore di vita” quello dell’indipendenza o autosufficienza economica del richiedente.

Il “cambio di rotta” aveva però dato vita a un filone di sentenze invero preoccupanti per il coniuge debole, solitamente la moglie, in quanto andavano considerando i due ex coniugi come persone totalmente distinte, a prescindere dal vissuto comune, più o meno lungo, a prescindere cioè dalla loro storia familiare e personale, dai sacrifici e dalle scelte che fino a quel momento avevano fatto comodo a entrambi. Perché “sposarsiè un atto di libertà e autoresponsabilità”. Il che è senz’altro innegabile, quanto meno al giorno d’oggi, in cui certamente (salvo eccezioni, sempre possibili) i matrimoni “combinati” e imposti non esistono più.

Anche separarsi, allora, è un atto di libertà, ma questo non può significare che tanto chi decide quanto chi subisce la decisione separativa possa essere anche libero di rinnegare e ripudiare il progetto comune, condiviso tra l’esercizio delle due libertà.
Il riferimento non è, ovviamente, alle rarissime Veronica Lario, bensì alla stragrande maggioranza di quelle donne italiane che hanno riservato alla famiglia le energie che non hanno speso in un lavoro fuori dalle mura domestiche, prodigandosi anche per sostenere l’attività lavorativa del marito.

Ebbene, queste mogli e mamme, dopo la sentenza Grilli, si sono viste, di default, cancellare (o non riconoscere) il benché minimo diritto legato o collegato alla solidarietà post matrimoniale.

Fortunatamente però, in mezzo a giudici severi e ligi al pensiero della Suprema Corte, ci sono stati, qua e là ma con sempre maggiore vigore, Tribunali se vogliamo più “tradizionalisti”, che non hanno saputo cancellare tanto il passato della giurisprudenza quanto il passato dei “poveri” coniugi più deboli.
Infatti, ancor prima delle conclusioni del PG alle Sezioni Unite, si sono aperti “spiragli” nel pensiero del giudice, sia di merito sia di legittimità. Ed hanno sempre avuto eco mediatico.

Così due ordinanze della Cassazione (la prima più datata, n. 28994/2017 e la seconda recente, n.7342/2018) che hanno attribuito rilevanza l’una alla durata delle nozze (27 anni di matrimonio) e l’altra all’età del richiedente (65 anni) e a queste ex mogli hanno garantito la solidarietà post coniugale, a prescindere dall’asettico concetto di autosufficienza.
Le Sezioni Unite sono quindi chiamate a mettere ordine in uno scenario complesso, nel quale, da maggio 2017, non si è registrata una linea unitaria.

Certamente il PG ha espresso un pensiero di buon senso, perché è vero che ogni vita, ogni famiglia, ogni storia ha le sue peculiarità e non esiste, né può esistere, un unico principio di giudizio.

E allora, via libera ancora alla equilibrata valutazione della durata del matrimonio, dell’aiuto concreto fornito all’altro coniuge (formalmente unico produttore di reddito) nella sua formazione professionale e in quella strettamente familiare. E forse, perché no del tenore di vita.

Perché non onorerebbe certo il matrimonio (e con il matrimonio, la famiglia) il suggerimento alle prossime giovani mogli di pensare solo a se stesse per non pagare lo scotto di trovarsi, a un certo punto, con figli ormai grandi e senza un soldo. Senza un passato degno di essere giudicato la base del futuro.

*Senior Studio Legale Bernardini de Pace 

Commenti: 3 Diritto all’oblio, ecco il link per chiedere a Google di cancellare articoli e foto

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Il colosso di internet ha predisposto un modulo online attraverso il quale i cittadini europei possono richiedere la rimozione di link dai risultati di ricerca. “Esamineremo ogni richiesta cercando di bilanciare il diritto alla privacy con quello all’informazione”, dice un dirigente Google, ricordando che una sentenza della Corte Ue del 13 maggio “richiede a Google di prendere decisioni difficili in merito al diritto di un individuo all’oblio e al diritto del pubblico di accedere all’informazione”. Per questo, continua, “Stiamo creando un comitato consultivo di esperti che analizzi attentamente questi temi. Inoltre, nell’implementare questa decisione coopereremo con i garanti della privacy ed altre autorità”.

Sulla pagina messa online da Google (qui il link) ci sono tutte le istruzioni per far rimuovere dai risultati delle ricerche i contenuti ritenuti lesivi (che non saranno quindi più indicizzati). Saranno cancellati quelli che “includono informazioni obsolete sull’utente” e quelli che non hanno “informazioni di interesse pubblico, ad esempio se riguardano frodi finanziarie, negligenza professionale, condanne penali o la condotta pubblica di funzionari statali”. Per richiederne la rimozione basta inserire i propri dati (o quelli del proprio assistito se l’istanza è avviata da un avvocato), spiegare brevemente il perché debbano essere cancellati e allegare una copia del documento di identità.

Diritto all’oblio, chiede 2 milioni di euro a Google: il suo nome legato al rapimento di una bambina

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L’uomo fu arrestato nella provincia di Lecce nel 2014 e rimase per quasi un anno tra carcere e domiciliari: è stato poi stato assolto a titolo definitivo. “Malessere psico-fisico per l’associazione a quella vicend

LECCE – Arrestato nel 2014 con l’accusa di aver partecipato al rapimento di una bambina di sei anni e assolto a due anni di distanza, ora chiede il conto a Google: 2 milioni di euro di risarcimento per la mancata applicazione del diritto all’oblio. Il 41enne Giovanni Giancane considera illegale il fatto che nonostante il tempo e la sentenza di assoluzione, il motore di ricerca continui a riproporre la notizia del suo arresto a quanti ne digitano il nome: un mese di carcere poi dieci agli arresti domiciliari. Per questo periodo di detenzione è stato chiesto un ristoro di 2 milioni di euro al ministero della Giustizia.

Le manette scattarono nel giugno 2014, al termine di un’indagine lampo dei carabinieri sulla scomparsa di una bambina bulgara di sei anni da un parco giochi di Monteroni. Giancane fu accusato di sequestro di persona insieme con una donna, quella Valentina Piccinonno che qualche anno più tardi finì nuovamente in carcere per aver assassinato un anziano al termine di un tentativo di rapina. Secondo la ricostruzione della Procura, l’uomo avrebbe avvicinato la bimba con la scusa di offrirle un gelato e poi l’avrebbe portata via con uno scooter.

Quell’ipotesi accusatoria, però, non ha retto alla prova del dibattimento, tanto che il tribunale di Lecce ha decretato l’assoluzione di Giancane, ora diventata definitiva. Ma l’uomo – sostiene l’avvocato  Daniele Scala – anche dopo la sentenza ha subito i contraccolpi del coinvolgimento in quella brutta vicenda giudiziaria. A sostegno della richiesta di risarcimento nei confronti del colosso di internet, il legale ha portato una serie di certificati medici, che attestano lo stato di malessere psico-fisico del 41enne.

La sua richiesta sarà valutata dal tribunale civile di Lecce, che dovrà verificare se effettivamente Google avrebbe dovuto rimuovere da tempo i contenuti relativi al rapimento della bambina, all’arresto di Giancane e a tutta la vicenda giudiziaria che ne è scaturita.