Alabama, elezioni vinte dai democratici. Sconfitto Moore, il contestato repubblicano appoggiato da Trump

Doug Jones eletto al Senato in uno Stato che da decenni era una roccaforte repubblicana. E la maggioranza Gop al Congresso si riduce ad un solo voto. Il candidato sostenuto dal presidente Usa era un estremista filorazzista e coinvolto in una serie di scandali sessuali

NEW YORK – Clamoroso, il profondo Sud volta le spalle alla destra ed elegge un senatore democratico. Accade in Alabama, uno Stato che da decenni è una roccaforte repubblicana. In un’elezione suppletiva per il Senato, il candidato dell’opposizione Doug Jones vince, sia pure di strettissima misura, col 49,6%. Batte un repubblicano contestato anche da una parte dei suoi, screditato da scandali sessuali, ma sostenuto da Donald Trump. La sconfitta di Roy Moore col 48,8% è dunque una sconfessione dello stesso presidente. Inoltre questo colpo di scena assottiglia pericolosamente il margine di maggioranza dei repubblicani al Senato ridotto ormai ad un solo voto, il che significa che l’agenda politica di Trump è alla mercè di repubblicani spesso in dissenso con la Casa Bianca come John McCain o Bob Corker.

Il commento di Zucconi: “Un ceffone a re Donald I”

C’è però un’incognita che pesa ancora su questa elezione e mantiene un margine di incertezza. Trump si è prontamente congratulato con il democratico, ma Roy Moore no. I repubblicani dell’Alabama rivendicano che il risultato non è effettivo finché non viene “certificato” dalle autorità locali. Inoltre se il margine di vittoria è inferiore all’1% hanno diritto a chiedere il ricalcolo dei voti. Tenuto conto che hanno in mano tutte le leve del potere a livello locale, c’è da temere un lungo processo di contestazioni.

La sfida in Alabama è stata seguita con una spasmodica attenzione a livello nazionale. Oltre alla posta in gioco per la risicata maggioranza di cui gode Trump al Senato, ha contribuito la figura di Moore. Il candidato repubblicano è un estremista, in passato dichiarò che l’America starebbe molto meglio se si fosse fermata ai primi dieci emendamenti della Costituzione. Guarda caso, è dopo il decimo che compaiono emendamenti come quello che dà la cittadinanza agli ex schiavi neri dopo la guerra di secessione, o il diritto di voto alle donne. Ancora più evidenza hanno avuto le accuse di molestie sessuali: molte donne hanno accusato Moore di averle aggredite quando erano ancora minorenni. Le accuse si riferiscono a fatti accaduti 40 anni fa, però hanno pesato sull’elettorato evangelico, i protestanti fondamentalisti. Nonostante questo Trump ha deciso di gettare il suo peso in favore di Moore: “L’Alabama non ha bisogno di un senatore progressista che la rappresenti a Washington”. In campo a favore di Moore è sceso anche Steve Bannon, l’estremista di destra che è stato a lungo uno dei consiglieri più fidati del presidente.

Anche sul fronte democratico la mobilitazione di risorse è stata eccezionale. In uno Stato dove il partito democratico non ha una vera organizzazione territoriale, la sinistra ha cercato di ovviare con finanziamenti eccezionali che sono affluiti da tutta l’America. Ora questa vittoria galvanizza l’opposizione in vista dell’appuntamento nazionale che si avvicina: tra 11 mesi si vota per le mid-term, l’elezione legislativa che cade a metà mandato presidenziale, in cui si rinnova un terzo del Senato e tutta la Camera. Una vittoria democratica, anche in un solo ramo del Congresso, consentirebbe di bloccare gran parte dell’azione di governo di Trump trasformandolo in “anatra zoppa” al termine del suo primo biennio.

Roma, scontri con la polizia durante rivolta anti migranti: condannati 9 militanti di CasaPound

arnaldo zeppieri il tempo

I disordini nel luglio 2015 a Casale San Nicola, a nord della Capitale. Pena di 3 anni e 7 mesi per Davide Di Stefano, fratello del leader,  SimoneNove militanti di Casapound sono stati condannati dal tribunale di Roma in relazione agli scontri con le forze dell’ordine del luglio 2015 a Casale San Nicola, periferia nord di Roma. I giudici della V sezione penale hanno inflitto otto condanne a 3 anni 7 mesi e una a 2 anni e 7 mesi.

Fra le persone condannate alla pena più elevata ci sono: Francesco Amato, Andrea Antonini, Damiano Berti, Alessandro Catani, Lorenzo Di Credico, Davide Di Stefano, fratello del leader di Casapound Simone, Federico Mattioni e Luca Verdini. Per Fabio Di Martino è stata stabilita una pena di 2 anni e 7 mesi, oltre al risarcimento danni da liquidarsi in sede civile. Alcuni dei poliziotti feriti si sono costituiti parte civile, con l’assistenza dell’avvocato Eugenio Pini: sono stati colpiti a mani nude con calci e pugni e sia con caschi, sedie e ombrelli, lanciati dagli aggressori.

Quel giorno, 17 luglio 2015, alla manifestazione in opposizione al trasferimento degli immigrati erano presenti un centinaio di persone. Fra questi anche diversi esponenti di Casapound. Alcuni furono individuati dopo gli scontri e per altri, invece, scattarono le manette a distanza di alcuni mesi. L’indagine, coordinata dal pm Eugenio Albamonte, permise di individuare un gruppetto di persone aderenti alla compagine politica di destra scontrarsi a volto coperto e con caschi in testa contro le forze dell’ordine, che in quel contesto avevano la funzione di fare da scorta al trasferimento dei 19 immigrati nella struttura sulla Cassia.

Stando all’ordinanza di arresto emessa dal gip Giovanni Giorgianni, infatti, con l’arrivo del gruppo di Casapound la manifestazione da pacifica e “di legittima resistenza passiva”, si è evoluta. I manifestanti pacifici e a volto scoperto, si legge negli atti “si defilavano lasciando la scena al gruppo aderente a Casapound, la cui azione di contrapposizione si innestava in un crescendo di intimidazione e violenza”.

“Come testimoniato in aula da forze dell’ordine e residenti, non solo CasaPound ha partecipato per quasi tre mesi al presidio pacifico per evitare che si destinasse a centro di accoglienza una struttura non adeguata, ma anche che la resistenza opposta è stata passiva fino all’ultimo, quando la carica si è trasformata in scaramuccia con le prime file, ma mai c’è stata un’aggressione ai danni delle forze dell’ordine”, ha detto il presidente di CasaPound Italia Gianluca Iannone, “le

prognosi per le lesioni lamentate dagli agenti sono state tutte tra i 3 e i 5 giorni, se non in un unico caso relativo a una caduta accidentale, nel quale i giorni dati sono stati 20. Infine, tra le centinaia di persone che quel giorno si trovavano a Casale San Nicola solo 9 sono finite sotto processo per resistenza, e sono tutte di Casapound. Pochi fatti, che, però, messi in fila, chiariscono al di là di ogni ragionevole dubbio come il processo sia stato tutto politico”.

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I COMMENTI DEI LETTORI

 

New York, esplosione alla stazione bus a Manhattan. Arrestato l’attentatore, ferito nello scoppio

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L’uomo ha 27 anni e si chiama Akayed Ullah. Ha agito da solo. Altre tre persone sono rimaste ferite ma non sono in pericolo di vita. Ordigno costruito sul posto di lavoro Un’esplosione è avvenuta alle 7.30 del mattino (ora locale) a Port Authority, la stazione centrale dei bus a New York nei pressi di Times Square, tra la 42esima strada e l’ottava Avenue, a Manhattan. Quattro i feriti, nessuno dei quali in pericolo di vita.

LA MAPPA 

Secondo le prime comunicazioni ufficiali, l’esplosione è stata causata da un ordigno artigianale, un ‘tubo-bomba’, che sarebbe esploso in un sottopassaggio prima del previsto ferendo lo stesso attentatore. La polizia sta indagando per terrorismo e ha confermato l’arresto di una persona.

L’uomo ha 27 anni e si chiama Akayed Ullah. Lo affermato il capo della polizia di New York, James O’Neill. L’uomo è attualmente ricoverato all’ospedale di Bellevue. Ha confezionato l’ordigno sul luogo di lavoro. Non sono stati forniti dettagli sui possibili legami tra il sospetto e l’isis. A chi gli ha chiesto se ne avesse, O’Neill ha risposto: “Ha fatto dichiarazioni” senza spiegare altro

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L’uomo portava addosso l’ordigno (un tubo metallico e delle batterie), fissato sotto la giacca con dell’adesivo. Secondo le ultime dichiarazioni del sindaco di New York Bill De Blasio, non sono stati trovati altri ordigni, né ci sarebbero complici. “Ho agito per vendetta”: questo avrebbe detto l’attentatore agli investigatori dell’Fbi – secondo quanto riportano alcuni media americani. Ullah, secondo le prime ricostruzioni, è un ex tassista originario del Bangladesh che vive a Brooklyn. “Hanno bombardato il mio Paese e volevo fare del male qui” dice durante l’interrogatorio.

Le linee della metropolitana A, C ed E, che si incrociano nei pressi del luogo dove è avvenuta l’esplosione sono state fatte evacuare ma ora hanno ripreso a funzionare regolarmente.

Sono al vaglio degli investigatori le immagini sottostanti, riprese da una telecamera di sorveglianza che riprenderebbero l’uomo poco prima dell’esplosione.

New York, in un video l’esplosione nel bus terminal di Manhattan

Il terminal di scambio al momento dello scoppio era molto affollato di viaggiatori e pendolari ed è utilizzato in media da 250 mila utenti al giorno.

Netanyahu a Bruxelles: “Su Gerusalemme capitale mi aspetto che Europa segua gli Usa

Il premier israeliano all’Ue: “E’ tempo che i palestinesi riconoscano lo stato ebraico”. E la crisi arriva al Cairo con l’incontro tra Abu Mazen, il re di Giordania e il presidente egiziano. Putin arriva in Turchia

GERUSALEMME – Dopo le giornate delle piazze arrivano quelle della politica. La crisi di Gerusalemme varca oggi i confini di Israele e dei Territori palestinesi per diventare argomento della diplomazia internazionale.

A Bruxelles arriva Benjamyn Netanyahu per un viaggio che era stato programmato da tempo ma che ora assume contorni molto diversi. Il primo ministro israeliano sbarca nella capitale belga per incontri con tutti i vertici dell’Unione europea arrivando da Parigi, dove ieri ha avuto un duro faccia a faccia con il presidente francese. Il premier ha già incontrato l’Alta rappresentante Ue per gli Affari esteri, Federica Mogherini.

Nella conferenza stampa congiunta, ha difeso la scelta di Donald Trumpcome la semplice presa d’atto di uno stato di fatto storico. Riconoscere Gerusalemme capitale di Israele è “riconoscere la verità ed è dunque “un passo verso la pace”, ha detto Netanyahu: “Gerusalemme è sempre stata capitale di Israele e Trump ha messo in chiaro i fatti, nero su bianco. Gerusalemme è la capitale di Israele e affermarlo non è un ostacolo alla pace, ma un passo verso la pace perché per arrivare alla pace occorre riconoscere la verità”.

“Anche se ancora non abbiamo un accordo – ha aggiunto Netanyahu – questo è quello che credo accadrà in futuro: la maggior parte dei Paesi europei sposterà le loro ambasciate a Gerusalemme, riconoscendola come capitale di Israele, e si impegneranno con forza, con noi, per sicurezza, pace e prosperità”.

Netanyahu: “Gerusalemme capitale è un passo verso la pace”

Dunque, ha aggiunto, “è tempo per i palestinesi di riconoscere l’esistenza dello stato ebraico e di riconoscere Gerusalemme come sua capitale”. “Stiamo cercando di mettere a punto una nuova proposta di pace con il Segretario di Stato americano – ha spiegato Netanyahu – , dobbiamo dare una chance alla pace. Negli anni abbiamo cercato la pace con i palestinesi ma siamo sempre stati attaccati. Perché è stata attaccata l’idea di avere un nostro territorio, continuano a negarci il diritto di vivere e di esistere”.

Quanto ai rapporti con l’Ue, il premier israeliano ha detto: “Credo che in futuro tutti i Paesi europei sposteranno le proprie ambasciate e Gerusalemme e ci appoggeranno per portare in auge la pace e la sicurezza”.

Federica Mogherini ha invece condannato “nel modo più forte possibile tutti gli attacchi agli ebrei, in qualsiasi parte del mondo, incluso in Europa, e in Israele e verso i cittadini israeliani”. “Un aumento della violenza – ha detto l’alto rappresentante dell’Ue per la politica estera – incendierebbe la regione e sarebbe un regalo agli estremisti e a quanti sono contrari a pace, sicurezza e vivere insieme”.

Intanto, però, Emmanuel Macron, che di fatto in questa crisi sta assumendo il ruolo di leader dell’Europa, in assenza di una Angela Merkel impegnata sul fronte interno, ha ribadito anche ieri la contrarietà di Parigi al riconoscimento di Gerusalemme come sola capitale dello Stato ebraico, e il suo supporto alla soluzione dei due Stati, che prevede che la parte Est della città contesa sia capitale dell’entità palestinese.

“La pace è in pericolo, chiediamo a Israele un gesto coraggioso verso i palestinesi”, ha detto Macron. Ma Netanyahu ha ribadito che la responsabilità dell’assenza di dialogo è da attribuire al presidente Abu Mazen e ai suoi uomini, non al governo israeliano. Muro contro muro insomma, con scene che probabilmente si ripeteranno nelle prossime ore a Bruxelles.

Al Cairo intanto il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi, il re giordano Abdallah e Abbas si riuniscono in un vertice d’urgenza per discutere come affrontare la crisi. Ma c’è poco di concreto che il presidente egiziano e il monarca hashemita possano fare contro gli Stati Uniti, da cui dipendono economicamente e politicamente.

Ai tre leader si unirà con tutta probabilità il presidente russo Vladimir Putin, che aveva in programma una visita al Cairo e che in queste ore appare l’uomo forte a cui guardano coloro che si sentono traditi dalla Casa Bianca di Donald Trump.

Putin arriverà da Ankara, dove incontrerà il presidente turco Recep Tayyip Erdogan: con lui e con l’iraniano Hassan Rouhani il leader russo ha discusso nelle scorse settimane la situazione in Siria dopo la vittoria de facto del presidente Bashar al Assad, osteggiato dai turchi ma sostenuto da russi e iraniani.

I tre leader hanno trovato a grandi linee un accordo sul futuro della Siria e oggi Putin cercherà di rinnovare l’asse con l’omologo turco sulla questione di Gerusalemme. Quello di Erdogan è l’unico nome che è stato scandito nelle piazze palestinesi in questi giorni: troppo compromessi con gli Usa i tradizionali alleati arabi, i palestinesi cercano nuovi punti di appoggio. E potrebbero averli trovati nella coppia Erdogan-Putin.

Scontro Macron e Netanyhau su Gerusalemme capitale. Erdogan: “Israele stato terrorista”

Scontri davantiall’ambasciati Usa di Beirut contro la decisione di Trump (ap)

Premier israeliano: “È così da 3mila anni. Ue ipocrita, nessuna condanna per lanci razzi contro Israele”. Lega Araba: “Gerusalemme est capitale Palestina”. Papa: “No violenze, servono saggezza e prudenza”. Israeliano accoltellato in una stazione di bus. Scontri a Beirut davanti ambasciata Usa121941256-1c11e41d-c511-4e6e-b029-8651060085e4

ROMA – Scontri con feriti davanti all’ambasciata Usa di Beirut mentre sale la tensione politica (in particolare tra Francia e Israele) per la decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. “La decisione degli Usa è contraria al diritto internazionale” e “pericolosa per la pace”, attacca Emmanuel Macron. “Parigi è la capitale della Francia, Gerusalemme è la capitale di Israele”, ha replicato Benyamin Netanyahu, aggiungendo che è così “da tremila anni”. “Israele faccia un gesto coraggioso verso i palestinesi”, ha rilanciato il presidente francese.

In queste ore è in corso vertice Abu Mazen-Sisi-Abdallah al Cairo: il presidente palestinese è partito “improvvisamente” per il Cairo dopo la telefonata avuta con il suo omologo egiziano.

• LO SCONTRO DIPLOMATICO TRA I VARI PAESI
Il premier israeliano accusa l’Europa di ipocrisia per non aver detto nulla sui lanci di razzi contro Israele provenienti da Gaza. La Lega Araba chiede che Gerusalemme est sia capitale della Palestina. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan accusa  Israele di essere “uno Stato terrorista” che “uccide bambini”. Emmanuel Macron boccia Washington, definisce “infelice” la scelta di Trump e chiede a Erdogan di “contribuire alla pace” lanciando poi un appello alla calma a tutti esprimendo il timore che “si aggiunga instabilità alla regione”. Il ministro degli Esteri italiano, Angelino Alfano, esprime la sua “preoccupazione” e invita gli “Usa a muoversi per la pace”. La Camera bassa del Parlamento della Giordania ha votato all’unanimità una mozione per chiedere al suo comitato legale di “ristudiare” tutti gli accordi firmati finora con Israele, principalmente il trattato di pace del 1994″.

Papa Francesco segue intanto gli sviluppi della situazione in Medio Oriente, con speciale riferimento a Gerusalemme, “città sacra ai cristiani, agli ebrei e ai musulmani di tutto il mondo”, e lancia un appello alla saggezza e alla prudenza”, invitando a “non far uso della violenza”. Violenza esercitata da entrambe le parti: secondo i palestinesi, il bilancio complessivo degli scontri dall’annuncio di Trump è di oltre 1.250 feriti. Un israeliano è stato accoltellato e ferito gravemente a Gerusalemme.

• ISRAELIANO ACCOLTELLATO DA PALESTINESE: “MIO SANGUE PER AL-AQSA”
Una guardia di sicurezza israeliana è stata accoltellata in una stazione bus di Gerusalemme: l’assalitore, un palestinese di 24 anni residente in Cisgiordania, è stato fermato incolume dopo aver tentato la fuga: la polizia parla di “attacco terroristico”. Il ferito, 25 anni, è stato colpito al petto. L’assalitore, presumendo che forse avrebbe perso la vita, prima del suo attacco aveva scritto su Facebook: “Per Allah ci siamo sollevati, il nostro desiderio è innalzare la bandiera, che Dio voglia che la nostra religione prevalga, e che la moschea al-Aqsa torni a risplendere”. “Venga pure versato il nostro sangue. Il suo valore è ben poca cosa se è versato per la nostra patria, per Gerusalemme, per la moschea al-Aqsa”.

• L’ATTACCO ALL’AMBASCIATA USA DI BEIRUT
La polizia libanese ha lanciato lacrimogeni e ha usato i cannoni ad acqua contro i manifestanti che protestavano a Beirut davanti all’ambasciata Usa per protestare contro la decisione del presidente Usa.  I dimostranti, alcuni dei quali portavano bandiere palestinesi, hanno dato fuoco a pneumatici e contenitori della spazzatura e lanciato bottiglie contro le forze di sicurezza, che avevano barricato la principale via di accesso all’ambasciata nella zona di Awkar, a nord di Beirut. I manifestanti hanno bruciato bandiere di Usa e Israele.

I manifestanti sventolano bandiere libanesi e palestinesi, indossano la keffiah e cantano canzoni e slogan contro Trump. Tra loro, sia palestinesi che militanti dei partiti libanesi. Ci sono già alcuni arresti, cominciati dopo che il grosso dei manifestanti aveva lasciato la strada.

Gerusalemme capitale: scontri all’ambasciata Usa a Beirut

Il governo del Libano, che ospita circa 450mila rifugiati palestinesi, ha condannato la decisione di Trump. Il presidente libanese, Michel Aoun, la scorsa settimana ha definito la decisione una minaccia alla stabilità regionale. Il potente gruppo sciita libanese Hezbollah giovedì ha annunciato che sostiene l’invito di Hamas a una nuova intifada contro Israele in risposta alla decisione Usa. E il leader di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, ha anche indetto una protesta per lunedì nei sobborghi sud di Beirut, feudo del gruppo.

• HAMAS INCITA ALL’INTIFADA, ISRAELE DISTRUGGE TUNNEL DI HAMAS
Hamas intanto continua a incitare a “continuare l’intifada” e lo fa tra l’altro con con un poster che mostra un suo miliziano mentre impugna un fucile. Riferendosi alla uccisione a Gaza di due suoi miliziani in un’incursione aerea israeliana, sempre Hamas minaccia: “Il nemico pagherà un duro prezzo avendo infranto le regole della guerra alla resistenza. I prossimi giorni dimostreranno l’enormità del suo errore”.

Israele risponde facendo sapere di avere scoperto, e reso inoperativo, un nuovo tunnel militare di Hamas che da Khan Younes (centro della Striscia) si inoltrava per 200 metri in territorio ebraico. Il portavoce militare, Jonathan Conricus, ha spiegato che la galleria sotterranea era dotata di “sistemi sofisticati” per permettere il passaggio verso Israele e attaccare soldati e popolazione. “Non cerchiamo un’escalation – ha aggiunto – ma dobbiamo difendere i nostri civili e non accetteremo violazioni della nostra sovranità”.

• NETANYAHU ACCUSA: “UE IPOCRITA, NON CONDANNA LANCI DI RAZZI”
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accusato l’europa di “ipocrisia”. “Delle voci si levano dall’europa per condannare la storica decisione del presidente Trump, ma non ho sentito condanne dei lanci di razzi su Israele o della terribile incitazione contro il Paese. Non sono pronto ad accettare questa ipocrisia”, ha concluso Netanyahu. Diversi lanci di razzi sono stati effettuati da giovedì da Gaza contro Israele. Alcuni sono caduti in territorio palestinese, altri sono stati intercettati e uno ha preso di mira la città di Sdérot senza fare vittime.

• LEGA ARABA: “GERUSALEMME EST CAPITALE PALESTINA”
Il consiglio della Lega Araba chiede agli Stati Uniti di “annullare la decisione presa sul riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele” e di “lavorare con la comunità internazionale per costringere Israele ad attuare le risoluzioni internazionali e porre fine all’occupazione di tutti i territori palestinesi e arabi attraverso una soluzione pacifica che garantisca la creazione di uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme est”. È questo l’esito del summit d’urgenza dei ministri degli Esteri della Lega Araba tenutosi al Cairo in base alla dichiarazione diffusa a fine lavori.

La Lega Araba ha condannato la decisione di Trump su Gerusalemme definendola una “violazione pericolosa del diritto internazionale e delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle nazioni Unite”. Come anticipato ieri dal ministro degli Esteri palestinese, la Lega Araba chiederà all’Onu di adottare una risoluzione che respinga la mossa di Trump.

• ERDOGAN: “ISRAELE STATO TERRORISTA ASSASSINO DI BAMBINI”
Il presidente turco Erdogan ha definito oggi Israele “uno Stato terrorista” che “uccide bambini”, aggiungendo che lotterà “con tutti i mezzi” contro il riconoscimento da parte degli Stati Uniti di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico. “La Palestina è una vittima innocente. Quanto a Israele, è uno Stato terrorista, sì, terrorista!”, ha tuonato il leader turco parlando a Sivas. “Non lasceremo Gerusalemme nelle mani di uno Stato che uccide i bambini”, ha concluso.

• PAPA: “NO VIOLENZE, SERVONO SAGGEZZA E PRUDENZA”
Papa Francesco “rinnova il suo appello alla saggezza e alla prudenza di tutti ed eleva ferventi preghiere affinchè i responsabili delle Nazioni, in questo momento di particolare gravità, si impegnino a scongiurare una nuova spirale di violenza, rispondendo, con le parole e i fatti, agli aneliti di pace, di giustizia e di sicurezza delle popolazioni di quella martoriata terra”. Francesco, si legge in una nota della Santa Sede, “segue con grande attenzione gli sviluppi della situazione in Medio Oriente, con speciale riferimento a Gerusalemme, città sacra ai cristiani, agli ebrei e ai musulmani di tutto il mondo”.

La Santa Sede, richiamando le accorate parole di Papa Francesco, “ribadisce la sua ben nota posizione circa il singolare carattere della Città santa e l’imprescindibilità del rispetto dello status quo, in conformità con le deliberazioni della comunità internazionale e le ripetute richieste delle gerarchie delle chiese e delle comunità cristiane di Terra santa”.

Gerusalemme capitale, scontri in Cisgiordania: due palestinesi uccisi, oltre 200 feriti

arando zeppieri news

Israele ha mobilitato centinaia di poliziotti. Ma non ha imposto restrizioni per l’accesso alla Spianata della Moschee. Musulmani in piazza contro Trump in molti Paesi

GERUSALEMME – Gerusalemme ha vissuto oggi una delle tante giornate tese della sua storia: migliaia di palestinesi si sono radunati sulla Spianata delle Moschee per pregare ma anche per protestare contro la decisione del presidente americano Donald Trump di spostare l’ambasciata americana dal Tel Aviv a Gerusalemme e di riconoscere la città santa come capitale dello Stato ebraico. Centinaia di uomini di polizia, a piedi e a cavallo, hanno controllato le strade già delle prime ore del mattino. La tensione era altissima, ma fortunatamente non ci sono stati incidenti gravi. Scontri si sono invece verificati a Betlemme, in varie località della Cisgiordania dove i feriti sono oltre 200. Sul confine Israele-Gaza sono stati uccisi due palestinesi

• DUE PALESTINESI UCCISI DA SOLDATI ISRAELIANI A GAZA
Nella Striscia di Gaza, sul confine, due palestinesi sono stati uccisi dai soldati israeliani e 15 persone sono rimaste ferite. L’esercito israeliano ha detto che centinaia di palestinesi stanno facendo rotolare pneumatici in fiamme e lanciando pietre contro i soldati. “Durante i disordini – hanno dichiarato fonti dell’Esercito – i soldati dell’Idf hanno sparato ‘selettivamente’ contro due principali istigatori”. Il ministero della sanità di Gaza ha confermato i due uccisi, uno dei quali è il 30enne Mahmud al Masri è stato ucciso in scontri lungo il conferne Israele-Gaza.

Già ieri in tutti i Territori palestinesi c’erano stati scontri. Più di 30 persone erano rimaste ferite dal lancio di lacromogeni e dai proiettili di gomma sparati dalle forze di sicurezza israeliane. Per oggi, nel giorno dedicato alla preghiera dai musulmani in tutto il mondo, Hamas aveva chiamato i palestinesi a iniziare una “nuova Intifada”, in coincidenza con il 30mo anniversario dell’inizio della prima rivolta delle pietre contro Israele.

Gerusalemme, Caferri: “Situazione tesa. Solo qualche scontro”

L’appello alla protesta è stato accolto. A Gerusalemme migliaia di persone si sono accalcate sulla Spianata delle Moschee in un clima teso che è sfociato, per fortuna, soltanto in qualche tafferuglio. È andata peggio a Betlemme, Hebron,Qalqilya, Ramallah, Nablus e a Beit Khanun, ai margini della Striscia di Gaza. Secondo la Mezzaluna Rossa dei 217 feriti in Cisgiordania in questi due giorni, 162 sono rimasti intossicati da gas lacromogeni, 45 hanno riportato contusioni da proiettili di gomma, sette sono stati colpiti da armi da fuoco e gli altri hanno avuto lesioni causate in maniera diversa.

Cisgiordania: scontri in piazza a Betlemme e Ramallah nella “giornata della collera”

Contro la decisione di Trump hanno protestato i musulmani di mezzo mondo, dalla Tunisia al Kashmir, dall’Egitto al Pakistan, dalla Giordania alla Turchia, dall’Iran all’Indonesia, dalla Malaysia al Bangladesh.

La svolta dell’amministrazione Usa ha messo in fibrillazione le cancellerie occidentali. Dopo la raffica di critiche alla scelta di Trump, si cerca ora una via d’uscita. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha lanciato un appello “alla calma e alla responsabilità” e il ministero degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, durante un’intervista radiofonica ha dichiarato che gli Stati Uniti si sono auto-esclusi dal processo di pace: “Sento alcuni, incluso Tillerson, dire che è il momento dei negoziati. Fino a ora avrebbero potuto avere un ruolo di mediazione in questo conflitto ma si sono un po’ esclusi da soli. La realtà è che sono da soli e isolati su questo tema” .

Questa sera il consiglio di sicurezza Onu discuterà la situazione. Ma a complicare il quadro c’è anche il giallo della visita del vice presidente americano Mike Pence in Israele e nei Territori palestinesi, prevista per il 19 dicembre. Ieri funzionari palestinesi hanno parlato di una possibile cancellazione, ma gli Stati Uniti hanno ammonito l’Autorità nazionale palestinese affinché non prenda una decisione che sarebbe considerata un insulto dalla Casa Bianca.

Quanto dovrà pagare Londra per lasciare l’Union e cosa succederà agli europei che vivono nel Regno Unito?

Autorità palestinesi proclamano lo sciopero generale. Preoccupazione internazionale per la decisione Usa. Da Gaza un gruppo jihadista salafita ha lanciato razzi verso Israele e l’esercito israeliano ha risposto con colpi di tank su postazioni di Hamas nella Striscia

TEL AVIV – “Sono in contatto con molti Stati che hanno intenzione di spostare le loro sedi diplomatiche a Gerusalemme. Anche prima degli Stati Uniti”. A dirlo è il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che dopo giorni, per la prima volta, ha commentato la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme capitale d’Israele, spostando lì l’ambasciata Usa di Tel Aviv. Quali siano questi Paesi, non lo ha specificato. Ma mercoledì 6 dicembre, sia il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte sia la Repubblica Ceca, hanno espresso la volontà di riconoscere Gerusalemme ovest, capitale del Paese. Il premier israeliano ha continuato dicendo che Donald Trump con questa mossa “è entrato per sempre nella storia di Gerusalemme”.

È stato questo il preludio di una giornata segnata da un’escalation di violenza: iniziata con manifestazioni e proseguita poi con scontri tra protestanti e polizia israeliana fino al lancio di razzi da Gaza – rivendicato dal gruppo jihadista salafita Al-Tawheed, in barba al divieto imposto da Hamas – cui Israele ha risposto con colpi di tank verso postazioni di Hamas nella parte centrale della Striscia.

Trump: “Gerusalemme capitale d’Israele è già una realtà, lavorerò per la pace”

Per tutto il giorno Gerusalemme è stata paralizzata dallo sciopero generale proclamato dalle autorità palestinesi anche in Cisgiordania e a Gaza. Uffici, negozi e scuole sono rimasti chiusi in molte città palestinesi. Ma il malcontento si era già rivelato nei giorni passati con diverse manifestazioni spontanee di protesta a Gerusalemme, Ramallah, Betlemme e nella Striscia. Una tensione che oggi ha raggiunto il culmine con la protesta davanti alla Porta di Damasco, una delle entrate principali alla Città Vecchia di Gerusalemme.

• SCONTRI E TENSIONE
E non ha tardato a esplodere anche in molte aree dei territori palestinesi occupati. Il bilancio dei feriti negli scontri con i reparti militari israeliani in Cisgiordania, a Gerusalemme est e lungo la linea di demarcazione con Gaza è di 114 manifestanti che hanno avuto bisogno di soccorsi medici perché feriti da armi da fuoco, o intossicati da gas lacrimogeni o sono rimasti contusi da proiettili rivestiti di gomma.

I manifestanti, tra Gaza e la Cisgiordania, hanno dato alle fiamme bandiere americane e israeliane, così come poster di Trump e Netanyahu. Dato che le proteste sono diventate violente, Israele ha chiuso il valico di Gilboa, vicino a Jenin. Lo ha fatto sapere il ministero della Difesa, citato dai media israeliani, aggiungendo che “la riapertura del valico dipenderà dalle valutazioni della situazione”.

Proprio per fare fronte al clima sempre più acceso, l’esercito israeliano ha rafforzato la presenza di truppe in Cisgiordania: secondo il Jerusalem Post, Israele ha schierato alcuni battaglioni e accelerato la raccolta di notizie di intelligence. Altre truppe sono state messe in allerta in vista di eventuali sviluppi.

Manifestazioni di protesta anche in Tunisia e Pakistan. A Islamabad, secondo un comunicato diffuso dall’ufficio stampa del primo ministro Shahid Khaqan Abbasi, “il popolo e il governo del Pakistan hanno notato con grave preoccupazione la notizia secondo cui gli Usa sposterebbero la loro ambasciata nella città occupata di al-Quds Al Sharif (Gerusalemme), in questo modo alterando lo status legale e storico della città”.

Gerusalemme, Hamas: “Giorno di collera, da domani una nuova intifada”

• NUOVA INTIFADA
In un discorso pronunciato dalla propria abitazione a Gaza e trasmesso dall’emittente ‘al-Aqsa tv’ a Gaza, Ismail Haniyeh, il leader di Hamas, ha minacciato: “Dovremmo invocare e lavorare per il lancio di una intifada contro Israele. Il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale è una dichiarazione di guerra nei nostri confronti. Domani venerdì 8 dicembre – ha proseguito – sarà il giorno dell’ira e l’inizio di una nuova intifada chiamata ‘la liberazione di Gerusalemme'”.

Haniyeh ha invocato “un’intifada popolare globale, proprio come ha fatto il nostro popolo a Gerusalemme”. Il riferimento è all’ondata di proteste all’inizio di quest’anno contro i cambiamenti dello status quo per la Spianata della Moschea di al-Aqsa, il Monte del Tempio per il ebrei. Haniyeh ha esortato tutte le fazioni palestinesi a mettere da parte le loro divergenze per una strategia congiunta contro Israele e gli Stati Uniti.

LA SCHEDA TROPPO SACRA PER NON ESSERE CONTESA

Interrogato su queste minacce, Netanyahu ha ribadito: “Siamo per la pace e veniamo trattati ingiustamente, come aggressori. Noi facciamo quello che è giusto per il nostro Paese. È mia intenzione unire tutta la gente in Medio Oriente contro il barbarismo di Iran e vicini, e contro l’Isis”. E ha concluso: “La vera battaglia del futuro è la conquista della libertà e noi siamo nel mezzo di questa battaglia”.

· ABU MAZEN E ABDALLAH II
Intanto il presidente dell’Olp Abu Mazen – Organizzazione per la liberazione della Palestina – ha incontrato ad Amman il re di Giordania Abdallah II. Sul tavolo, la crisi innescata dall’avventata decisione del tycoon. Ieri Abdallah si era consultato con Erdogan e Macron, per discutere della questione e le possibili mosse da mettere in atto.

• EFFETTI COLLATERALI
Gli effetti della parole di Trump iniziano a sortire i primi effetti. Secondo il Site, il sito di monitoraggio dell’estremismo islamico sul web, sono arrivate le prime minacce dei sostenitori dell’Isis e di al Qaeda contro gli Stati Uniti: “Vi taglieremo la testa e libereremo Gerusalemme”, recita uno dei messaggi, in arabo, ebraico e inglese, postato online e corredato dalle immagini della moschea di al Aqsa.

Ma non è stato il solo avvertimento. Una milizia sciita irachena sostenuta dall’Iran ha minacciato di attaccare le forze americane presenti in Iraq: “La decisione di Trump su al-Quds (Gerusalemme) rende legittimo colpire le forze americane in Iraq”, ha detto il capo della milizia al-Nojaba, Akram al-Kaabi, in una dichiarazione. Gli Stati Uniti hanno migliaia di truppe in Iraq per aiutare nella lotta contro l’Isis.

• LE REAZIONI
A livello mondiale continua a rimanere teso il filo di tensione che unisce il mondo da Pechino a Londra. I leader politici mondiale non smettono di definire la situazione “preoccupante”. Il ministero degli Esteri iracheno ha convocato l’ambasciatore degli Stati Uniti a Baghdad, ha fatto sapere un portavoce. “Gli Stati Uniti hanno tolto la sicura a una bomba pronta a esplodere nella regione”, ha ribadito il primo ministro turco, Binali Yildirim.

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, parlerà “oggi o domani mattina” con Papa Francesco sulla decisione del presidente degli Stati Uniti, ha annunciato oggi lo stesso Erdogan, affermando di avere chiesto colloqui telefonici non solo con il capo della chiesa cattolica, ma anche con i principali leader dell’Europa, come riportano media ufficiali turchi.

E proprio in Turchia sono state rafforzate le misure di sicurezza nelle missioni diplomatiche Usa. A Istanbul, la strada che conduce al consolato americano è stata chiusa al traffico. Sul posto sono stati schierati agenti antisommossa, mentre appare aumentata anche la sorveglianza da parte dei militari statunitensi e delle guardie private della rappresentanza diplomatica. Sicurezza rafforzata anche all’ambasciata ad Ankara. Davanti a entrambe le missioni, nelle scorse ore si erano riuniti gruppi di manifestanti dei movimenti della gioventù islamica turca per protestare contro la decisione di Trump. Altri cortei si sono svolti alla storica moschea di Fatih a Istanbul e in diverse altre città del Paese.

“L’annuncio di Trump su Gerusalemme ha un impatto potenziale molto preoccupante”, perché avviene in un “contesto fragile” e potrebbe “farci tornare indietro ai tempi più bui”, ha detto l’Alto rappresentante Ue Federica Mogherini, che già ieri aveva espresso preoccupazione per le conseguenze della mossa di Trump. “Ci aspettiamo che tutte le reazioni siano pacifiche” e “dobbiamo evitare che la situazione peggiori”, ha spiegato Mogherini, sottolineando che la violenza potrebbe rivelarsi “controproducente”. Sulla stessa linea il presidente francese, Emmanuel Macron, che “disapprova l’annuncio del presidente Usa, che contravviene le risoluzioni del Consiglio di sicurezza Onu” e ne parlerà in assemblea.

“Seriamente preoccupato” per la scelta del presidente Usa anche il Cremlino, ha riferito il ministero degli Esteri a Mosca, secondo cui la decisione di Washington rischia di avere “pericolose e incontrollabili conseguenze”. Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale da parte degli Stati Uniti ha complicato la situazione in Medioriente e sta causando una divisione nella comunità internazionale, ha detto poi il portavoce, Dmitry Peskov. Anche la Gran Bretagna – come dichiarato ieri dalla premier Theresa May – conferma il disaccordo con la decisione Usa di riconoscere Gerusalemme quale capitale d’Israele, si legge in una nota di Downing Street nella quale si afferma che tale decisione non aiuta la pace nella regione” e che Londra continua a considerare Gerusalemme est come una “parte dei Territori Palestinesi Occupati, in linea con le risoluzioni dell’Onu”.

• RIUNIONI D’EMERGENZA
Venerdì 8 dicembre si riunirà il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, per una riunione d’emergenza chiesta da Francia, Bolivia, Egitto, Italia, Senegal, Svezia, Regno Unito e Uruguay. Una riunione d’emergenza della Lega araba è stata, invece, convocata per sabato, mentre l’Organizzazione della cooperazione islamica si riunirà a Istanbul il 13 dicembre.

Time: movimento #MeToo è la persona anno

Riconoscimento alle donne che denunciano molestie e violenze personaliNEW YORK – Il movimento #MeToo è la “Persona dell’anno” per il settimanale Time. Un riconoscimento per le ‘Silence Breakers’, le donne arando zeppierihanno rotto il muro del silenzio e denunciato le molestie e le violenze sessuali che hanno subìto sul lavoro. A cominciare dalle attrici che hanno aperto la strada con il caso del produttore Harvey Weinstein.

Bombardieri Usa sorvolano la Corea

Bombardieri Usa sorvolano la Corea

(Fotogramma)

Bombardieri B-1B ‘Lancer’ della US Air Force sorvoleranno oggi la penisola coreana come parte delle importanti esercitazioni aeree militari congiunte degli Stati Uniti e della Corea del Sud di questa settimana. Lo ha riferito l’agenzia di sudcoreana Yonhap, citando fonti militari.

Le manovre, iniziate lunedì e in programma fino a venerdì, arrivano pochi giorni dopo che la Corea del Nord ha condotto un nuovo test missilistico. Pyongyang ha condannato le esercitazioni definendole “una pericolosa provocazione” che “può portare a una guerra nucleare in ogni momento”.

Siria, raid aereo israeliano contro base iraniana a sud di Damasco

L’attacco nella notte ha causato danni materiali ma non vittime. La contraerea siriana avrebbe abbattuto due missili. Tel Aviv preoccupata da crescente influenza in Siria di Iran e Hezbollah

Caccia israeliani hanno bombardato una base militare in Siria, a sud di Damasco.

Lo riferisce l’agenzia di stampa ufficiale Sana, secondo cui i raid sarebbero stati condotti nella notte.

Il quotidiano Haaretz ha riferito che si trattava di una base iraniana. Un’ipotesi di cui nelle settimane scorse aveva parlato anche la Bbc, rivelando che l’Iran sta costruendo una base militare permanente in Siria all’interno di un’installazione dell’esercito di Damasco nei pressi di al-Kiswa.

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Sana parla di “diversi missili terra-terra contro un’installazione militare nei pressi di Damasco”. Ci sarebbero stati danni materiali ma non si parla di vittime. Sempre secondo le fonti governative, la contraerea di Damasco avrebbe risposto al fuoco israeliano abbattendo due missili.

Il portavoce militare israeliano non ha voluto rilasciare dichiarazioni.

LEGGI Israele si addestra a una guerra con l’Iran

L’Osservatorio Siriano per i diritti umani ha detto che i missili hanno colpito un deposito di armi dopo la mezzanotte. La stessa fonte, che monitora l’andamento del conflitto, ha affermato che l’attacco ha causato forti esplosioni nei pressi della città di al-Kiswa, a sud di Damasco, facendo anche saltare l’elettricità in alcune zone.

Ciò che allarma Israele è la crescente influenza iraniana in Siria e il sostegno militare russo al regime di Assad. Dallo scoppio della guerra nel 2011, i caccia israeliani hanno colpito convogli militari siriani o di Hezbollah almeno un centinaio di volte.

L’Iran ha dato sostegno alla lotta di Assad ai ribelli e ai militanti dello Stato Islamico. Milizie sciite spalleggiate dall’Iran, inclusa Hezbollah, hanno fornito al regime di Damasco un aiuto determinante per riconquistare aree del territorio.

Nella notte tra il 16 e il 17 marzo, gli aerei da guerra israeliani hanno preso di mira in Siria un convoglio di armi ritenuto appartenente a Hezbollah. L’esercito siriano ha risposto con la contraerea e Israele ha intercettato un missile sparato contro il suo territorio.

In una visita a Damasco a ottobre, il capo militare iraniano ha messo in guardia

Israele dall’invadere il territorio o lo spazio aereo siriano.

Immagini satellitari datate gennaio, maggio e ottobre scorsi mostravano la progressione dei lavori: dall’inizio dell’anno sono state costruite almeno tre nuove strutture, mentre due sono state ristrutturate.