Corea del Nord annuncia: “Da oggi stop ai test missilistici, pronti a chiudere sito nucleare”

Kim Jong-un parla al comitato del partito e conferma la linea della distensione con gli Usa: “Non c’è più bisogno di esperimenti”

Nuovo segnale di distensione da parte di Kim Jong-un nei confronti degli Stati Uniti. Il dittatore nordcoreano ha parlato al comitato del partito, il giorno dopo aver attivato una linea ‘rossa’ di comunicazione diretta con la Corea del Sud. “Non abbiamo più bisogno di test nucleari e missilistici”, ha detto, aggiungendo: “Ci uniremo agli sforzi internazionali per fermare insieme i test atomici”.

A rilanciare le dichiarazioni è l’agenzia di Stato Kcna.  Kim ha parlato nel corso della riunione del comitato centrale del partito dei lavoratori. Lo stop ai test missilistici e nucleari deciso viene presentato come segnale di una “nuova fase” e come dimostrazione del fatto che il dittatore “mantenere le promesse” alla comunità internazionale. L’obiettivo principale indicato al suo stato maggiore, dunque, sarebbe quello di puntare a una normalizzazione dei rapporti con gli altri Paesi per ottenere il pieno riconoscimento da parte della comunità internazionale, cogliendo quella che avrebbe definito “una opportunità storica”.

Corea del Nord annuncia: "Da oggi stop ai test missilistici, pronti a chiudere sito nucleare"

La Kcna ha specificato che i test nucleari si fermeranno dal 21 aprile e che “chiuderà un sito di test nucleari nella zona Nord del Paese per dimostrare l’impegno a sospendere i test nucleari”.

Il presidente Usa ha salutato con entusiasmo l’annuncio: “È una buona notizia per il mondo, grande progresso ora attendo il nostro summit”, ha scritto su Twitter.

Il riferimento di Donald Trump è all’incontro annunciato nelle scorse settimane che vedrà faccia a faccia i due rivali di Washington e Pyongyang. Pochi giorni fa è trapelata notizia di un vertice preliminare in Nord Corea con il segretario di Stato in pectore Mike Pompeo.

Siria, dopo l’attacco è scontro all’Onu tra Washington e Mosca. Gli Usa: “Pronti a colpire ancora”

Siria, dopo l'attacco è scontro all'Onu tra Washington e Mosca. Gli Usa: "Pronti a colpire ancora"

Uno degli “obbiettivi” colpiti dai missili Usa, inglesi e francesi alle porte di Damasco

Riunione piena di tensioni nel Palazzo di Vetro. Il rappresentante di Mosca: “L’attacco in Siria distrugge le relazioni internazionali”, l’ambasciatrice Usa: “Russia usa il potere di veto come Assad usa il sarin”. Bocciata la risoluzione russa di condanna della “aggressione armata occidentale contro la Siria”. Ma dalla Francia segnali distensivi verso il Cremlino

“L’attacco condotto da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna in Siria distrugge il sistema delle relazioni internazionali e rischia di destabilizzare tutta l’area”. E’ duro l’intervento del rappresentante permanente della Russia all’Onu, Vasily Nebenzya, al Consiglio di Sicurezza nel Palazzo di Vetro chiesto dalla stessa Russia dopo il raid in Siria. “Noi abbiamo fatto tutto il possibile per evitare queste strategie destabilizzatrici ma nonostante questo gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno ignorato gli appelli di tornare alla ragione” aggiunge il rappresentante del Cremlino.

Durissima la replica americana: “La Russia usa il veto il Consiglio di sicurezza dell’Onu, come il regime siriano usa il Sarin” così l’ambasciatore all’Onu, Nikki Haley, che, con la sua consueta brutalità, ha risposto al collega di Mosca ricordando che il veto è stato utilizzato ben sei volte sul dossier siriano: “Non possiamo permettere – ha aggiunto la rappresentante di Washington – che la Russia getti nella spazzatura tutte le nome internazionali, e consenta che l’uso di armi chimiche non riceva una adeguata risposta”.

Siria, dopo l'attacco è scontro all'Onu tra Washington e Mosca. Gli Usa: "Pronti a colpire ancora"

Ma Haley dice anche altro: “Siamo pronti a colpire di nuovo se la Siria userà ancora armi chimiche”, riferendo il contenuto di una conversazione con il presidente Donald Trump dopo il raid. “Ho parlato stamane con il presidente. Ha detto che se il regime siriano usa gas velenosi ancora una volta, gli Stati Uniti sono pronti ad usare la forza”, dice l’ambasciatrice Usa, “il tempo per le parole è finito. Abbiamo avuto 5 meeting del Consiglio sulla Siria in questa settimana”. La nostra azione “non è una vendetta, né una punizione, né per una simbolica dimostrazione di forza ma abbiamo dato alla diplomazia chance dopo chance. I nostri sforzi risalgono al 2013. La Siria si è impegnata a rispettare la convenzione sulle armi chimiche. Ma come abbiamo visto dallo scorso anno, questo non è successo”, quindi, insiste Haley “il regime siriano, con il ripetuto ricorso alle armi chimiche, ci ha spinto ad agire. Il raid di ieri è un messaggio chiarissimo: gli Stati Uniti non consentiranno al regime di Assad di usare le armi chimiche”.

Siria, dopo l'attacco è scontro all'Onu tra Washington e Mosca. Gli Usa: "Pronti a colpire ancora"

“E’ stato un intervento umanitario, giusto e legale” ha poi affermato l’ambasciatore del Regno Unito presso l’Onu, Karen Pierce. “Il regime siriano ha ucciso il suo stesso popolo per sette anni” e l’uso di armi chimiche “è un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità”, ha affermato Pierce.

E mentre in sede Onu parlavano gli alleati in difesa dei raid, la Siria ha chiesto alla comunità internazionale e al Consiglio di sicurezza Onu tutt’altro, di condannare con fermezza la “brutale aggressione statunitense, britannica e francese che può solo portare a infiammare ulteriormente le tensioni e rappresenta una minaccia per la pace e la sicurezza internazionali”. Posizione sottolineata anche da due lettere inviate dal ministero degli Esteri siriano al Segretario generale delle Nazioni Unite e al capo del Consiglio di sicurezza.

E prima di Damasco era stata la stessa Russia a diffondere all’avvio del Consiglio Onu, una bozza di risoluzione che chiedeva la condanna ufficiale dell'”aggressione armata occidentale” contro la Siria. Risoluzione che però è stata bocciata con otto voti contrari, tre a favore e quattro astenuti.

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All’apertura del dibattito, il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha chiesto ai membri del Consiglio di sicurezza di “agire in conformità con la Carta delle Nazioni Unite e nel quadro del diritto internazionale” quando è questione di “pace e sicurezza”.

Siria, i sostenitori di Assad manifestano in strada dopo l’attaco di Usa, Francia e Regno Unito

Da Bruxelles, nelle stesse ore, è rimbalzato lo statement della Natodopo il meeting del Consiglio nordatlantico a livello di ambasciatori: “Gli alleati hanno espresso il pieno supporto per questa azione mirata a ridurre la capacità del regime siriano di produrre armi chimiche e evitarne l’ulteriore impiego contro il popolo siriano”. E ha aggiunto la nota ufficiale: “Le armi chimiche non possono essere usate con impunità o normalizzate. Sono un pericolo immediato per il popolo siriano e per la nostra sicurezza collettiva”. Il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg, ha inoltre ammonito il regime siriano “a permettere agli aiuti umanitari di raggiungere la popolazione”, aggiungendo che “Usa, Gb e Francia hanno evidenziato che non c’era altra alternativa praticabile all’uso della forza”.

Gaza, cecchino israeliano spara a palestinese. I soldati esultano: “Wow, che video!”

VIDEO

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Un video amatoriale mostra un cecchino israeliano che spara a un palestinese disarmato nella Striscia di Gaza. Nel filmato, ripreso attraverso il mirino del fucile di precisione di un commilitone, si vede l’uomo avvicinarsi alla barriera che separa l’enclave dallo Stato ebraico. Poi il comandante dà l’ordine di aprire il fuoco e il cecchino aspetta per la presenza di un bambino. Infine spara il colpo e il palestinese si accascia a terra. Seguono le grida di giubilo dei soldati: “Wow, che video!”, “qualcuno è stato colpito in testa”, “un video leggendario”, “è volato in aria”. L’esercito ha confermato l’autenticità del video e aperto un’inchiesta precisando però che il filmato sembra documentare un fatto avvenuto il 22 dicembre ARNALDO ZEPPIERI

Siria, Douma sotto attacco: “Armi chimiche”. Trump: “Putin e Iran colpevoli. Assad animale”

Ribelli negoziano la resa dopo un sospetto bombardamento con gas al cloro. Tv di Stato: “Intesa per evacuazione dell’ala dura Jaish al-Islam verso Jarablus”. Tra gli oltre mille i feriti, molte donne e bambini con “difficoltà respiratorie”. Mosca nega, ma gli Usa valutano raid missilistico sul regime. Chiesta riunione del Consiglio di Sicurezza Onu. Il Papa: “Niente può giustificare strumenti di sterminio”

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ROMA – Un nuovo attacco aereo a Douma con armi chimiche provoca almeno 100 morti e mille feriti. Continua una guerra diplomatica Usa-Russia, con Washington che chiede ai russi di abbandonare Assad e Trump denuncia “l’insensato attacco chimico” con un tweet in cui punta il dito contro “il presidente Putin”: “La Russia e l’Iran sono responsabili per il sostegno all’Animale Assad. Ci sarà un alto prezzo da pagare”. Ma Mosca in linea con il governo siriano, replica negando che siano stati usati gas sui civili.

L’iniziativa americana non si ferma alle denunce: gli Stati Uniti e altri otto paesi membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Gran Bretagna, Francia, Polonia, Olanda, Svezia, Kuwait, Peru e Costa d’Avorio) hanno chiesto una riunione di emergenza, che dovrebbe tenersi lunedì pomeriggio, secondo fonti diplomatiche. Mentre una fonte dell’amministrazione fa sapere che la Casa Bianca non esclude la rappresaglia contro Assad: un raid missilistico contro obiettivi del regime siriano. “Non escluderei” alcuna opzione, ha affermato alla Abc Thomas Bossert, consigliere di Trump per la sicurezza nazionale e l’antiterrorismo, in contatto con Trump da sabato sera per valutare una risposta. “Quelle foto sono orribili – ha aggiunto -, in questo momento stiamo esaminando l’attacco”.

Tra quanti hanno chiesto la riunione del Consiglio Onu anche la Francia, che aveva più volte avvertito Assad che avrebbe agito militarmente in caso di comprovato uso di armi chimiche. Parigi si assumerà “tutte le responsabilità nella lotta contro la proliferazione chimica” dopo quanto accaduto a Douma, ha dichiarato il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, esprimendo la sua “estrema preoccupazione”.

A riaccendere la tensione nell’area della Ghouta orientale, la presenza degli ultimi ribelli anti-Assad che avevano chiesto una tregua per lasciare assieme ai loro familiari la città. Ma la decisione dell’ala dura Jaish al-Islam di non evacuare la città avrebbe scatenato la reazione del governo di Damasco. Ora però le trattative per una nuova tregua sembrano essere arrivate a un accordo. Secondo la tv di Stato il regime avrebbe acconsentito a rilasciare i prigionieri in cambio dell’evacuazione totale dei combattenti di Jaish al-Islam da Douma: “La partenza di tutti i cosiddetti terroristi di Jaish al-Islam per Jarablus dovrà avvenire entro 48 ore”.

I miliziani anti-regime asserragliati a est di Damasco, dopo aver subito l’attacco chimico, avevano infatti chiesto al governo siriano di riprendere i negoziati per la loro resa. Per le autorità di Damasco la condizione era la fine dei lanci di mortai contro la Capitale da parte dei miliziani stessi.

Sui violenti combattimenti oggi è intervenuto anche il Papa: “Niente può giustificare l’uso di strumenti di sterminio contro persone inermi”. Sullo sfondo dei raid, l’incontro di Ankara del 4 aprile, quando Vladimir PutinHassan Rohani e Recep Tayyip Erdogan avevano sancito il ruolo fondamentle di Russia, Iran e Turchia per delineare le prospettive del Paese. Ma anche per tracciare uno scenario del Medio oriente nel suo complesso. La Turchia ha fortemente condannato l’attacco chimico di oggi.

La condanna è arrivata anche dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. Con una nota il suo portavoce, Stephane Dujarric ha detto che “le Nazioni Unite non sono in grado di verificare queste segnalazioni ma Guterres osserva che qualsiasi uso di armi chimiche, se confermato, è ripugnante e richiede un’indagine approfondita”. Nella nota Guterres invita tutte le parti in Siria a “cessare i combattimenti, ripristinare la calma e rispettare pienamente la risoluzione 2401 del Consiglio di Sicurezza”, ribadendo che “non esiste una soluzione militare al conflitto”.

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• LA MAGGIOR PARTE DELLE VITTIME DEL GAS: DONNE E BAMBINI
White Helmets, un gruppo di soccorritori che opera in aree controllate dall’opposizione in Siria, hanno affermato che la maggior parte delle vittime sono donne e bambini, intere famiglie sterminate dai gas nelle loro case e nei rifugi. L’Osservatorio siriano per i diritti umani parla di 100 vittime morte per soffocamento (un’altra organizzazione fissa il bilancio a 150 morti).

Siria, 40 persone uccise a Douma. Si sospetta attacco chimico. Medico: “Bomba al cloro sganciata sulla città”

Ci sono molte donne e bambini. I sanitari: “Mille persone con difficoltà respiratorie”. Gli Usa che chiedono ai russi di abbandonare Assad. Ma Mosca replica negando che siano state usate armi chimiche. Anche Damasco nega. Papa: “Niente può giustificare l’uso di strumenti di sterminio contro persone inermi”

Un nuovo attacco aereo a Douma con armi chimiche provoca almeno 40 morti e 1000 feriti. E scatena una guerra diplomatica Usa-Russia, con Washington che chiede ai russi di abbandonare Assad. E Mosca che (in linea con il governo siriano) replica negando che siano stati usati gas sui civili. A riaccendere la tensione nell’area della Ghouta orientale, la presenza degli ultimi ribelli anti-Assad che avevano chiesto una tregua per lasciare assieme ai loro familiari la città. Ma la decisione dell’ala dura Jaish al-Islam di non evacuare la città avrebbe scatenato la reazione del governo di Damasco. Ora però sarebbero in corso trattative per una nuova tregua. Sul caso interviene anche il Papa: “Niente può giustificare l’uso di strumenti di sterminio contro persone inermi“.

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• LA MAGGIOR PARTE DELLE VITTIME DEL GAS: DONNE E BAMBINI
White Helmets, un gruppo di soccorritori che opera in aree controllate dall’opposizione in Siria, hanno affermato che la maggior parte delle vittime sono donne e bambini, intere famiglie sterminate dai gas nelle loro case e nei rifugi. L’Osservatorio siriano per i diritti umani parla di 80 vittime, 40 delle quali morte per soffocamento. E un’altra organizzazione fissa il bilancio a 150 morti.

Siria, decine di morti per sospetto attacco chimico a Duma: bambini soccorsi e lavati

Al Jazeera riferisce che Moayed al-Dayrani, un abitante di Douma e medico volontario, ha detto che il bilancio delle vittime dovrebbe aumentare. “Al momento stiamo affrontando più di mille casi di persone che hanno difficoltà a respirare dopo che una bomba al cloro è stata sganciata sulla città e il numero di morti probabilmente salirà ancora”, ha affermato.

• È TENSIONE DIPLOMATICA TRA USA E RUSSIA
La vicenda si trasforma subito in un caso di politica internazionale, con gli Usa che chiedono ai russi di abbandonare Assad. E Mosca che replica negando che a Douma siano state usate armi chimiche. Ha violato i suoi impegni verso le Nazioni Unite ed è responsabile di questi brutali attacchi.

Chiediamo alla Russia di porre fine a questo sostegno assoluto e di collaborare con la comunità internazionale per prevenire ulteriori attacchi chimici”. Fonti del governo di Damasco hanno liquidato la notizia di attacco con armi chimiche come un tentativo dei ribelli del gruppo Jaish al-Islam di fermare l’avanzata dell’esercito.

Brasile, mandato di arresto per Lula: ha 24 ore di tempo per costituirsi in carcere

Entro domani alle 17 (22 ora italiana) l’ex presidente deve consegnarsi. Il provvedimento firmato dallo stesso giudice Moro che l’ha condannato l’anno scorso per corruzione

Il giudice Sergio Moro ha ordinato a Lula da Silva di costituirsi alla polizia federale domani alle 17 locali (le 22 in Italia) per essere arrestato. Il mandato di arresto dell’ex presidente brasiliano è stato emesso dopo che il tribunale di Porto Alegre ha autorizzato il magistrato a procedere con l’esecuzione della condanna a 12 anni di carcere per corruzione.

E’ stato Moro che, nel luglio dell’anno scorso, condannò Lula a 9 anni di prigione per corruzione e riciclaggio, che sono diventati 12 nel gennaio scorso, quando il caso è stato esaminato in seconda istanza dal Tribunale Regionale Federale di Porto Alegre (Trf-4). L’esecuzione della condanna era stata però bloccata dalla richiesta di habeas corpus presentata dai legali dell’ex presidente presso il Supremo Tribunale Federale (Stf), che l’ha respinta nella notte scorsa, per 6 voti contro 5.

Oggi il Tfr ha inviato a Moro una comunicazione nella quale lo ha autorizzato ad emettere un mandato di arresto per Lula, giacché considera esauriti tutti i possibili ricorsi della sua difesa presso questa corte.
Così Moro – il magistrato simbolo delle inchieste anticorruzione in Brasile – ha emesso il suo mandato d’arresto, segnalando che “tenendo in conto della dignità dell’incarico occupato in passato” da Lula, “gli viene concessa l’opportunità di presentarsi volontariamente alla Polizia Federale di Curitiba, entro le 17.00 del 6 aprile 2018”.

Il giudice, d’altra parte, ha escluso che la difesa di Lula abbia ancora qualche carta da giocare, sottolineando che gli “ipotetici ricorsi” che potrebbe presentare sono solo una “patologico tentativo di procrastinazione che dovrebbe essere eliminato dal mondo giuridico”.

Uno degli avvocati di Lula da Silva, José Roberto Batochio, ha detto che non ha “alcun dubbio” che l’ex presidente brasiliano si presenterà domani a Curitiba per essere incarcerato, come ordinato dal giudice Sergio Moro, sottolineando che Lula “ha sempre rispettato il potere giudiziario e la legge”.

Il provvedimento è stato emesso dalla procura di Panarà, nel sud del Brasile, titolare dell’inchiesta Lava Jato. Nella motivazione del decreto di arresto, il giudice Sergio Moro spiega che “non ci sono più risorse con effetti sospensivi presso il Tribunale Federale Regionale della 4 ° Regione” e che “quindi vengono meno quelle salvaguardie che impediscono la limitazione della libertà del condannato”. Rispetto agli “embarghi sugli embarghi”, la serie di osservazioni giuridiche oggetto dell’appello a cui la difesa dell’ex presidente aveva ancora diritto, il giudice ha stabilito che si tratta di “una patologia patrimoniale che dovrebbe essere eliminata dal mondo legale”. “In ogni caso”, ha sostenuto, “gli embargo di dichiarazione non cambiano, sul piano giuridico, le motivazioni della sentenza espressa in seconda istanza”.

E’ la nuova offesiva del pool di Lava Jato. Dopo il via libera del TSF, la Procura accelera i tempi. Come dice Moro non ci sono piu i pressuposti perché Lula resti a piede libero. Deve scontare la condanna. Può apparire un accanimento. Una persecuzione, come dice da tempo lo stesso leader della sinistra brasiliana Lula. Ma è stato condannato. In due gradi di giudizio. I magistrati del supremo hanno stabilito, a maggioranza, che, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza, Lula deve scontare la pena. Perché due Tribunali hanno stabilito che si è fatto corrompere. Ha partecipato, in modo passivo, al sistema che da venti anni governava l’economia del Brasile. E’ accaduto anche in Italia. Lo ha scoperchiato “Mani pulite”. Con i suoi limiti e i suoi eccessi. In Brasile ha vissuto e continua a vivere la stessa stagione. La corruzione  è diventata sistema. Ha contagiato tutti i gangli dell’economia. Era facile: si pagava per ottenere gli appalti. Ma si fregava la concorrenza. Con i soldi pubblici. Miliardi prosciugati che potevano essere destinati alla sanità, all’istruzione, al lavoro. Come diceva di voler fare e aveva fatto Lula. La condanna non è solo penale. E’ politica.

Lula è diventato prigioniero dello scontro tra potere politico e potere giudiziario. Paga, forse, per il fatto meno dimostrato e meno rilevante, dei sei per i quali è stato rinviato a giudizio e di cui dovrà rispondere in futuro. Marginale da un punto di vista pecuniario. Ma come immagine, ha deluso i milioni di sostenitori e prestato il fianco ad altrettanti milioni di detrattori. Più volte, da tutti i fronti, si è cercato di fermare l’azione giudiziaria della procura di Curitiba. Con le solite leggi che puntavano a rafforzare l’autonomia della politica e la sua immunità dall’intervento, ormai tracimato, della Giustizia. Il sistema Odebrechet ha colpito 12 paesi dell’America Latina e due dell’Africa. Era un sistema corruttivo sofisticato, costruito e sperimentato nel tempo. Lula parla di golpe, di condanna basata su nessuna prova. Lo dicono in molti. Ma quattro diversi Tribunali hanno stabilito in modo diverso: è colpevole. La legge prevede che deve scontare la pena in carcere. Il giudice Moro la applica.

Il padre della sinistra brasiliana deve rispettarla. Come ha sempre dichiarato di voler fare. Sarà il primo presidente a finire dietro le sbarre. Si chiama Luiz Inácio Lula da Silva. Ha segnato la storia del mondo. Ora deve combattere per riscattarla.

Nasim, gli ultimi messaggi della donna che ha sparato nella sede di YouTube: “Ingiusta la censura ai miei video”

Aghdam, 39 anni, videoblogger “vegana e animalista”, ha attaccato la filiale di Google a San Bruno in California, ferendo tre persone di cui una in modo grave. Due giorni fa il padre aveva avvertito le autorità che la figlia avrebbe potuto vendicarsi contro la piattaforma video che le “cancellava i contenuti”AN FRANCISCO – Nasim Najafi Aghdam di San Diego è la 39enne di origini iraniane che ha aperto il fuoco in California nella sede di YouTube ferendo tre persone per poi togliersi la vita. Gli investigatori stanno ancora indagando sulle reali ragioni del gesto ma lei “odiava YouTube che secondo lei la discriminava e censurava”, così ha riferito il padre della donna a Sky News. Il giorno prima della sparatoria l’uomo ne aveva denunciato la scomparsa: “YT aveva cancellato tutti i suoi contenuti e lei era molto arrabbiata”. Atleta, vegana, animalista, così si definiva, Nasim postava decine di video e immagini, in lingua farsi, turca e inglese, su quasi tutte le piattaforme social: Instagram. Facebook, Telegram e sul suo sito personale. Dopo essere stata identificata, i suoi canali sono stati tutti oscurati. Google non ha rilasciato alcun commento.

California, spari nel quartier generale di YouTube: i dipendenti escono con le mani alzate

I contenuti per la maggior parte riguardavano ricette vegane e diritti degli animali e spesso aggiungeva commenti del tipo: “YT filtra i miei canali”, affermando che aveva guadagnato soltanto 10 centesimi di dollaro nonostante 300mila visualizzazioni. La donna aveva attaccato la piattaforma anche sul suo sito web. “Su YouTube e altri siti di condivisione non tutti hanno le stesse opportunità di crescere, il tuo video cresce solo se loro lo vogliono”, aveva affermato. In una occasione aveva anche citato una delle celebri frasi di Adolf Hitler: “E’ più facile ingannare le masse con una fandonia esagerata che con una piccola bugia”.

Un filmato che la ritrae sdraiata a terra mentre si allena in esercizi fisici, secondo quanto da lei affermato, era stato vietato ai minori “per ristrettezza di idee. Non c’era niente di allusivo al sesso. Lo hanno fatto apposta per impedirne le visualizzazioni”.  La politica di YouTube sui video vietati ai minori di 18 anni elenca quattro ragioni per il divieto: linguaggio volgare, immagini forti, nudità e contenuti allusivi sessuali e descrizioni di attività pericolose o lesive. In un altro video ancora, postato su Instagram, Aghdam indossava quello che lei descriveva un “ninja look” e poneva al suo pubblico questa domanda: “Quando si parla di libertà di parola, pensate che l’Iran sia degli Usa o che gli Usa siano meglio dell’Iran?”

Nasim, gli ultimi messaggi della donna che ha sparato nella sede di YouTube: "Ingiusta la censura ai miei video"

Accanita sostenitrice dei diritti degli animali, aveva tra l’altro postato una foto in cui indossava una parrucca e un paio di jeans macchiati di sangue, in mano, una spada di plastica in segno di protesta verso i Marines che avevano ucciso dei maiali in un’esercitazione militare. E a lato il commento: “I diritti degli animali sono gli stessi di quelli umani”

Brent Andrew, portavoce del San Francisco General Hospital, dove sono stati ricoverati 3 dei 4 feriti, ha precisato che si tratta di un uomo di 36 anni in “condizioni critiche”, di una donna di 32 anni in “condizioni serie” e di un’altra donna, di 27 anni, “in condizioni discrete”. Poche le informazioni sul quarto ferito: secondo alcuni media sarebbe ricoverato con una caviglia slogata.

California, una donna spara nel quartier generale di YouTube poi si toglie la vita. Ci sono feriti

Terrore nel quartier generale di YouTube a San Bruno, in California. Una donna ha fatto irruzione negli uffici della più importante piattaforma di video online, ha sparato alcuni colpi d’arma da fuoco ferendo almeno quattro persone poi si è tolta la vita. Sul luogo un ingente schieramento di forze dell’ordine e ambulanze. Esclusa l’ipotesi terrorismo, fonti di polizia parlano di pista privata: la donna avrebbe cercato di sparare al fidanzato

Brent Andrew, portavoce del San Francisco General Hospital, dove sono stati ricoverati 3 dei 4 feriti, ha precisato che si tratta di un uomo di 36 anni in “condizioni critiche”, di una donna di 32 anni in “condizioni serie” e di un’altra donna, di 27 anni, “in condizioni discrete”. Sul quarto ferito non si hanno per ora informazioni, neppure su dove sia stato ricoverato. L’allarme è scattato poco prima delle 13 nel quartier generale della piattaforma video di Google. Oltre 200 dipendenti sono stati perquisiti mentre lasciavano la struttura e le forze dell’ordine cercavano l’autore degli spari. Secondo la Cnn, che cita un testimone, la donna sarebbe entrata nella zona dove di solito i dipendenti si fermano a mangiare puntando una persona in particolare, presumibilmente il fidanzato. Entro le 14:15 è stato informato il presidente Donald Trump che ha poi elogiato, via Twitter, il lavoro delle forze dell’ordine. Sul posto è accorsa anche l’Fbi mentre Google ha indicato, via Twitter, di collaborare con le autorità.

California, spari nel quartier generale di YouTube: i dipendenti escono con le mani alzate

“Stavamo facendo una riunione quando abbiamo sentito un gran trambusto” scrive su Twitter Todd Sherman, un impiegato presente in quel momento negli uffici, “il primo pensiero è stato un terremoto, tanto tremavano i pavimenti, poi abbiamo capito che invece c’erano delle persone in fuga”. Nei successivi tweet, Todd Sherman continua: “Ci siamo avvicinati all’uscita e c’era un sacco di gente e abbiamo sentito che c’era qualcuno fuori che stava sparando colpi d’arma da fuoco” ‘uomo racconta poi di aver guardato di sotto, e di aver visto “del sangue sul pavimento e sulle scale”, di aver assistito all’arrivo della polizia “con i fucili imbracciati” e di aver indicato agli agenti da dove provenissero gli spari. Altre immagini di utenti Twitter mostrano una fila di impiegati uscire dagli uffici con le mani in alto sotto la protezione delle forze dell’ordine.

È morta Winnie Mandela, ex moglie di Nelson Mandela

Aveva 81 anni. Sposata per 38 anni con “Madiba”, divenne un’icona della lotta per la liberazione. Poi le accuse di essere coinvolta in rapimenti, torture, omicidi offuscheranno la sua immagine

È morta a 81 anni Winnie Mandela, ex moglie di Nelson Mandela. A dare l’annuncio è stato il suo ufficio stampa Zodwa Zwane. Nomzamo Winifred Zanyiwe Madikizela – questo il suo nome – è deceduta presso il Netcare Milpark Hospital di Johannesburg dopo una lunga malattina che l’aveva costretta a frequenti ricoveri negli ultimi tempi.

Nata a Mbizana, in Sudafrica, il 26 settembre del 1936, Madikizela è stata una donna politica, per molti anni a capo dell’African National Congress Women’s League e membro del Comitato Esecutivo Nazionale dell’African National Congress. Era stata la prima donna nera del Sudafrica ad aver ottenuto un diploma da assistente sociale. Era il 1956, aveva vent’anni e già questo le fece conquistare una certa notorietà.

In quello stesso periodo conosce Mandela, diciotto anni più grande di lei, allora avvocato, che divideva lo studio con Oliver Tambo, il fidanzato della migliore amica di Winnie, Adelaide. All’epoca era sposato con Evelyn Ntoko Mase dalla quale aveva avuto quattro figli e dalla quale avrebbe divorziato nel ’57, dopo tredici anni di matrimonio. Nel ’58 Winnie e Nelson si sposano. Comincia così quella che Winnie definirà con una sintesi efficace: “La mia vita con lui è stata una vita senza di lui”. Mandela è già un eroe del movimento, già sotto processo, già in libertà vigilata – per sposarsi ottiene un permesso speciale di qualche giorno.

Mandela entra in clandestinità nel 1960, viene riarrestato nell’agosto del 1962 e condannato al carcere a vita. Winnie aveva già avviato il proprio apprendistato di militante. Quattro mesi dopo il matrimonio – era il 1958 – aveva preso parte, incinta (da Mandela avrà due figlie, Zenani e Zindzi) a una manifestazione contro le leggi sui lasciapassare obbligatori per i neri. Viene arrestata e all’uscita dal carcere, dopo una settimana, scopre di essere stata licenziata dall’ospedale nel quale lavorava.

Da quel momento inizia una vita che la accomuna a tanti militanti neri dell’epoca: processi, arresti, periodi di detenzione alternati a periodi di libertà vigilata o isolamento (il più lungo: 17 mesi). Sono decenni durissimi, l’African National Congress è costantemente sotto attacco e praticamente annientato dalle condanne (e dalle esecuzioni) e latita ancora l’attenzione internazionale nei confronti della situazione sudafricana. Winnie Mandela trascorre 8 anni al bando, da sola con le due figlie, in un villaggio isolato dello Stato libero d’Orange, Brandfort. Non regge, gli amici raccontano di un periodo di alcolismo, strambe frequentazioni, vita sessuale molto disinibita.

Nel 1985 decide di sfidare la messa al bando e torna a vivere a Soweto. In quel periodo il movimento ha messo in atto la sistematica devastazione dei ghetti neri per renderli ingovernabili e il ritorno di Winnie la trasforma immediatamente nella bandiera della protesta. Si sveglia anche la comunità internazionale e da quel momento la signora Mandela diventa una celebrità. Ma proprio la fama, l’arrivo di sovvenzioni e premi da ogni parte del globo attirano intorno a lei figure di dubbia provenienza. Scivola pesantemente con il discorso di Munsieville, nell’aprile del 1986 quando sostiene l’opportunità del “necklacing” (la cosiddetta “pratica del collare di fuoco” che consiste nel bruciare vive le persone con l’ausilio di un copertone d’auto per tenerle ferme), dicendo: “Le nostre scatole di fiammiferi e le nostre collane libereranno questo paese”.

Siamo alla fine degli anni Ottanta, la sua guardia del corpo – e allenatore del MUFC, il Mandela United Football Club – Jerry Musivuzi Richardson viene accusata di aver rapito quattro giovani dall’abitazione di un pastore metodista conducendoli in casa Mandela e obbligandoli, a forza di botte, ad ammettere di essere stati abusati sessualmente dal religioso. Uno dei quattro giovani, il quattordicenne James Seipei, viene accusato anche di essere una spia. Il suo corpo senza vita viene ritrovato in campagna, è il 6 gennaio dell’89. Winnie fu processata e condannata per rapimento, una condanna a sei anni di prigione ridotta a multa in ultimo grado di giudizio. Nel 1992 fu accusata di aver commissionato l’omicidio di un amico di famiglia, Abu-Baker Asvat, il medico che aveva visitato il quattordicenne Saipei in casa Mandela prima che venisse ucciso. Secondo la “Commissione per la verità e la riconciliazione”, Winnie avrebbe pagato l’equivalente di 8.000 dollari e fornito le armi per l’omicidio che sarebbe stato commesso alla fine di gennaio del 1989.

Per due volte Nelson Mandela fu costretto a sconfessarla dal carcere: per quella villa con venti camere e piscina costruita fra le baracche di Soweto, e ribattezzata dai detrattori Winnie’s Palace; e quando cercò di far soldi sul nome di Mandela, cercando di affidarne il copyright a un avvocato. L’immagine della “pasionaria di Soweto” dell’icona della lotta di liberazione, della Madre della nazione ormai è più che appannata. L’11 febbraio del 1990 Mandela esce dalla prigione di Victor Vester, praticamente in diretta in mondovisione. Tiene per mano Winnie ma tutti sanno che il loro legame ormai si tiene con un filo. Il 1992

è l’anno della separazione ufficiale, il 1996 quello del divorzio. Nel ’98 Madiba andrà all’altare per la terza volta, con Graca Machel, la vedova dello storico leader della lotta per l’indipebndenza del Mozambico e primo presidente del paese africano.

Terrorismo, duro colpo alla rete dei contatti italiani di Anis Amri: 5 mandati d’arresto

Le indagini partite dai tabulati del cellulare dell’attentatore di Berlino poi ucciso a Sesto San Giovanni. Nel mirino stranieri residenti a Napoli e nel Casertano. Perquisizioni a Latina. Le intercettazioni: “Tagliare la testa e i genitali”

ROMA – La rete dei contatti italiani di Anis Amri, il terrorista di Berlino, finisce di nuovo sotto inchiesta. Questa mattina la polizia, su ordine del Gip di Roma Costantino De Robbio, ha notificato il mandato di cattura a cinque stranieri: il palestinese Abdel Salem Napulsi, già detenuto nel carcere di Rebibbia, e quattro tunisini residenti a Napoli e nel Casertano. Perquisizioni sono tuttora in corso a Latina.

L’indagine, condotta dal pm Sergio Colaiocco, è nata dall’analisi dei tabulati del cellulare di Amri, l’attentatore che il 19 dicembre del 2016 fece dodici mortipiombando con un camion sul mercatino di Natale a Breitscheidplatz. Amri fu poi ucciso tre giorni dopo a Sesto San Giovanni da due poliziotti. Nei mesi successivi vennero espulsi dal territorio italiano tre dei suoi conoscenti che vivevano in provincia di Latina, ritenuti essere pericolosi per la sicurezza nazionale. L’operazione di oggi, però, dimostra che la rete intessuta da Amri nel nostro Paese potrebbe non essersi limitata a quei tre.

Abdel Salem Napulsi, 38 anni, è accusato di terrorismo perché si è auto addestrato su Internet. Oltre a 16 video di propaganda islamista presi da Youtube, ha scaricato istruzioni sull’uso di carabine ad aria compressa e lanciarazzi del tipo Prg-7, nonché su come modificare alcune armi in commercio. Non solo. Poco prima del fermo avvenuto nell’ottobre scorso a Latina durante un controllo antidroga, ha cercando di acquistare o noleggiare un mezzo, un modello tipo pick up o camioncino, adatto a montare armi da guerra.

A lui gli investigatori della Digos sono arrivati passando al setaccio la rubrica di Anis Amri, il quale nell’estate del 2015 trascorse almeno una decina di giorni ad Aprilia ospite del suo amico Montassar Yakoubi, conosciuto a bordo del barcone che li portò a Lampedusa nel 2011. Il numero appartiene a Khazri Mounir, uno spacciatore radicalizzato di Latina: attraverso di lui – secondo il Gip romano – Napulsi manteneva “un collegamento diretto con ambienti riconducibili all’Isis”. Ed è con lui che, al telefono, si lasciava andare.

In una conversazione intercettata il 23 agosto scorso, Napulsi si scaglia contro gli infedeli occidentali: “Bisognerebbe mettere la loro testa sul tagliere e via, e colpire (mozzare la testa) e avanti un altro”. I due ridono. Mounir recita poi quello che pare essere un versetto tratto dal Corano (“Quando incontrate i miscredenti colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati”) e Napulsi aggiunge: “Tagliargli la testa e i genitali!”.

Anis Amri, come si costruisce un terrorista – Il trailer

In altre telefonate i poliziotti lo sentono lamentarsi della Tunisia, perché non vige la Sharia e le donne possono non portare il velo integrale, e dell’Italia perché non sopporta la vista di donne “che girano seminude”. Gli altri quattro arrestati sono i tunisini Akram Baazaoui, Mohamed Baazoui, Dhiaddine Baazaoui e Rabie Baazoui. A loro la procura di Roma contesta l’associazione per delinquere finalizzata alla falsificazione dei documenti e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Anch’essi in contatto con un amico di Amri, hanno fatto entrare illegalmente in Italia un centinaio di connazionali, ai quali – dietro il pagamento di grosse somme di denaro – fornivano carte d’identità e patenti fasulle per proseguire il viaggio verso Francia e Germania.

Anche lo stesso Amri si era rivolto a loro per avere un passaporto contraffatto e un finto permesso di soggiorno, prima di trasferirsi in Germania.

Sui foreign fighters ha dichiarato stamane Federico Cafiero de Raho, procuratore nazionale antimafia, a Radio anch’io. “Da parte dello Stato c’è un’attenzione altissima. E’ evidente che il rischio c’è. Per quanto riguarda i foreign fighters è previsto un rientro che non dovrebbe superare le 50 unità. C’è quindi una differenza rispetto agli altri paesi che hanno milioni di persone naturalizzate”.  “Gli sbarchi potrebbero essere un canale di rientro. La modalità attraverso la quale i migranti giungono nel nostro territorio per restare ma, per lo più, per muoversi verso altri paesi d’Europa è tale da non consentire una rilevazione certa. E questo potrebbe consentire un passaggio occulto”.