Serbia-Svizzera 1-2: in gol i due ‘kosovari’ Xhaka-Shaqiri. E la loro esultanza irrita Belgrado

Shaqiri realizza la rete della vittoria svizzera (reuters)
Mitrovic illude i suoi dopo 5′, nella ripresa la rimonta svizzera completata al 90′ dall’ex interista, il migliore in campo, che fa festa sfidando i serbi con l’aquila albanese in memoria della guerra. Elvetici a un passo dagli ottavi. Ai ragazzi di Petkovic basterà un successo contro la Costa Rica (già eliminata) per passare il turno, Milinkovic e compagni dovranno invece battere il Brasile

KALININGRAD – La Svizzera è ad un passo dagli ottavi di finale. Merito della vittoria, tutta cuore e orgoglio, in rimonta 2-1 sulla Serbia. Ma la vittoria ha uno strascico “politico”, per l’esultanza dei due goleador elvetici, entrambi di origine kosovara, per la quale si è irritata Belgrado, che contesta anche l’arbitraggio ritenuto scorretto del tedesco Felix Brych.

A passare in vantaggio, dopo appena 5′, la nazionale di Krstajic grazie a Mitrovic, nella ripresa le reti di Xhaka e Shaqiri a ribaltare tutto. Agli elvetici basterà ora superare la Costa Rica (già eliminata) per accedere agli ottavi. I serbi invece, che recriminano per un rigore abbastanza evidente non concesso a Mitrovic alla metà del secondo tempo sull’1-1, non hanno alternative: devono compiere un’impresa e battere il Brasile.

LA “RIVINCITA” DEI KOSOVARI – Un duro colpo per i serbi, sui quali per un curioso incastro del destino, hanno messo la firma due dei giocatori che più degli altri avevano stimoli per accanirsi contro i rivali. Xhaka e Shaqiri, infatti (come pure Behrami), sono nati nel Kosovo e poi fuggiti con le loro famiglie in Svizzera ai tempi della guerra nella ex Jugoslavia e delle persecuzioni serbe contro l’etnia albanese. E dopo i gol i due giocatori hanno esultato mimando l’aquila, simbolo proprio dell’Albania. “La mia esultanza dopo il gol al 90′? Preferirei non parlarne, diciamo che ero molto emozionato dopo aver segnato” ha glissato Shaqiri a fine gara. E l’allenatore Petkovic ha provato ad archiviare la questione: “E’ chiaro che nel momento del gol un calciatore sente emozioni particolari. Però credo che tutti noi dobbiamo lasciare fuori la politica dal calcio”. Ma il capitano svizzero Stefan Lichsteiner, ai microfoni di Mediaset, è più esplicito: “C’è stata una guerra durissima per molti genitori dei nostri giocatori, c’erano pressioni e provocazioni, quindi per me Xhaka e Shaqiri hanno fatto bene”.

Champions, impresa della Roma: fa tre gol al Barcellona e va in semifinale

I gol di Dzeko, De Rossi su rigore e Manolas ribaltano il risultato del Nou Camp. Messi mai in partita

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ROMA – Ci sono nottate nelle quali quello che sembra impossibile si concretizza. Piano piano, con pazienza e determinazione. Con furore ma senza frenesia. La Roma ha giocato così per 90 minuti. Ed è entrata nella leggenda. Ha cancellato il 4-1 del Nou Camp che sembrava una sentenza. Ha vinto 3-0. Contro il Barcellona. O contro qualcosa che somigliava alla squadra catalana meno di quanto la sciapa maglia celestina evocasse quella blaugrana. Messi ammonito per fallo di frustrazione nell’inseguire Kolarov. Iniesta rimontato da Schick nei primi 45 minuti, chiamato in panchina da Valverde prima che finissero i secondi 45. Suarez, l’unico forse che prova a sbattersi ma in modo scomposto. E invece di fronte una squadra da copertina.

“Sono rimasto per giocare partite così” aveva detto Edin Dzeko dopo la qualificazione a questi quarti di finale. In realtà quello era solo l’antipasto. La storia l’ha scritta stasera. Insieme a De Rossi e Manolas, proprio i due che all’andata avevano spinto la palla nella porta sbagliata. Ma quella era una serata grigia, questa è una notte marchiata dai colori della leggenda. E stavolta Dzeko, De Rossi e Manolas fanno gol tutti nella porta giusta. E regalano alla Roma la semifinale di Champions League

Di Francesco vuole coraggio dai suoi e coraggio dimostra lui per primo, allestendo la difesa a tre con Fazio, Manolas e soprattutto Juan Jesus che si trova a gravitare nell’orbita del Re Sole Messi. Il 3-5-2 può sembrare un ammiccamento alla difesa a 5, ma vale solo per pochi minuti di assestamento, nei quali comunque la linea della retroguardia romanista galleggia sulla striscia bianca di centrocampo. E la squadra alta è una squadra che fa male subito. Sesto minuto appena iniziato: De Rossi fa spiovere palla dietro al duo Jordi Alba-Umtiti che avrebbero pure ampio margine su Dzeko, se non fosse che il centravanti giallorosso scarica sulle gambe tutta la voglia di “giocare partite così”. Edin sorpassa i due catalani e va a segnare. Ci sono 84 minuti davanti. Chissà.

E chissà, ci si dice anche al 15′, quando Schick – che poco prima aveva colpito di testa in torsione su corner, mandando alto, proprio quello Schick che era sembrato insipido in campionato – è andato a strappare palla al maestro Iniesta. Il Barça è tutto impacciato quando deve portare palla dalla difesa. E lo è per tutto il primo tempo. E questo fa specie. A centrocampo la musica cambia, ma non è mai la sinfonia blaugrana. Su Messi Di Francesco ha costruito una gabbia diretta da un De Rossi sopra le righe, con Strootman versione argine. Ripresa palla, la formula prevede sguardo largo sugli esterni e da lì invito al centro per il duo d’attacco: Florenzi la recita benissimo, Schick spreca a lato, ma più tardi Dzeko impegna Ter Stegen.

Dall’altra parte Alisson si deve ingegnare solo a costruire barriere nelle due occasioni in cui Messi può calciare da fermo dai 20 metri. Minuti di preparazione nei quali l’Olimpico fischia. Per poi esplodere in un urlo liberatorio quando il fuoriclasse argentino calcia alto, in entrambe le occasioni. Si va al riposo senza che il Barcellona dia segni di risveglio dal torpore.

E allora ci pensa la Roma ad assestare un altro schiaffo. Stavolta è Nainggolan a darla in avanti a Dzeko.  Stavolta il centravanti non va in progressione ma gioca di fisico su Pique. E il difensore catalano lo trascina a terra. Rigore. De Rossi lo calcia sulla sua destra. Ter Stegen la sfiora ma il boato è giallorosso. È il 2-0. Ed è il minuto 58. Ne mancano 32. Chissà.

Il Barcellona sembra ancora un orso appesantito dal pasto dell’andata e voglioso di sonnecchiare a lungo. Resta ancora schiacciato in area. Naingollan calcia al volo in area al 22′. Ter Stegen si stende per parare. Poi la palla spiove da sinistra in area catalana. De Rossi sbuca dal lato opposto e di testa la manda a lato. È il 23′.

Di Francesco decide di cambiare modulo: al 28′ dentro Under per Schick, al 32′ tocca a El Shaarawy per Nainggolan. Il primo prova un tiro a giro: alto. Il secondo sbuca da sinistra in acrobazia su un cross di Florenzi e Ter Stegen deve respingere. La partita continua a farla la Roma. Fino al minuto 38, quando l’impossibile si concretizza. Corner battuto da Florenzi, Manolas sul primo palo brucia Semedo, Ter Stegen, i pronostici, gli scettici, le ansie. Valverde butta dentro Alcacer per Busquets, Dembélé per Semedo. E manda avanti Pique a fare il centravanti aggiunto come nei momenti più disperati della storia del Barcellona. Ma il blaugrana resta un celestino sciapo. La Roma torna in semifinale di Champions dopo 34 anni.

Lacrime e commozione, tutto lo stadio ricorda Astori: ”Capitano per sempre”

Prima partita al Franchi senza il difensore scomparso domenica scorsa. Minuto di silenzio toccante, migliaia di palloncini al cielo. Al minuto 13 la partita si ferma, la Fiesole si veste di viola con la scritta ‘Davide 13’. La partita con il Benevento finisce 1-0, decide Hugo

FIRENZE – Una grande scritta in mezzo al campo, con la maglia numero 13 viola. “Capitano per sempre!”. Lo striscione in curva Fiesole: “Ci sono uomini che non muoiono mai, ci sono storie che verranno tramandate in eterno. Buon viaggio Capitano”. Il silenzio assordante all’ingresso in campo dei giocatori, un silenzio lunghissimo e profondissimo. Toccante. E poi migliaia di palloncini bianchi e viola che vengono liberati in aria mentre tutto lo stadio Franchi (oggi gremito) applaude e grida forte “Davide Astori“, “C’è solo un capitano”. Brividi lunghissimi, che toccano i cuori di tutti i presenti, così come il minuto di raccoglimento. Un silenzio vero, a una settimana dalla scomparsa del capitano della Fiorentina Davide Astori. Al minuto 13 la partita si ferma, lo stadio applaude, applaudono i giocatori, la curva Fiesole si colora di viola. Un nome ‘Davide’, un numero, il 13. E sono altre lacrime.

Morte Astori, minuto 13: Fiorentina-Benevento si ferma per l’ultimo saluto al capitano

LA RETE DI HUGO ALLE ORE 13 – Sul campo finisce 1-0 e anche questa è una storia che ha dell’incredibile. Perché la rete la mette a segno Vitor Hugo, il difensore brasiliano al posto proprio di Astori. E lo fa di testa, emulando proprio il capitano che era solito salire sui calci piazzati per sostenere le azioni offensive della propria squadra. Hugo segna alle ore 13 e indossa la maglia numero 31 (gli anni di Davide). Tutto il gruppo lo abbraccia e il brasiliano corre a prendere una maglia in panchina e la espone a tutto il pubblico presente e saluta guardando la tribuna portandosi la mano alla fronte. Una rete nel segno di Astori. Nel primo tempo la Fiorentina mette sul campo tutto il suo cuore, tutta la sua grinta e sfiora più volte il vantaggio con Simeone. Poi la rete di Hugo e un secondo tempo a ritmi decisamente più bassi, col palo colpito da Coda all’88’. E allo scadere palo anche per Badelj, capitano viola. Il risultato ha poco senso oggi ma le due squadre escono tra gli applausi, così come i viola omaggiano i sostenitori del Benevento.

L’OMAGGIO DI TUTTO IL FRANCHI – Il lungo e sentito omaggio del Franchi era iniziato ore prima del fischio d’inizio della gara tra Fiorentina e Benevento (delle 12.30), con il pellegrinaggio dei tifosi al “muro viola”, ovvero alla cancellata dello stadio sotto la tribuna dove sono centinaia e centinaia le sciarpe, i disegni, i ricordi in omaggio di Astori. Il riscaldamento della squadra di Stefano Pioli con la maglia numero 13 (compreso il tecnico e tutto lo staff). Poi le due squadre sono entrate in campo accompagnate dai bambini che hanno indossato le maglie della Fiorentina, del Benevento e del Cagliari. L’altra società che, insieme a quella viola, ha deciso di ritirare la maglia numero 13. Lo stesso accadrà nella sfida tra Cagliari e Lazio delle ore 15. In tribuna presenti anche Diego e Andrea Della Valle, applauditi a lungo da parte di tutto lo stadio. Ci sono anche Marco e Bruno, i fratelli di Davide, seduti vicino al vice presidente viola Gino Salica. Striscioni e cori anche da parte dei tifosi del Benevento, uniti nel dolore insieme ai viola.

decisamente in secondo piano. “Vogliamo mettere in campo tutta la voglia e la grinta che metteva Davide – dice Milan Badelj, con la fascia da capitano – Davide è stato il seme che ha unito e fatto crescere questa squadra, il compito nostro sarà continuare quello che lui aveva fatto in maniera stupenda”.

Fiorentina, morto Davide Astori: arresto cardiaco mentre era in albergo a Udine. Rinviata tutta la giornata di campionato

Il capitano viola aveva 31 anni, lascia la compagna e una bambina di 2 anni. In segno di lutto non si gioca

UDINE – Tragedia nel mondo del calcio. Davide Astori, 31enne capitano della Fiorentina e difensore della Nazionale, è stato trovato morto questa mattina in un albergo di Udine (‘Là di Moret’) dove si trovava con la squadra per la partita di oggi contro la formazione friulana. A causare il decesso sarebbe stato un arresto cardiaco. Astori lascia la compagna, Francesca Fioretti, e una figlia, Vittoria, di due anni. In segno di lutto è stata rinviata a data da destinarsi tutta la giornata di campionato di serie A e le tre partite di B previste tra oggi e domani. Un minuto di silenzio è stato disposto dalla Figc su tutti i campi di calcio dove si gioca oggi e domani.

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SPORTIELLO L’ULTIMO A VEDERLO – Il giocatore questa mattina era atteso per la colazione, non vedendolo arrivare compagni e tecnici si sono preoccupati. Un massaggiatore è salito in camera – Astori dormiva da solo – ma lo ha trovato morto. L’ultimo compagno ad averlo visto è stato Sportiello con cui ieri aveva giocato alla playstation. Il portiere è stato ascoltato dai Carabinieri. Il pubblico ministero titolare dell’inchiesta ha invece ascoltato, all’interno dell’albergo, alcuni dirigenti viola e il medico sociale della società gigliata.

MALAGO’: ”SONO SCONVOLTO” – “Sono sconvolto. E’ una notizia che mi ha choccato. Quando questa mattina mi ha chiamato la Fiorentina per raccontarmi l’assurda tragedia che ha colpito Davide Astori, sono rimasto allibito e senza parole” ha detto Giovanni Malagò, Commissario Straordinario della Lega Serie A e presidente del Coni. “Sono stato assalito da mille pensieri, riflettuto a lungo sul dramma di un ragazzo che nel pieno della sua maturità sportiva ed agonistica scompare in una stanza d’albergo a poche ore da una partita di campionato. L’improvvisa scomparsa di Astori deve ancora una volta porre l’accento sulle necessità di controlli fisici assidui e costanti non solo per il calcio professionistico ma nello sport in generale. Oggi è un giorno triste per il nostro mondo. Alla famiglia di Astori, ai suoi cari e alla Fiorentina rivolgo i sentimenti più vivi di condoglianze da parte di tutto lo sport italiano”.

LA SCHEDA – Nato a San Giovanni Bianco in provincia di Bergamo il 7 gennaio 1987, difensore centrale mancino di buona tecnica. Inizia a giocare nel Ponte San Pietro, squadra satellite del Milan: viene integrato nella primavera milanista fino alla stagione 2005-2006. Nel 2006-2007 viene ceduto in prestito al Pizzighettone, in Serie C1. Tornato al Milan, nella stagione 2007-08 passa, sempre in prestito, alla Cremonese in Serie C1. Nell’estate

2008 viene acquistato dal Cagliari, squadra con cui esordisce in Serie A e con cui colleziona 174 presenze e 3 gol. Gioca la stagione 2014-2015 con la Roma (29 presenze e una rete), il 4 agosto 2015 viene ufficializzato il suo passaggio alla Fiorentina, in maglia viola collezione 88 presenze segnando 3 gol diventandone anche il capitano. Astori ha disputato anche 14 partite con la maglia della Nazionale, il suo esordio il 29 marzo 2011, a 24 anni, nell’amichevole Ucraina-Italia (0-2).

La Digos blinda il Bari calcio dopo la minaccia degli ultrà: allenamenti vigilati

La lettera dei Seguaci della nord è finita sotto osservazione. “Intensificheremo una pericolosa spirale che non si sa dove possa portare”: sono le parole dei tifosi che destano allarme

Il Bari è una polveriera. Dopo la seconda figuraccia consecutiva, quello fatto partire ieri dai Seguaci della Nord è un vero e proprio ultimatum a squadra, allenatore, direttore sportivo e presidente. ” La nostra pazienza è finita” , è la sintesi dello sfogo. In coda anche una minaccia, visto che in assenza di una reazione il gruppo più rappresentativo del tifo organizzato barese anticipa che ” sarà costretto a proseguire con la linea dura di Venezia, innescando una pericolosa spirale che non si sa dove possa portare”. Parole che sono finite sotto la lente di ingrandimento della Digos, che vigilerà sugli allenamenti dei biancorossi e che sabato, in occasione della gara interna contro il Frosinone, intensificherà i controlli all’esterno e all’interno del San Nicola.

Arbitro e Napoli piegano il Bologna: 3-1

Palacio gol dopo 25″, autorete Mbaye, infortunio a Verdi, rigore negato ai rossoblù e generosamente concesso agli azzurri: la doppietta di Maertens spegne i sogni È un pomeriggio di sogni frustrati, quello del San Paolo, tra infortuni beffardi, autogol e chiamate arbitrali che non contribuiranno a creare concordia tra due tifoserie non propriamente amiche. Il Bologna cade a Napoli, dopo essere andato avanti alla prima palla disponibile, mentre Verdi al San Paolo pare proprio non volerci giocare, quella che era attesa come la sua partita finisce in 4’, subito infortunato. Ma la rabbia rossoblù va verso le scelte di Mazzoleni, reo di un fischio quantomeno generoso sul decisivo rigore del 2-1, oltre che di quello mancato su un precedente fallo di mano di Koulibaly (più opinabile, questa). Un anno fa il fischietto bergamasco, fede fortitudina, si prese gli improperi dell’intero Dall’Ara per un mancato rigore contro l’Inter, e anche oggi finisce nel mirino dei tifosi rossoblù.

Arbitro e Napoli piegano il Bologna: 3-1

Donadoni sceglie di tenere fuori Destro per avere tre punte da movimento, con Palacio centravanti. E l’argentino gli dà subito ragione, capitalizzando al meglio di testa il contropiede portato avanti da Dzemaili e Di Francesco, oltre che il buco di Koulibaly. Dopo 27 secondi il Bologna è già avanti, a sorpresa, ma i sorrisi si spengono presto. Verdi si ferma per un problema al flessore e dopo 5’ la sua partita, quella più sentita, è già finita. Come ha vita breve anche il vantaggio del Bologna, raggiunto immediatamente con un cross di Mario Rui deviato da Palacio e poi infilato nella sua porta dal mancato rinvio di Mbaye. Tutto da rifare, tutto cambiato, in una manciata di secondi i rossoblù perdono il vantaggio e il loro giocatore migliore, ma il piano di Donadoni non cambia, dentro va Krejci e non Destro. Il Napoli attacca con Insigne, Callejon, Allan, ma le occasioni vere sono tutte per gli emiliani e sempre per Palacio. Prima viene murato sottoporta da Koulibaly (con un braccio involontario, dice il Var), poi lanciato in campo aperto da Pulgar si fa ipnotizzare da Reina. Ai punti al Bologna andrebbe stretto il pari, ma sul finale di tempo si trova sotto col rigore di Maertens: Masina si lascia scappare Callejon, vero, ma il suo tocco sulle spalle dello spagnolo sembra molto lieve.

Arbitro e Napoli piegano il Bologna: 3-1

Ora attaccare il Napoli è più difficile, non per questo il Bologna rinuncia, e anche nel secondo tempo parte con coraggio, ma gli spazi lasciati dagli uomini di Sarri nel primo tempo si chiudono. La differenza la può fare una giocata, solo che arriva dall’altra parte, visto che il più talentuoso dei rossoblù è in infermeria, mentre i padroni di casa hanno Mertens che al 59’ s’inventa dal nulla il 3-1. Gol che chiude anticipatamente i conti, fiaccando, anche mentalmente, la spinta rossoblù. Entra Destro, ma non c’è la forza né il fiato per tentare imprese.

Arbitro e Napoli piegano il Bologna: 3-1

Napoli-Bologna 3-1
Napoli (4-3-3): Reina; Hysaj, Chiriches, Koulibaly, Mario Rui; Allan, Jorginho (29’st Diawara), Hamsik

(21’st Zielinski); Callejon, Mertens, Insigne (35’st Rog). All: Sarri
Bologna (4-3-3) – Mirante; Mbaye, De Maio, Helander, Masina; Poli (37’st Donsah), Pulgar, Dzemaili; Verdi (5’pt Krejci), Palacio (28’st Destro), Di Francesco. All: Donadoni
Arbitro: Mazzoleni di Bergamo
Reti: 1’pt Palacio, 5’pt Mbaye (aut.), 37’pt (rig) e 14’st Mertens
Note: ammoniti Masina, De Maio, Mario Rui

Vendita Milan, il procuratore Greco: “Nessun procedimento penale sulla compravendita del club”

Secca smentita della procura di Milano sulle indiscrezioni uscite oggi su alcuni quotidiani a proposito di un’indagine sulla cessione della società a un prezzo gonfiato e il successivo rientro di una “cifra sostanziosa”

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“Allo stato non esistono procedimenti penali relativi alla compravendita dell’AC Milan”, così il procuratore capo di Milano, Francesco Greco, ex del pool Mani Pulite, ha smentito la notizia comparsa oggi su alcuni quotidiani su un’indagine della procura milanese sulla cessione della società a un prezzo gonfiato e il successivo rientro di una “cifra sostanziosa”. “Ipotizzato il reato di riciclaggio. Nuova tegola giudiziaria sulla campagna di Berlusconi”, si legge su uno dei quotidiani. La società rossonera è passata ad aprile 2017 dalle mani del leader di Forza Italia Silvio Berlusconi all’imprenditore cinese Yonghong Li.

“Non c’è un fascicolo, nemmeno a modello 45” prosegue Greco con una smentita su tutta la linea e aggiungendo: “Se un fascicolo esistesse lo avrei assegnato al nuovo dipartimento del dottor De Pasquale e ne sarei quindi informato”.

Secondo i quotidiani la Procura di Milano avrebbe avviato l’indagine dopo aver constatato che la vendita del Milan era avvenuta ad un prezzo di almeno 300 milioni di euro (su 720) superiore al reale valore della società. Da lì erano partite una serie di verifiche per accertare il percorso dei flussi finanziari. Infine, “in gran segreto, nei giorni scorsi, i pm – si legge sui quotidiani – hanno avviato un’inchiesta che tra le varie ipotesi comporta anche verifiche sul reato di riciclaggio”.

A coordinare l’inchiesta, secondo i quotidiani smentiti dalla procura, sarebbe il pm Fabio De Pasquale, lo stesso che in passato aveva indagato Berlusconi per la frode fiscale sui diritti tv ma che lo aveva anche difeso nella vicenda della scalata ostile di Vivendi a Mediaset.

Nel confermare di avere incontrato più volte nei mesi scorsi Niccolò Ghedini “anche per la vicenda Vivendi”, il procuratore di Milano Francesco Greco ha sottolineato che “nessun deposito di atti è avvenuto” sulla vendita del Milan da parte dello storico legale di Fininvest e di Silvio Berlusconi. “Noi interveniamo se c’e’ una denuncia, qualcosa”, ha aggiunto il capo della Procura. Greco ha spiegato poi che Ghedini gli aveva illustrato “step by step” i passaggi della trattativa per la compravendita del Milan e che “veniva per dire che loro si rimettevano alla valutazione degli organi istituzionali sulla legittimità o meno di questa vendita”. Anche Ghedini, in questa ricostruzione di Greco, aveva delle perplessità sull’identita’ degli acquirenti ma poi l’Uif (Unita’ di Informazione

Finanziaria) aveva dato il via libera all’operazione dopo avere analizzato le carte consegnate dagli intermediari.

Intanto l’avvocato Ghedini annuncia in una nota provvedimenti contro i quotidiani che hanno dato la notizia per la “pervicace volontà diffamatoria” nei confronti di Silvio Berlusconi allo scopo di interferire nella campagna elettorale. “Saranno ovviamente esperite tutte le azioni del caso” conclude.

Simeone, la rivincita del gol “Il Napoli? Basta crederci”

Non segnava da un mese è arrivato a quota 5 “ Mi basta una rete in più dell’anno scorso”. Pioli lo elogia: “È decisivo”

arando zeppieri

Detto e, per ora, fatto. Nemmeno si fosse messo lì con la calcolatrice. Basta dare un occhio ai numeri. Giovanni Simeone è in media perfetta. Esattamente in linea con l’obiettivo che si era prefisso. “Il primo step è fare un gol in più del campionato scorso”, disse nel giorno della sua presentazione. Con tanti saluti a paroloni e a chissà quali proclami. Perché il Cholito è fatto così. Piedi ben piantati in terra, e tanto lavoro. Del resto, col padre che si ritrova, non potrebbe essere altrimenti. Cultura dei piccoli passi e miglioramenti costanti. E dopo 15 giornate sta mantenendo la promessa. Quello di ieri infatti ( arrivato nel giorno della sua 50ª presenza in Serie A) è il quinto gol in campionato, e non ci vuole un matematico per capire che, andando avanti di questo passo, porterà a termine la missione. Furono 12, le reti segnate nella scorsa stagione e, mantenendo questa media (un gol ogni tre partite) la prima missione sarà compiuta. Giocandole tutte, e fino ad oggi è stato così, il totale direbbe 38 presenze e 12,6 gol. Ci siamo, insomma. E pazienza se nel frattempo non son mancate le critiche. Anzi. Quella appena andata in archivio, per l’argentino, è stata forse la settimana più dura. Discussioni, analisi, sentenze. «Non può giocare da solo», si diceva. E poi c’era Babacar. Uno che, quando mette piede in campo, segna quasi sempre.

In molti dopo la partita con la Lazio lo avrebbero voluto in panchina o, al massimo, in coppia con Baba. Pioli no. Pioli, lo ha sempre difeso. «Non ho cambiato idea su di lui — aveva detto alla vigilia della gara col Sassuolo — e anche a Roma il suo contributo è stato importante » . E pazienza se non segnava da un mese. Era il 5 novembre e, al Franchi, Simeone mise dentro il momentaneo 2-2 contro la Roma. Stessa porta, e stesso fondamentale. Un colpo di testa da centravanti vero. Basta servirlo nel modo giusto. E qui, forse, sta l’equivoco. Pensare che il Cholito sia quello che non è. Magari, un attaccante capace di far giocare la squadra, o di incantare con chissà quali gesti tecnici. Non è così. Lui è uno da area di rigore. Lasciatelo libero di pensare a quei sedici metri, e non vi tradirà. Ora, però, vietato fermarsi. Ora, bisogna pensare al Napoli. Trasferta difficile. Quasi impossibile. Non per Simeone. «Basta crederci », ha raccontato ieri.

Un concetto apparentemente banale ma che, in realtà, sta alla base della sua filosofia. Realismo, certo, ma tanta voglia di sorridere

alla vita e al futuro. « Mi serve fare esperienza, per continuare a crescere » , ha aggiunto. « È questo il mio obiettivo». Sereno. Tranquillo. Magari lo aiuta la meditazione. Lo ha raccontato lui stesso, qualche settimana fa, svelando la sua fede buddista. Pioli, il suo “ maestro”, lo guarda crescere. «Contando gol (5) e assist (4) — ha spiegato il tecnico — è stato decisivo in 9 gare su 15. I numeri non mentono mai».

Champions, Juventus-Barcellona 0-0: niente ottavi, decisiva ultima con Olimpiakos

Niente ottavi: Juve pareggia col Barcellona 0-0

TORINO – Nel calcio si può decidere di non rischiare di prenderle, è un realistico azzardo e la Juve l’ha giocato. Ha preferito non farsi male, non provando a far male al Barcellona che era peraltro d’accordissimo con questa visione del mondo: altrimenti, mica avrebbe tenuto in panchina Messi per una cinquantina di minuti. Risultato: i catalani si qualificano come primi del girone con un turno di anticipo, mentre i bianconeri dovranno masticare la loro pagnotta ad Atene, contro l’Olimpiakos, campo focoso ma avversario debolissimo, il 5 dicembre. E sarà una pericolosa rogna: pericolosa, perché comunque in certi stadi si può piangere; rogna, perché arriverà in mezzo al Napoli e all’Inter. In soldoni, la Juve passa se non perde in Grecia e se lo Sporting non vince a Barcellona. Dunque al 99 per cento passerà.

Ma la Juve di adesso poteva davvero battere il Barcellona? No, probabilmente no. Dunque ha capito che la cosa migliore era addormentare una sfida che è diventata presto un sedativo, l’ha compreso anche il pubblico che ha invitato la squadra a non mollare, cioè, almeno, a non perdere. E la difesa che quest’anno ha preso sberle un po’ da tutti, per una volta ha chiuso la porta. Tutto bene non quel che finisce bene, ma quello che ancora non è finito.

Se un colosso del calcio decide di non schierare Messi proprio in una gara del genere, è chiaro che il destino è già scritto. Poi, certo, qualcosa può sempre spostare l’equilibrio: difatti Rakitic centra un palo al 21′ e Ter Stegen vola su Dybala nei minuti di recupero. Ma non pensiamo di sbagliarci dicendo che un eventuale vantaggio di Juve o Barcellona sarebbe stato seguito da un pronto e convinto pareggio: è la regola del non farsi male. E’ anche vero che la Juventus dovrebbe diffidare delle ultime partite del girone, ricordando la fine che fece contro il Galatasaray e poi la sconfitta di Siviglia che costò il primo posto e la consegnò al Bayern. Stavolta, tuttavia, occorre molta immaginazione per credere che l’Olympiacos possa battere i campioni d’Italia (e comunque la Juve potrebbe passare anche perdendo, se lo Sporting non vincerà al Camp Nou: però il Barça deve un favore ai bianconeri e lo onorerà). Ma già si profila un eventuale sorteggio degli ottavi non facile, da seconda. Per questo c’è tempo; prima bisogna capire come stanno davvero i bianconeri, cos’hanno dentro, dove possono arrivare. A queste domande non ha risposto il Barcellona, che gliene importava.

JUVENTUS -BARCELLONA 0-0
JUVENTUS (4-2-3-1) Buffon, Barzagli, Benatia, Rugani, Alex Sandro, Pjanic (21’ st Bentancur), Khedira, Cudrado (26’ st Marchisio), Dybala, Douglas Costa (40’ st Matuidi), Higuain.
BARCELLONA (4-4-2) Ter Stegen, Semedo, Piqué, Umtiti, Digne, Rakitic, Busquets, Iniesta (37’ st Jordi Alba), Paulinho, Deulofeu (11’ st Messi), Suarez.
Arbitro: Ristic (Ser).
Note: ammoniti Pjanic, Paulinho, Alex Sandro, Digne, Piqué. Spettatori 40.876, incasso 3.251.391 euro.

Figc, Tavecchio si è dimesso: “Sciacallaggio politico”. Malagò: ”Unica soluzione è commissariamento”

Figc, Tavecchio si è dimesso: "Sciacallaggio politico".  Malagò: ''Unica soluzione è commissariamento''

Carlo Tavecchio (ansa)

L’annuncio nel corso del Consiglio Federale. Il presidente ha rimesso il mandato: ”Contro di me sciacallaggio politico”. Il capo del Coni: ”Unica strada è commissario”

ROMA –  E’ durato un solo minuto il consiglio federale stamattina: Carlo Tavecchio si è dimesso (come da noi anticipato ieri) da presidente della Figc. Ha deciso quando ha capito che anche la sua Lega, quella Dilettanti, dove era stato vent’anni, gli aveva voltato le spalle. Gli avevano voltato le spalle in tanti, ormai: Malagò, Lotti, Gravina, Abete, Cairo, Squinzi, De Laurentiis, Tommasi, Sibilia…. Pochi i fedelissimi, fra cui Ulivieri.

E così Tavecchio, in carica dal 2014 e riconfermato il 6 marzo di quest’anno, si è arreso. Ha parlato di “sciacallaggio politico”: è infuriato soprattutto con Malagò e con Sibilia. Resterà in carica come commissario della Lega di A sino all’11 dicembre, ma la Figc non lo avrà più al comando, anche in una fase transitoria. Perché “c’è la volontà di commissariare la Federcalcio, lo dice lo statuto della Figc. Senza la governance mi sembra l’unica soluzione”. Questa la decisione di Malagò. Mercoledì alle 16,30 si terrà a Roma la Giunta straordinaria del Coni: “Siamo obbligati perché lo statuto recita che abbiamo 48 ore dal momento della convocazione”, ha sottolineato Malagò spiegando il motivo che spinge il Coni a commissariare la Federcalcio: “I fatti sono chiari e oggettivi. Se ci fosse stato un consiglio federale completo, compatto, forte, ci potevano essere anche altre soluzioni finali, ma se in un contesto così eccezionale come l’eliminazione del Mondiale, ti ritrovi che alcune componenti prendono posizioni così antagoniste, come Calciatori e Lega Pro, e anche in altre parti c’erano dei rumors di scricchiolii (Lega Dilettanti, ndr), e aggiungi che due componenti neanche esistono, quella di A e di B, non è che serve uno scienziato per arrivare alla conclusione che avevo individuato già da qualche ora”, ha concluso Malagò.

Tavecchio ha saputo della decisione del n.1 dello sport, con cui ormai è in rottura totale, durante la sua conferenza stampa e ha risposto gelido :”Ma quale commissario… Un fatto molto grave, ci sono le garanzie di legge, gli statuti…”. Il consiglio federale non si è dimesso, come chiesto da Tavecchio: tutti si aspettavano quindi che la Figc proseguisse in condizioni di prorogatio, e andasse ad elezioni entro 90 giorni. Ora cambia la prospettiva: Tavecchio potrebbe andare al Tar del Lazio contro Malagò. Qualche consigliere potrebbe appoggiarlo. Ecco cosa prevede l’articolo articolo 24 punto 9 dello statuto. “In caso di decadenza o impedimento non temporaneo del Presidente federale, decade immediatamente l’intero Consiglio federale. In caso di dimissioni del Presidente federale, decadono immediatamente il Presidente e l’intero Consiglio federale. L’espletamento dell’ordinaria amministrazione è garantita in prorogatio dal Presidente federale e dal Consiglio federale. In caso di dichiarata impossibilità da parte del Presidente federale, l’espletamento dell’ordinaria amministrazione è garantita in prorogatio dal Vice Presidente federale e dal Consiglio federale. In ogni caso, l’Assemblea viene convocata senza indugio ai sensi dell’art. 21, comma 3del presente Statuto”.

Malagò non aveva alternative, non poteva andare in rotta di collisione col ministro Luca Lotti, rischiando una crisi istituzionale ancora più ampia. Il commissariamento sarà deciso mercoledì pomeriggio: per ora tocca a Malagò che almeno ufficialmente si tira fuori. Ma se la Giunta, a lui fedelissima, glielo chiedesse allora potrebbe restare commissario straordinario proprio lui (diversamente potrebbe esserci una scelta interna, magari Roberto Fabbricini, stimatissimo dallo stesso Malagò). Ci potrebbero essere alcuni subcommissari. Si fa il nome di Franco Carraro. Di sicuro non sarà un commissariamento breve: forse sei mesi, assicurano fonti Coni, perché questa è l’occasione unica per fare quelle riforme del calcio che in questi anni nessuno è stato in grado di fare. Nessuno. Malagò ci proverà: ha le idee chiare, il calcio è il suo mondo. C’è da mettere mano a tutto, statuto compreso. Di sicuro la Lega di A non potrà scegliere (il 27 novembre) il suo presidente e il suo amministratore delegato contro il parere di Malagò, mentre giovedì Balata dovrebbe essere eletto presidente della Lega di B. Poi, ci sarà un traghettatore della Nazionale (Malagò stima molto Di Biagio) e poi, ma chissà quando, si penserà al nuovo presidente Figc. In corsa Cosimo Sibilia, il favorito. Potrebbe fare il ticket con i calciatori. La Lega dilettanti ha il 34 per cento, i calciatori il 20. Gioco fatto, in teoria, con a Tommasi affidata la gestione del Club Italia (addio Ulivieri). Ma Sibilia a marzo sarà in corsa per esser riconfermato senatore di Forza Italia, gli converrebbe che le elezioni Figc fossero dopo, molto dopo,

magari verso l’estate del 2018 quando la Figc festeggerà i 120 anni. La politica si intreccia col calcio, ci saranno anche polemiche. Quelle per la verità non mancano mai. Altri candidati per la presidenza Figc sono Gravina, a meno che i calciatori decidano di puntare su un loro uomo (ma Albertini è ancora proponibile?). Improbabile la soluzione Pierluigi Collina, sta bene dov’è, stimatissimo dai presidenti Fifa e Uefa.