Trattativa Stato-Mafia, sentenza storica: Mori e Dell’Utri condannati a 12 anni. Di Matteo: “Ex senatore cinghia di trasmissione tra Cosa nostra e Berlusconi”

Trattativa Stato-Mafia, sentenza storica: Mori e Dell’Utri condannati a 12 anni. Di Matteo: “Ex senatore cinghia di trasmissione tra Cosa nostra e Berlusconi”

Ai vertici del Ros inflitta la stessa pena del fondatore di Forza Italia. Otto anni a De Donno, ventotto a Bagarella, dodici a Cinà: sono stati tutti riconosciuti colpevoli di violenza o minaccia a un corpo politico dello Stato. Prescritto Brusca, assolto Mancino per falsa testimonianza. Otto anni a Ciancimino per calunnia a De Gennaro. Il pm: “Mentre i giudici saltavano in aria qualcuno nelle Istituzioni aiutava i boss a ottenere i risultati chiesti da Riina”

Sette minuti e cinquanta secondi. Tanto ci ha impiegato il giudice Alfredo Montalto per dire che non solo la Trattativa tra Cosa nostra e pezzi dello Stato c’è stata, ma che ad averla fatta sono stati i boss mafiosi, tre alti ufficiali dei carabinieri e il fondatore di Forza Italia. Mentre la piovra assassinava magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, inermi cittadini nelle stragi di Firenze e Milano, uomini delle istituzioni hanno cercato un contatto: sono diventati il canale che ha condotto fino al cuore dello Stato la minaccia violenta dei corleonesi. Che alla fine hanno ottenuto un riconoscimento grazie a Marcello Dell’Utri, uomo cerniera di Cosa nostra quando s’insedia il primo governo di Silvio Berlusconi.

È una sentenza che riscrive la storia della fine della Prima Repubblica e l’inizio della Seconda quella emessa dalla Corte di Assise di Palermo. E che il sostituto procuratore Nino Di Matteo, unico pm titolare dell’inchiesta sin dall’inizio, spiega così: “Dell’Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e l’allora governo Berlusconi che si era da poco insediato. E il rapporto non si ferma al Berlusconi imprenditore ma arriva al Berlusconi politico“. Parole per le quali Forza Italia annuncia di querelare il magistrato della Direzione nazionale antimafia.

Condannati boss, carabinieri e Dell’Utri – Il commento del pm, però, è legato allo storico dispositivo appena letto dai giudici che hanno condannato a dodici anni di carcere gli ex vertici del Ros Mario Mori e Antonio Subranni. Stessa pena per l’ex senatore Dell’Utri e Antonino Cinà, medico fedelissimo di Totò Riina. Otto gli anni di detenzione inflitti all’ex capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, ventotto quelli per il boss Leoluca Bagarella. Per il cognato dei capo dei capi, dunque, una pena superiore rispetto ai sedici anni chiesti dai pm Di Matteo, Vittorio TeresiRoberto Tartaglia e Francesco Del Bene, che invece per Mori volevano una condanna pari a 15 anni. Prescritte, come richiesto dai pubblici ministeri, le accuse nei confronti del pentito Giovanni Brusca, il boia della strage di Capaci.

La minaccia allo Stato – Sono stati tutti riconosciuti colpevoli del reato disciplinato dall’articolo 338 del codice di penale: quello di violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. Hanno cioè intimidito il governo con la promessa di altre bombe e altre stragi se non fosse cessata l’offensiva antimafia dell’esecutivo. Anzi degli esecutivi, cioè i tre governi che si sono alternati alla guida del Paese tra il giugno del 1992 e il 1994: quelli di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi alla fine della Prima Repubblica, quello di Silvio Berlusconi, all’alba della Seconda.

L’assoluzione di Mancino – Assolto dall’accusa di falsa testimonianza perché il fatto non sussiste l’ex ministro della Dc Nicola MancinoMassimo Ciancimino, invece, è stato condannato a otto anni per calunnia nei confronti dell’ex capo della Polizia Gianni de Gennaro. Il figlio di don Vito, uno dei testimoni fondamentali del processo, è stato invece assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. I giudici hanno inoltre condannato Bagarella, Cinà, Dell’Utri, Mori, Subranni e De Donno al pagamento in solido tra loro di dieci milioni di euro alla presidenza del Consiglio dei ministri che si era costituita parte civile.

Corea del Nord annuncia: “Da oggi stop ai test missilistici, pronti a chiudere sito nucleare”

Kim Jong-un parla al comitato del partito e conferma la linea della distensione con gli Usa: “Non c’è più bisogno di esperimenti”

Nuovo segnale di distensione da parte di Kim Jong-un nei confronti degli Stati Uniti. Il dittatore nordcoreano ha parlato al comitato del partito, il giorno dopo aver attivato una linea ‘rossa’ di comunicazione diretta con la Corea del Sud. “Non abbiamo più bisogno di test nucleari e missilistici”, ha detto, aggiungendo: “Ci uniremo agli sforzi internazionali per fermare insieme i test atomici”.

A rilanciare le dichiarazioni è l’agenzia di Stato Kcna.  Kim ha parlato nel corso della riunione del comitato centrale del partito dei lavoratori. Lo stop ai test missilistici e nucleari deciso viene presentato come segnale di una “nuova fase” e come dimostrazione del fatto che il dittatore “mantenere le promesse” alla comunità internazionale. L’obiettivo principale indicato al suo stato maggiore, dunque, sarebbe quello di puntare a una normalizzazione dei rapporti con gli altri Paesi per ottenere il pieno riconoscimento da parte della comunità internazionale, cogliendo quella che avrebbe definito “una opportunità storica”.

Corea del Nord annuncia: "Da oggi stop ai test missilistici, pronti a chiudere sito nucleare"

La Kcna ha specificato che i test nucleari si fermeranno dal 21 aprile e che “chiuderà un sito di test nucleari nella zona Nord del Paese per dimostrare l’impegno a sospendere i test nucleari”.

Il presidente Usa ha salutato con entusiasmo l’annuncio: “È una buona notizia per il mondo, grande progresso ora attendo il nostro summit”, ha scritto su Twitter.

Il riferimento di Donald Trump è all’incontro annunciato nelle scorse settimane che vedrà faccia a faccia i due rivali di Washington e Pyongyang. Pochi giorni fa è trapelata notizia di un vertice preliminare in Nord Corea con il segretario di Stato in pectore Mike Pompeo.

Bologna, la mappa delle strade killer: ecco i “punti neri” della città

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Rotonda Malaguti (eikon)

Basta prendere una mappa di Bologna, chiudere gli occhi e indicare col dito un punto qualsiasi della città. Sarà molto facile individuare per caso una strada pericolosa, un incrocio “maledetto”, come viene subito ribattezzato in questi casi, una via dove un anziano è stato travolto sulle strisce o un giovane in motorino si è scontrato con una macchina ed è rimasto per terra. Gli esperti usano l’espressione “black point”. Cioè i punti neri dove gli incidenti sono tanti e le vittime pure. Il Comune, qualche mese fa, ne ha individuati diciassette. Eccone alcuni (a cura di Rosario Di Raimondo; fotoreportage di Gianluca Perticoni / Eikon studio)

Papa Francesco ad Alessano e Molfetta nel nome di don Tonino Bello, “Profeta di speranza”

Prima tappa in Salento per una preghiera sulla tomba di don Tonino nel 25esimo anniversario della sua morte, poi il trasferimento a Molfetta per la messa sul porto. Oltre 40mila fedeli hanno accolto Bergoglio

Papa Francesco è in Puglia per celebrare don Tonino Bello. Prima tappa ad Alessano dove il Pontefice ha pregato sulla tomba di Don Tonino nel venticinquesimo anniversario della sua morte, prima di ripartire alla volta di Molfetta, la città di cui Don Tonino fu vescovo.

Sulla tomba c’è scritto, semplicemente, “Don Tonino Bello, terziario francescano, vescovo di Molfetta-Rivo-Giovinazzo-Terlizzi”. Dopo aver pregato per cinque minuti davati alla tomba, il Papa si è raccolto in preghiera anche davanti alla vicina tomba della madre del presule. Francesco ha poi salutato nel cimitero un gruppo di familiari di don Tonino, i fratelli Trifone e Marcello e i nipoti con i rispettivi figli, scambiando con tutti strette di mano, parole di ricordo del vescovo scomparso 25 anni fa, e accarezzando e baciando i bambini.

Bergoglio ha voluto, poi, ricordare don Tonino davanti a 20mila fedeli: “Capire i poveri era per lui vera ricchezza. Aveva ragione, perché i poveri sono realmente ricchezza della Chiesa. Ricordacelo ancora, don Tonino, di fronte alla tentazione ricorrente di accodarci dietro ai potenti di turno, di ricercare privilegi, di adagiarci in una vita comoda”.

“Cari fratelli e sorelle, in ogni epoca il Signore mette sul cammino della Chiesa dei testimoni che incarnano il buon annuncio di Pasqua, profeti di speranza per l’avvenire di tutti”. Con queste parole ha concluso il suo discorso papa Francesco.”Dalla vostra terra Dio ne ha fatto sorgere uno, come dono e profezia per i nostri tempi. E Dio desidera che il suo dono sia accolto, che la sua profezia sia attuata”, ha sottolineato.

Papa Francesco a Molfetta per don Tonino Bello: l’abbraccio di 60mila fedeli

Il Pontefice, dopo la preghiera sulla tomba del “servo di Dio”, ha incontrato una famiglia di rifugiati siriani, venti ammalati e alcuni migranti ospiti in strutture di accoglienza della zona. Tra i doni consegnati c’è un quadro in argento, che raffigura la Vergine de Finibus Terrae venerata a Santa Maria di Leuca, una Fraula in legno di ulivo della Fondazione Don Tonino e una raccolta di denaro fatta dalla Diocesi Ugento-Santa Maria di Leuca, di cui è vescovo monsignor Vito Angiuli.

Il Papa, poi, è volato a Molfetta dove è  stato accolto dagli applausi e da un boato della folla festante.Dalle prime ore del mattino la città è invasa da fedeli – se ne stimano almeno 40mila – che attendono nei settori dedicati attorno al palco e lungo il tragitto della papamobile. Dai balconi

e dalle finestre sono esposti palloncini e fiori bianchi e gialli e striscioni di benvenuto a “Francesco, con don Tonino nel cuore”.

Oltre che da una massiccia presenza di forze dell’ordine, la sicurezza e l’assistenza ai partecipanti all’evento è garantita da almeno 200 volontari. La messa è accompagnata dalle note del coro e dell’orchestra diocesani, composta da circa 120 elementi e diretti da Lucia De Bari.

Consultazioni, la metamorfosi di Berlusconi. Niente show: immobile e silenzioso dietro Salvini

Al termine delle consultazioni Matteo Salvini ha letto la dichiarazione congiunta del centrodestra. Ad accompagnarlo Giorgia Meloni e Silvio Belusconi, gli altri due leader della coalizione. A differenza di 7 giorni fa, quando il leader della Lega venne ‘accompagnato’ con i gesti, Silvio Berlusconi non è intervenuto ed è rimasto impassibile e con le mani giunte dietro la schiena

Berlusconi: “M5s pericolo per il Paese”. Salvini: “Tra di noi c’è chi vuole distruggere”

Casellati: “Ci sono spunti su cui Mattarella deciderà”. La senatrice di Forza Italia Ronzulli a Circo Massimo: “Tentativo fallito, basta così”. Orlando: “Il Pd deve risposizionarsi”. Rosato: “I dem con il centrodestra? Berlusconi sogna”

ROMA – Nel giorno del colloquio di Elisabetta Casellati, salita al Colle per riferire al presidente Sergio Mattarella l’esito (fallimentare) degli incontri “esplorativi” con i partiti, Silvio Berlusconi chiude le porte a qualsiasi altro spiraglio di trattativa con il M5s: “I cinquestelle sono un pericolo per il Paese, non sono un partito democratico. Sono il partito dei disoccupati. Mi sono un po’ rotto di spiegare ancora queste cose agli italiani. Che hanno votato molto male”, attacca dal Molise. Ed espone la sua idea di esecutivo, che comprende un’apertura al Pd:  “Io penso a un governo di centrodestra che guardi al gruppo misto e ad alcuni esponenti del Pd: su questo punto la penso molto diversamente da Giorgia Meloni e Matteo Salvini”.

Immediata la replica del capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato: “Berlusconi sogna se pensa di potersi prendere alcuni esponenti del Pd. E sogna ancora di più se pensa che possa esserci il Pd a sostegno di un governo con Salvini e la Meloni”, dice ai cronisti in Transatlantico. E aggiunge: “Non faremo la ruota di scorta di nessuno”.

Da parte sua Casellati, dopo l’incontro con il capo dello Stato, riferisce: “Ci sono spunti di riflessione politica su cui Mattarella deciderà”. E  il presidente comunica che prenderà due giorni di tempo per decidere.

Intanto Salvini, che ha sorpreso tutti (compreso il Quirinale) con la sua “autocandidatura” al pre-incarico, dal Salone del Mobile di Milano si dice “pronto a tutto” pur di evitare un governo tecnico. Ma getta acqua sul fuoco di quanti puntano a una rottura interna al centrodestra: “Anche fra di noi c’è chi vuole distruggere”. E sui dem aggiunge: “Piuttosto che riportare il Pd al
governo faccio tre passi avanti io”.

Governo, Salvini. “In campo in prima persona per evitare la fregatura del governo tecnico”

“Basta così, il tentativo è fallito. Non si può continuare a prendere schiaffi in faccia – spiega la senatrice di Forza Italia Licia Ronzulli e fedelissima di Berlusconi a Circo Massimo su Radio Capital – l’apertura di Di Maio è durata meno di sette ore”. E difende la posizione di Forza Italia: “Noi non abbiamo mai bluffato. Abbiamo sempre giocato a carte scoperte, chiedendo pari dignità all’interno della coalizione. Non si può mancare di rispetto a 5 milioni di persone che ci hanno votato”.

Governo, Ronzulli (FI): “È finita. Basta schiaffi da M5s”

Nega la possibilità di un appoggio esterno del suo partito: “Non faremo i portatori d’acqua né oggi né domani”. Si dimostra infine scettica rispetto al “ci penso io” di Salvini, ma non crede che il leader leghista sia disposto a rompere l’unità del centrodestra: “Ci fidiamo di lui, ma in questo momento non vedo come riaprire trattative con i cinquestelle”. Quanto alla prospettiva di nuove elezioni, afferma: “Ho rispetto per le decisioni del Capo dello Stato ma non sarebbe giusto per gli italiani tornare al voto”. E sulla possibilità di un governo M5s- Pd conclude: “Nessuno tifa per questa ipotesi che non ci riguarda, ci siamo presentati agli italiani per governare non per andare all’opposizione”.

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“Nelle prossime ore sapremo. Il partito deve posizionarsi” afferma intanto Andrea Orlando, esponente della minoranza Pd. “Se si chiude il tentativo di accordo in corso dobbiamo capire che profilo di opposizione fare. Se non si chiude bisogna capire come si sta nella fase nuova”, conclude il ministro della Giustizia uscente a Omnibus su La7.

Consultazioni, la metamorfosi di Berlusconi. Niente show: immobile e silenzioso dietro Salvini

 

Al termine delle consultazioni Matteo Salvini ha letto la dichiarazione congiunta del centrodestra. Ad accompagnarlo Giorgia Meloni e Silvio Belusconi, gli altri due leader della coalizione. A differenza di 7 giorni fa, quando il leader della Lega venne ‘accompagnato’ con i gesti, Silvio Berlusconi non è intervenuto ed è rimasto impassibile e con le mani giunte dietro la schiena

Trapani, scoperta la rete di Messina Denaro: 21 fermi. In manette due cognati del superlatitante

Maxi blitz di Carabinieri, Polizia e Dia. Individuata la catena di smistamento dei pizzini. La cosca finanziata con le scommesse on line. Il boss di Marsala: “Si trova nelle zone nostre”. Di lui dicono: “Matteo è come Padre Pio”. E ancora: “Ha fatto bene a sciogliere nell’acido il ragazzino”. I pm: “Rischio guerra di mafia in provincia di Trapani”

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Fra le trazzere di Castelvetrano e le vigne di Mazara del Vallo sono emerse tracce che portano a passaggi di denaro, a pizzini, a voci sussurrate. Tracce importanti del superlatitante Matteo Messina Denaro, come non emergevano da anni. Le indagini coordinate dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi e dall’aggiunto Paolo Guido svelano l’ultima rete che ha protetto il padrino trapanese ricercato dall’estate 1993, da quando piazzò le bombe di mafia (e di chi altri?) fra Roma, Milano e Firenze. Questa notte, Carabinieri, Polizia e Dia hanno fermato 21 persone su disposizione dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Il ventiduesimo provvedimento riguarda il superlatitante, e al momento resta ineseguito. Finiscono invece in carcere i cognati della primula rossa di Castelvetrano: Gaspare Como e Saro Allegra, i mariti di Bice e Giovanna Messina Denaro. Erano i fidati cognati a reggere le fila della complessa macchina organizzativa attorno al latitante. Allegra si sarebbe occupato della parte finanziaria, facendo da tramite con un insospettabile imprenditore trapanese impegnato nel settore delle scommesse on line. Si tratta di Carlo Cattaneo, anche lui è stato arrestato, con l’accusa di aver recapitato pacchi di soldi alla cosca di Castelvetrano.

E’ un’indagine complessa quella sviluppata da un ampio fronte di investigatori e magistrati che conoscono a fondo le mosse dei boss. Da una parte, i poliziotti del Servizio centrale operativo della polizia, con le squadre mobili di Palermo e Trapani; dall’altra, i carabinieri del Ros e del comando provinciale di Trapani; poi, gli uomini della Direzione investigativa antimafia di Trapani. E un nuovo pool di pubblici ministeri a Palermo: Claudio Camilleri, Gianluca De Leo, Francesca Dessì, Geri Ferrara, Carlo Marzella e Alessia Sinatra.

Questa notte, sono scattate decine di perquisizioni nel cuore della provincia siciliana. Ma Messina Denaro resta ancora latitante, chissà dov’è. “Dice che era in Calabria ed è tornato – diceva uno degli arrestati – passa qua e i cristiani ci vanno”. Forse, è ormai lontano dalla Sicilia, potrebbe anche essere in Nord Africa o in Sud America, dove ha sempre avuto grandi appoggi. Chissà. Di certo, comunica ancora attraverso i pizzini, veicolati dalla sua rete. Ed è venerato dai suoi: “E’ come Padre Pio”, dicono nelle intercettazioni. Mentre parlano con odio dei collaboratori di giustizia: “Ha sciolto a quello nell’acido… non ha fatto bene? Ha fatto bene… Se la stirpe è quella… suo padre perché ha cantato?”. Il riferimento è al piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio di Santino, il primo boss a rivelare i retroscena della strage di Capaci. Insultano anche il padre: “Perché non hai ritrattato? Se tenevi a tuo figlio… allora sei tu che non ci tenevi”.

LA FOTO/ Messina Denaro, ritratto del boss da giovane
LA FOTO/ Il padrino in doppiopetto
LA FOTO/ Pizzini, caviale e videgiochi. Il covo
IL CASO/ Lo 007 arrestato svelò l’indagine su Messina Denaro

Altre intercettazioni confermano che il padrino di Castelvetrano viaggia molto. Forse, nel 2015, era in provincia di Trapani. Una cimice ha sorpreso un autorevole esponente della famiglia di Marsala, Nicolò Sfraga, mentre sussurrava: “Iddu u dissi”. Lui l’ha detto. “Lui” voleva mettere fine a un contrasto che attraversava la cosca di Petrosino. “Iddu u dissi” da che parte stava il torto, e da che parte la ragione. E tutti obbedirono. “Il latitante ha i c… vunciati (è arrabbiato – ndr) – diceva ancora Sfraga – che sarebbe Messina Denaro, si trova nelle zone nostre…”.  Tutti i contrasti dovevano essere sospesi durante la permanenza del latitante in Sicilia. Poi, dopo quel dialogo, di nuovo il silenzio.

RISCHIO GUERRA DI MAFIA. Ora, quei frammenti di intercettazione sono un tassello importante per provare a ricostruire il mistero di una latitanza che dura da troppo tempo. Intanto, però, la procura di Palermo ha disposto il provvedimento di fermo, c’era il rischio che in provincia di Trapani scoppiasse una guerra di mafia. Il 6 luglio dell’anno scorso, è stato ucciso Giuseppe Marcianò, genero del boss di Mazara del Vallo, Pino Burzotta, ed esponente della famiglia di Campobello di Mazara. Scrivono i magistrati: “A partire dal 2015, si registra un lento progetto di espansione territoriale da parte della famiglia mafiosa di Campobello, che ha riguardato anche il territorio di Castelvetrano, divenuto ‘vulnerabile’ a causa, per un verso, della mancanza su quel territorio di soggetti mafiosi di rango in libertà, e, per altro, dalla scelta di Messina Denaro che, nonostante gli arresti dei suoi uomini di fiducia e dei suoi più stretti familiari, non ha autorizzato omicidi e azioni violente, come invece auspicato da buona parte del popolo mafioso

di quei territori”.

Proprio Marcianò si era molto lamentato del comportamento del latitante. “Da tale pericolosissimo contesto (certamente idoneo, come la tragica storia di Cosa nostra insegna, a scatenare reazioni cruente contrapposte, e quindi dare il via ad una lunga scia di sangue) – scrivono i pm –  in uno col pericolo di fuga manifestato da alcuni indagati, si è imposta la necessità dell’adozione del fermo”.

M5S, Toninelli: “Mai con Berlusconi. Spero in un patto con il Pd”. Salvini: “Vediamo se li convinco io”

Il capogruppo del M5S a Palazzo Madama: “Se fallisce Casellati contratto di governo con il Pd”. Secondo giro di consultazioni: il presidente del Senato incontra il centrodestra alle 14 e 30 e poi i Cinque Stelle. Serracchiani a Circo Massimo: “Alternativi a chi ha vinto le elezioni”

ROMA – Se dovesse fallire il lavoro di Elisabetta Casellati, la strada è solo una: chiudere la pratica centrodestra e avviare una trattativa con il Pd. Il capogruppo al Senato del Movimento Cinque Stelle, Danilo Toninelli, apre ai dem nel giorno del secondo giro di consultazioni del presidente del Senato: “Non faremo mai alleanze con Berlusconi, che ha fatto fallire il Paese”, continua Toninelli. E mentre i vertici del Movimento smentiscono di aver chiesto a Forza Italia un appoggio esterno, il capogruppo al Senato si rivolge ai dem: “Al Pd invece proponiamo di sederci al tavolo per scrivere un contratto di governo. Spero che i dem facciano un passo avanti, credo che i veti diventeranno qualcosa di diverso”.

A Toninelli replica da Catania Matteo Salvini. Il segretario della Lega – impegnato in un incontro con i lavoratori Auchan – tenterà una ultima mediazione con Forza Italia: “Io ultimatum non ne pongo vediamose oggi dal presidente Casellati, insieme a tutti, riesco a convincere gli altri. Adesso sono qui con questi lavoratori, la realtà, la vita reale è questa”.

Il secondo giro di consultazioni. A Palazzo Giustiniani le consultazioni riprenderanno nel pomeriggio alle 14.30 con la delegazione del centrodestra che si presenterà unita. Alle 17.30 il presidente Maria Elisabetta Casellati ha invece convocato gli esponenti del M5S. Domani mattina la Casellati andrà a riferire al Quirinale sul mandato esplorativo ricevuto per vedere se ci sono possibilità di formare un governo fra centrodestra e M5S.

Il tweet di Toti. E una chiusura a qualsiasi ipotesi di governo di larghe intese arriva da Giovanni Toti: “Per un governo centrodestra-Pd non ci sono le condizioni: gli italiani non lo hanno votato”. Così il presidente della Liguria su Twitt

a reazione del Pd. E sul tema degli equilibri politici anche da Debora Serracchiani ai microfoni di Circo Massimo su Radio Capital: “Accordo fra Lega e M5S? Se oggi tutto il centrodestra vedrà la presidente Casellati, e se Di Maio avrà un confronto con Casaleggio, chissà che non ci sia una convergenza che ora non c’è”. Così Debora Serracchiani del Pd, parlando a Circo Massimo su Radio Capital. “È troppo presto per vedere il partito unico del centrodestra, ma non credo che la coalizione si scioglierà. Non trovo responsabile il veto del M5S alla coalizione che ha preso più voti alle elezioni”, ha aggiunto l’ex presidente del Friuli venezia Giulia e deputata del Partito democratico

E l’ex vice segrataria dei dem affronta anche il tema della strategia del Pd. “Nelle prossime ore staremo a vedere se e quando il presidente Mattarella incaricherà una nuova figura. Il Pd starà a quel tavolo. Ciò non vuol dire che faremo un governo con il M5S o che ci sia un dialogo aperto”. Ancora: “Il Pd ha sintetizzato in tre punti le proposte. Non è stata assolutamente un’apertura. Poi posso capire che loro l’abbiano colta come tale perché sono in difficoltà – ha aggiunto – Aventino? Piuttosto si tratta di avere la consapevolezza che non siamo stati premiati dagli elettori. Non possiamo non essere forza di opposizione, anche perché siamo alternativi a chi ha vinto le elezioni”.

Di Maio attacca Salvini: “Presto chiudo uno dei due forni”. Il leader leghista: “Vuole il Pd? Si accomodi

Il capo politico del M5S su La7 elogia Gentiloni sulla Siria, e aggiunge: “Ci sta dicendo che per aspettare i suoi comodi avremo il governo il 15 maggio? Aspetto solo qualche altro giorno”. Risposta dura del segretario leghista

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ROMA – “Si assume una responsabilità storica nel legarsi a Berlusconi: ci sta dicendo che per aspettare i comodi di Matteo Salvini avremo il governo il 15 maggio? Aspetto qualche altro giorno, poi uno di questi due forni” aperti col Pd e con la Lega “si chiude. Non aspetto chi fa campagna elettorale sulla pelle degli italiani”. Attacca il leader leghista Luigi Di Maio durante la registrazione di Otto e mezzo su La7. E si prende una risposta altrettanto dura a stretto giro: “Paragonare il futuro
dell’Italia a un mercato mi sembra irrispettoso – replica appunto Salvini -. La Lega non è il Pd, mi sembra che ci siano idee confuse. Noi vogliamo un Governo che rispetti il voto degli italiani, centrodestra e M5s. Se Di Maio preferisce il forno di Renzi si accomodi, temo che sia un pane muffo, però libero di fare quello che vuole”.

LEGGI Salvini: “Mai con il Pd. Se vinco le regionali, governo in 15 giorni”

Ma Di Maio non si è limitato a quell’attacco. “Salvini la smetta di ostentare un’unione nel centrodestra che non c’è”, ha continuato il capo politico del M5s, ribadendo che se il segretario della Lega “continua a propinare quest’idea del centrodestra fa male al paese, perché porterebbe tutte le diversità in un governo”. Secondo Di Maio, il leader del Carroccio in questo modo sta ostacolando la formazione del governo.

“Non parlo al passato perché penso e spero di portare a casa l’accordo sul contratto alla tedesca, con una o l’altra forza a cui lo abbiamo proposto”, ha continuato. “Io non ho mai voluto dividere il centrodestra, perché non lo considero una cosa sola: nessuno ha votato centrodestra”, ha detto ancora. “Milioni di italiani hanno votato per Salvini, qualche milione per Forza Italia e qualche altro milione per Meloni”. E sulla possibilità di un ritorno alle urne, Di Maio ha spiegato di non aver paura: “Potremmo aumentare ancora e aspirare al 40%, ma voglio capitalizzare in questa legislatura questo consenso per andare al governo e cambiare le cose”.

Sulla Siria in particolare poi “le dichiarazioni di Salvini sono irresponsabili perché fatte da un palco elettorale. Per me il faro rimane l’articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra. Bene ha fatto Gentiloni a non partecipare all’attacco, bisogna continuare con la diplomazia. Troverà sempre me contrario chi vuole approfittare della Siria per sganciarci dagli alleati storici. Non devono essere casus belli per riposizionare l’Italia”, ha spiegato il leader del Movimento.

Infine, la difesa di Di Battista, reo di aver attaccato Berlusconi. “Non credo che Alessandro abbia detto cose per sabotare qualcosa, sappiamo che lui ha un certo modo di esprimersi. Ha tutta la mia

stima e libertà di dire quello che vuole, ha iniziato un altro percorso”. “Su Dudù ha fatto una battuta. I tatticismi di Salvini sono evidenti, non ha fatto una bella figura venendo smentito subito da Berlusconi dopo la dichiarazione in cui apriva a M5S”, ha aggiunto.