cronaca

«E a bordo sale la tensione»

POZZALLO — Mai il tempo era sembrato così lento, sulla nave Aquarius. Eppure sulla terraferma è un susseguirsi concitato di decisioni, comunicazioni, trattative sulla sorte del suo carico umano: 629 disperati passano le ore del giorno per lo più seduti all’ombra, ad aspettare che qualcuno li aggiorni sulle ultime comunicazioni radio con Roma, oppure stretti di notte nelle loro coperte l’uno accanto all’altro. Le loro vite sospese, ferme come la nave. In mezzo al mare. Ci sono sei donne incinte, fra loro. Tre sono state imbarcate assieme ai mariti, le altre sembrerebbero sole, tutte fra i venti e i ventitré anni, di nazionalità non comunicata. Dopo la notizia del cambio di rotta verso la Spagna, nel primo pomeriggio di ieri è cominciata una lunga, estenuante trattativa, chiamiamola così, per capire se per loro sei sarebbe stato necessario il trasferimento verso il porto più vicino, Pozzallo.

I preparativi

La Capitaneria di porto e i medici della Sanità marittima erano pronti e disponibili per il trasbordo su una motovedetta della Guardia costiera ma all’improvviso tutto si è bloccato. «Volevano scendere con i loro mariti ma agli uomini hanno negato il permesso di sbarcare», si sono detti gli operatori comunicando fra loro. Nessuna conferma ufficiale ma di fatto sono passate molte ore in attesa di sciogliere il nodo sullo sbarco possibile di quelle sei donne. E alle otto di sera, a situazione ancora bloccata, dal comando di bordo dell’Aquarius arriva un messaggio alla Guardia costiera: due delle sei donne incinte hanno bisogno di assistenza immediata, quindi dovrebbero scendere sulla terraferma ma chiedono garanzie precise: mediche e sulla propria sorte. Vogliono sapere dove finiranno, come saranno assistite. La questione si complica, a bordo sono tutti stremati e il buio arriva prima che si possa trovare una soluzione. «Per il momento l’idea del trasbordo delle donne è abbandonata» rivela chi era in allerta per accoglierle a Pozzallo.Tutto di nuovo immobile. Nel tardo pomeriggio era stato Alessandro Porro, di Sos Mediterranée, a bordo della nave, a far sapere di «non aver ancora avuto nessuna comunicazione ufficiale sul destino dei migranti» e a fare due conti sul tempo di navigazione verso Valencia: «Alla nostra velocità ci metteremo 3-4 giorni, ci troveremo in una situazione difficile».

Le complicazioni

Difficile. Con una quindicina di persone «gravemente ustionate e non dal sole», dicono le associazioni umanitare in contatto con la nave. Con poco cibo a bordo fino a tarda sera, quando una motovedetta ha raggiunto e rifornito la Aquarius, e con la preoccupazione sempre più alta fra i migranti, disidratati e con addosso i segni delle torture subite nei campi libici. Prima che il governo spagnolo si facesse avanti, uno di loro — rivelano con un tweet gli operatori a bordo di Medici senza frontiere — ha minacciato di suicidarsi buttandosi in mare se avesse dovuto tornare in Libia. Alle mille domande di quei 629 naufraghi (fra loro anche 123 minori non accompagnati e 11 bambini) l’equipaggio di Aquarius spesso non sa come rispondere. Perché non ripartiamo? Adesso cosa succederà? Dove ci porteranno? Potremo rimanere? Qualcuno a metà giornata apre una mappa e spiega in inglese, francese, arabo: «Noi siamo qui, questa è l’Italia». Quell’Italia sognata così a lungo è lì, a portata di mano eppure lontanissima. La Spagna ancora di più, molto di più. Ma mentre guardano la cartina loro non sanno dello stallo diplomatico. Pregano. Sanno soltanto di voler mettere i piedi per terra, dopo tanto mare. E di non voler tornare indietro, per nessuna ragione al mondo.

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