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10 Quel deficit di concorrenza che penalizza l’economia Usa

Questa volta non è colpa di Trump, anche se il presidente non sta facendo nulla per rimediare. Ma il fenomeno parte da lontano, anche prima degli anni ’90, e rovescia un cliché che, con qualche rimorso, gli europei si portano dentro. Nonostante tutto il parlare di Silicon Valley, di high-tech, di venture capital e nonostante rombanti tassi di sviluppo, l’economia americana ha perso il passo lungo e si sta infilando in un tunnel involutivo: non è più né dinamica, né intraprendente, né ricca di occasioni. Al contrario, è  squilibrata, ossificata, irrigidita, prigioniera dei grandi interessi. “Fino al 1990 – sostengono due economisti della New York University, German Gutierrez e Thomas Philippon – era più concorrenziale dell’Europa. Ma, oggi, i mercati europei mostrano più competizione, presentano meno barriere all’entrata, registrano meno profitti in eccesso”, quelli ottenuti grazie a rendite di posizione.

Che succede? Il primo dato è che le start-up americane – questa leva di innovazione e sviluppo – sono ancora  più numerose di quelle europee, ma sono, in assoluto, sempre di meno. Bloomberg registra che, nel settore high-tech, le start-up erano il 15 per cento del totale delle aziende Usa nel 2001 e, nel 2013, erano scese al 10 per cento. Uno dei motivi principali è che i giganti del settore (Facebook, Apple, Amazon, Google, Microsoft) le comprano a tappeto quando sono ancora in fasce, acquisendo così brevetti e licenze che, poi, però, non sempre sviluppano. Il ramificarsi di posizioni monopolistiche si può riscontrare sul campo. Una ricerca del Fmi spiega che, nelle economie avanzate, mentre negli anni ’90 il rapporto tra prezzo di vendita e costo di produzione era quasi 1 a 1, oggi è diventato 1,5 a 1, a dimostrazione dell’affievolirsi dei meccanismi competitivi. Non è però un fenomeno generalizzato. E’ un numero ristretto di aziende superstar a potersi permettere questa rendita di mercato (che, dunque, è individualmente assai più alta), mentre per il grosso delle altre aziende il prezzo è rimasto vicino al costo. Gli effetti, dice sempre il Fmi, sono negativi, perché le aziende che possono sfruttare la rendita tendono a fare meno investimenti, visto che non hanno da preoccuparsi della concorrenza.

Secondo molti studi recenti, questa polarizzazione dell’economia, sempre più ostaggio di poche aziende giganti, è fra i fattori che spiegano il netto rallentamento della produttività che l’economia americana, anche rispetto all’Europa: fra il 2010 e il 2016, segnala l’Ocse, l’organizzazione che raccoglie i paesi industrializzati, la crescita della produttività negli Usa è stata circa un terzo di quella registrata nella zona euro. Almeno in parte, questo rallentamento avrebbe, insomma, una matrice politica: l’effetto-freno di una struttura industriale sempre meno concorrenziale chiama, infatti, in causa le scelte dei governi nel regolare l’economia.

Allora è tutta colpa di Reagan e della deregulation avviata negli anni ’80? In parte, sì. Gutierrez e Philippon sottolineano che, nell’Unione europea, il lungo lavoro di costruzione del mercato unico ha comportato l’abbattimento di numerose barriere regolatorie, che ha vivificato la concorrenza fra imprese di diversi paesi. In più, come più volte dimostrato in questi anni, l’Europa dispone di un sistema e di un’autorità Antitrust, molto più occhiuti, sensibili e determinati, rispetto a quanto avviene in America. E non nuoce, aggiungono i due economisti della Nyu,  che le attività di lobbying e di pressione delle aziende sulle autorità politiche siano, in Europa, assai più flebili e rudimentali, rispetto all’esperienza Usa.

Anche le conseguenze sociali di questo avvitamento delle strutture dell’economia sono rilevanti. L’eccesso di profitti delle grandi aziende Usa, rispetto ad una situazione di mercato concorrenziale (in buona sostanza, quello che potremmo accostare ad una rendita da monopolio) è uno dei motivi che spiegano la drastica riduzione della quota dei salari sul prodotto finale, che alimenta la crescente ineguaglianza della società americana.

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