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Il Divorzio di Don Fefé. Tra umorismo e pamphlet, Germi e la commedia all’italiana

 

‘Divorzio all’italiana’ con Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli chiude il Cinema Ritrovato. Uno dei film preferiti di Martin Scorsese che ricorda la sua prima visione a 19 anni: “Ferdinando rimane una delle grandi icone della mia memoria cinematografica”

“I capelli neri pieni di brillantina, i baffi spessi, la sigaretta che penzola dalle labbra, la camminata a falcate lente: Ferdinando rimane una delle grandi icone della mia memoria cinematografica”. Parola di Martin Scorsese, padrino eccellente di questa edizione del Cinema Ritrovato, che nel libro di Mario Sesti su Pietro Germi racconta il suo primo incontro con Divorzio all’italiana, “mi travolse la prima volta che lo vidi a 19 anni. La mia immaginazione adolescenziale era assorbita da Marcello Mastroianni nel ruolo di Ferdinando”.

D’altronde come si può dimenticare quella parlata con accento siciliano, quel sopracciglio che si alza e abbassa a comando, quello sguardo profondo? Marcello Mastroianni è il protagonista di tre nuovi restauri in anteprima al Cinema Ritrovato di Bologna e presentati all’interno della rassegna Marcello come here. Mastroianni ritrovato (1954 – 1974) della Cineteca. Tra questi c’è il film che Germi, tra umorismo e pamphlet sociale, dedica al delitto d’onore del barone Ferdinando Cefalù di Agramonte che riesce a liberarsi della moglie che non ama più per sposare la cugina, la sedicenne Angela, interpretata dall’altrettanto giovane Stefania Sandrelli. “Difficile ridurre la straordinaria carriera di Mastroianni in pochi titoli e così, accanto a film misconosciuti e considerati minori come Spara più forte di Eduardo De Filippo o La fortuna di essere donna di Alessandro Blasetti, che abbiamo scelto come manifesto del festival, ci siamo concessi un titolo tra i maggiori – spiega il direttore Gian Luca Farinelli – Ci è sembrato il film perfetto per chiudere il festival, sabato sera, un film travolgente per il ritmo, l’acutezza ma anche la lucentezza della fotografia dove si vede ovviamente il genio di Pietro Germi, ma anche la genialità di Mastroianni. Che dopo La dolce vita ha la lucidità di scegliere una mise en abyme del ruolo di latin lover come tutti lo volevano”.

 

Perché Fefé è l’antitesi del latin lover, si strascina nella sua grande casa, residuo di una aristocrazia ormai in declino, si guarda allo specchio, cerca di convincersi di essere piacente, si mette a dieta, il matrimonio con Rosalia (Daniela Rocca) è ormai stanco, il quarantenne barone si invaghisce di questa poco più che bambina che, con il candore e l’ingenuità della sua età ma soprattutto della sua epoca, è convinta di amarlo. Per il barone si tratta quindi di escogitare un piano per diventare vedovo: nelle sue fantasie sogna di uccidere la moglie e scioglierla in un pentolone del sapone, o che decolli come astronauta per un viaggio sulla Luna. Ma è invece la cronaca a suggerirgli il finale per la sua storia, dopo aver seguito la vicenda sui giornali di Mariannina Terranova che all’uscita di un cinema di Catania aveva ucciso “l’amato bene” che l’aveva tradita. “L’onore meridionale aveva trovato la sua eroina” recitava Don Fefé e lui aveva trovato la sua via di fuga.

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All’epoca del film i delitti d’onore erano più di mille l’anno, la pena per quei reati automaticamente diventava da tre a sette anni, invece che da venti all’ergastolo, come era previsto per l’omicidio comune. “Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella”. L’articolo del Codice penale 587 venne abolito soltanto vent’anni dopo, dopo il referendum sull’aborto del 1974 e dopo la legge della famiglia nel 1975.

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