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Cremonini si prende il suo stadio: “Bologna è tutta la mia vita”

Cremonini si prende il suo stadio: "Bologna è tutta la mia vita"(eikon)

Sul palco con la nuova maglia rossoblù, l’omaggio a Lucio Dalla: il concerto dell’artista bolognese al Dall’Ara. “Qualcosa mi dice che ci vedremo in giro” il saluto della popstar alla sua città.

“Qualcosa mi dice che ci vedremo in giro”, è l’ultimo saluto di Cesare Cremonini alla sua gente, alla sua città. In giro, come quello che chi a Bologna è nato o vissuto negli ultimi due decenni almeno una volta ha incrociato in piazza o in via delle Moline con una Moretti da 66, nella sua osteria in centro, o in fila a mille concerti, come quello dei Depeche Mode, sempre qui, sulle tribune del Dall’Ara, un anno esatto fa. Gli stessi spalti calcati da tifoso rossoblù, quel Cesare col numero 10 sulle spalle che su “Marmellata 25” sfila con la maglia di gioco del Bologna della stagione che verrà, svelata proprio ieri.

Forse 365 giorni fa, guardando Dave Gahan dalla terrazza Bernardini, aveva già pensato che su quel palco, in fondo, poteva starci anche lui. Da profeta in patria Cremonini il suo stadio se l’è preso ieri, l’ha riempito con 40mila persone a riaccogliere al Dall’Ara un artista bolognese a 39 anni dall’ultima volta, quando toccò a Lucio Dalla. Amico e maestro che la popstar felsinea ha omaggiato con “L’anno che verrà”, la chicca in più di questa data casalinga a chiusura del tour negli stadi. “Non mi sembrava di essere in tour, perché io qua ci vivo e lo spettacolo per me è altrove, io vorrei venire lì in mezzo con voi – dice Cremonini al suo pubblico, che per una sera sono i suoi concittadini -. Oggi per me ha un significato immenso, ho scritto qui tutte le mie canzoni e continuerò a farlo, questa città è tutta la mia vita”.

La scaletta è a prova di bomba e piuttosto rodata, anche se cambiano le dimensioni del contesto e del palco, che chiede un certo sforzo atletico a Cremonini per correre da una parte all’altra della struttura che abbraccia metà platea (“Quanto mi mancano le tagliatelle, per poter essere in forma così”, dice). Due ore e mezzo di successi equamente divisi per accontentare tutti, dai fan sul prato agli ospiti in tribuna, amici dello sport come Valentino Rossi, colleghi come Lo Stato Sociale, politici come l’assessore Matteo Lepore.

Sono vent’anni ormai che Cremonini bazzica la scena, e quando a fine ’90 girava per piazze di paese per cantare – in playback, magari, come usava allora – i tre singoli forti dei Lunapop forse una notte così non avrebbe osato immaginarla. Invece è realtà, e nel momento d’oro del pop italiano che a tanti ha concesso rapida ascesa alla gloria, Cremonini, pur tra qualche imperfezione dell’impianto audio, dimostra di stare una spanna sopra ai colleghi, quantomeno dentro questo genere. Che, per carità, nonostante movenze a tratti ammiccanti a Freddie Mercury, è il pop. È pop la scenografia multicolore, sono pop i cambi d’abito che lo vedono presentarsi in paillette davanti al salotto buono di casa sua, farsi elegante nel set con lui solo al pianoforte, cedere a un po’ di maraglieria patinata e occhialuta su pezzi come “Lost in the weekend”. Ma che male c’è, se è pop di qualità, soprattutto in una scrittura che riesce nella missione ardua che molti nemmeno tentano, che tanto basta meno per fare hit estive, cioè dire cose semplici ma non superficiali.

Alla fine le canzoni che restano più impresse, che si trovano più a casa in un contesto inedito ed esigente come lo stadio sono la nuova “Nessuno vuole essere Robin” e la più datata “La nuova stella di Broadway”, ovvero due delle migliori popsong italiane degli anni ’10.
Cremonini riesce nell’intento di mettere d’accordo il pubblico della musica leggera nostrana e tanti che dagli anni ’90 sono usciti con altri ascolti, magari facendosi le orecchie sulla scena inglese, per i quali non è più un guilty pleasure da celare, legato a quando da ragazzini s’ascoltava “50 Special”. Un brano, comunque, mai rinnegato e mai escluso dalle scalette, nemmeno al passo della maturità, vent’anni dopo. “Le tragedie sono stupide, ho sempre preferito ‘Sogno di una notte di mezza estate’ ad ‘Amleto’ – scriveva Stephen King -: qualsiasi idiota con mano ferma e polmoni funzionanti sa costruire un castello di carte e poi farlo crollare, ma serve un genio per far ridere la gente”. E allora, forse, è in questa capacità l’impresa eccezionale di Cremonini.

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