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Torino, arresti domiciliari beffa: I braccialetti elettronici sono finiti, l’antagonista resta in carcere

Incensurato, in cella da tre mesi dopo il corteo contro il comizio di Casapound, dovrà attendere che un apparecchio sia disponibile


La buona notizia sembrava arrivata: dopo quasi tre mesi di carcere Nicolò Mirandola – ritenuto tra i responsabili dei disordini che erano seguiti al corteo del 22 febbraio contro il comizio di Casapound a Torino – aveva ottenuto dal gip Stefano Vitelli gli arresti domiciliari con il vincolo del braccialetto elettronico. Ma quando la Digos ha inviato la richiesta alla Telecom, che gestisce il servizio di controllo attraverso il Gps, si è sentita rispondere che la disponibilità degli apparecchi era esaurita. Quindi niente braccialetto, niente libertà.

Mirandola, 23 anni, incensurato, militante del centro sociale Askatasuna, si era costituito il 28 marzo, dopo aver saputo di essere ricercato per la manifestazione in cui erano state lanciate contro le forze dell’ordine diverse bombe carta che avevano anche ferito alcuni agenti. Proprio quella serata era stata segnata da un altro episodio significativo, gli insulti e gli auguri di moriregridati contro i poliziotti dalla maestra Lavinia Cassaro, destituita dall’incaricodue giorni fa.

L’avvocato di Mirandola, Roberto Lamacchia, già per due volte aveva fatto richiesta di scarcerazione, che era però stata respinta con la motivazione della “pericolosità sociale” del detenuto.  Alla terza domanda, invece, il giudice ha disposto i domiciliari, a patto che i movimenti del giovane detenuto siano monitorati con il braccialetto elettronico. Ora Mirandola deve aspettare in carcere che un detenuto in casa con il bracciale venga rimesso in libertà, oppure che qualcuno evada dai domiciliari, sia colto sul fatto e quindi torni in cella. Solo così si libererà un dispositivo e lui potrà uscire dalla cella

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