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Giornata mondiale degli Oceani, c’è poco da festeggiare. I nostri rifiuti hanno raggiunto anche l’Antartide. Non c’è più un angolo del Pianeta pulito

Se non è una invasione, poco ci manca. Di sicuro, è un’emergenza ambientale. Che non sta risparmiando nessun angolo del nostro Pianeta. Con un unico responsabile, l’uomo. Analisi di laboratorio condotte su alcuni campioni raccolti durante una recente spedizione di Greenpeace in Antartide, e resi noti alla vigilia della giornata mondiale degli Oceani, hanno evidenziato la presenza di microplastiche e altre sostanze chimiche in mare e nella neve.  Sono pochi, in generale i dati per quanto riguarda la presenza di microplastica nelle acque dell’Antartide e le analisi dell’associazione ambientalista forniscono elementi molto importanti. In sette campioni su otto di acque superficiali sono state trovate microplastiche e microfibre (almeno un frammento di microplastica per litro). Inoltre, su nove campioni di particolato marino, raccolti con la rete manta, due contenevano frammenti di microplastica. I campioni sono stati raccolti durante una spedizione di Greenpeace in Antartide durata tre mesi, da gennaio a marzo 2018. Greenpeace ha condotto ricerche scientifiche come parte di una campagna volta alla creazione di un Santuario in Antartide. Con 1,8 milioni di chilometri quadrati di superficie, il Santuario misurerebbe cinque volte la Germania, rappresentando così la più vasta area protetta sulla Terra. Il progetto è stato proposto dall’Ue e una decisione verrà presa in occasione del prossimo incontro dell’Antarctic Ocean Commission (CCAMLR), il prossimo ottobre.

Le analisi di Greenpeace hanno documentato in Antartide anche tracce di sostanze contaminanti come i PFAS, presenti in prodotti per la pulizia, nella formulazione di insetticidi, rivestimenti protettivi, schiume antincendio e vernici. Sono impiegati anche nella produzione di capi d’abbigliamento impermeabili, in prodotti per stampanti, pellicole fotografiche e superfici murarie, in materiali per la microelettronica. La plastica è stata trovata in ogni angolo dei nostri oceani, dall’Artide all’Antartide e nel punto più profondo dell’oceano, la Fossa delle Marianne.

Il rischio delle plastiche in mare non è legato solo alla loro presenza e agli effetti che hanno sulla fauna marina, ma soprattutto al fatto che possono anche veicolare sostanze tossiche che vi si accumulano sopra. La conferma arriva dallo studio sperimentale realizzato da Legambiente, in collaborazione con l’Università di Siena – progetto Plastic Busters (UfM – SDSN), sui rifiuti di plastica galleggianti in mare (in particolare buste, teli e fogli di plastica, oggetti del campionamento) e sulle sostanze contaminanti come organoclorurati (PCB, DDT, HCB) e mercurio. I risultati, seppure preliminari, tracciano una quadro complessivo poco roseo per il mare italiano. Il dato più importante che emerge riguarda la presenza di sostanze inquinanti: su tutti i campioni analizzati sono presenti contaminanti come mercurio, policlorobifenili (PCB), DDT ed esaclorobenzene (HCB). La concentrazione di queste sostanze varia in base all’area di campionamento, la natura del polimero, il grado di invecchiamento del rifiuto. Il campionamento ha riguardato una sola tipologia di plastiche galleggianti le “sheetlike user plastic” (buste, fogli e teli), che rappresentano la frazione più abbondante del marine litter.

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