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Strage, il padre premeditò l’omicidio di moglie e figlia

«Lascia aperta la porta della camera perché devo venire a pulire il balcone». È venerdì 18 maggio, due giorni prima della strage familiare, quando Fausto Filippone telefona a uno degli studenti a cui ha affittato l’appartamento in piazza Roccaraso 18, a Chieti scalo. Quella stanza permette di accedere al balcone dal quale domenica, a mezzogiorno, Fausto spingerà giù la moglie Marina Angrilli. Tutto lascia ipotizzare che, nel momento in cui parte la chiamata, il manager di 49 anni ha già in mente il piano di morte per sterminare la famiglia, ammazzando la moglie e la figlia e infine togliendosi la vita.

Filippone si preoccupa di contattare lo studente perché nel fine settimana il ragazzo torna spesso a casa e c’è il rischio di trovare la porta chiusa a chiave. È l’ennesimo dettaglio che conferma come quello architettato dal manager fosse un duplice omicidio-suicidio premeditato. Così domenica scorsa, con un inganno, ha portato la moglie nell’appartamento dello Scalo, dove in quel momento non c’erano gli studenti. Nessuno sapeva che sarebbero andati lì. Fausto aveva lasciato detto ai familiari di Marina che lui e la donna si sarebbero recati in un centro commerciale per comprare una lavatrice e sarebbero tornati a casa per pranzo. Una volta sul balcone, Filippone ha fatto salire la moglie – sempre con una scusa – su una scala vicino al parapetto. Poi l’ha spinta giù, facendola precipitare per una decina di metri, come confermato dalle indagini della Squadra mobile e dai risultati dell’autopsia.

Ora restano aperti due nodi. Il primo: il manager, dopo aver ucciso la moglie, poteva essere fermato? Dal racconto dei testimoni, quando in piazza Roccaraso è arrivata la volante della polizia, Filippone era ancora sul posto. Ma sarebbe riuscito a dileguarsi con l’ennesimo inganno, ovvero dicendo di andare a prendere i documenti della moglie. Il procuratore capo Francesco Testa ha assicurato che le indagini andranno fino in fondo. «Attendo le versioni ufficiali delle fonti istituzionali – ha dichiarato Francesco Angrilli, il fratello di Marina -. Ma non ho intenzione di procedere contro qualcuno. So quello che ho perso, non lo potrò riavere e cercare di fare del male a qualcuno non mi potrebbe essere di alcun aiuto». L’altro aspetto da chiarire riguarda la visita psichiatrica per ottenere il porto d’armi a uso sportivo, superata da Filippone appena cinque giorni prima della tragedia. Dopo aver ottenuto il certificato dal suo medico curante, lo scorso 15 maggio era stato giudicato idoneo; la mattina di domenica scorsa, giorno della tragedia, l’uomo ha disdetto l’appuntamento al poligono di tiro. Stando a quanto emerso, ai test finali Filippone «è stato perfetto, in ogni risposta: senza ansietà, o tono di cambio di umore, senza mostrare alcun segnale di paranoie o disturbi». Eppure, dopo neanche una settimana, ha cancellato dal mondo lui e la sua famiglia con un disegno di follia cominciato sul balcone di Chieti scalo e terminato sul ponte Alento dell’autostrada A14. Gianluca Lettieri

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