Mark Zuckerberg parla al Senato Usa: “Non abbiamo fatto abbastanza, ma risolveremo i problemi”

Il fondatore di Facebook compare a Washington davanti alle commissioni commercio e giustizia. “Sappiamo che Cambridge Analytica potrebbero aver raggiunto 87 milioni di persone. Sappiamo anche che quei dati sono stati venduti ad altre aziende. Ma stiamo lavorando perché non accada più”. Attacco da parte di diversi senatori democratici: “Avete lasciato che i dati dei vostri utenti venissero saccheggiati”. Ma intanto il titolo vola in borsa

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LA DIFESA era prevedibile anche perché già anticipata in diverse occasioni. Mark Zuckerberg, a capo di Facebook, compare per la prima volta davanti al Senato degli Stati Uniti a causa dello scandalo Cambridge Analytica. E come predetto da molti si è assunto tutta la responsabilità di quanto accaduto sul suo social network durante le elezioni presidenziali americane di fine 2016. La sala gremita, lui in giacca e cravatta, circondato inizialmente da una stuolo di fotografi. Serio e concentrato con il suo viso da trentatreenne.

Cambridge Analytica, l’audizione pubblica di Zuckerberg al Senato Usa – Diretta

Ha spiegato quel che aveva già scritto sul suo social network: “Facebook è una compagnia ottimista e idealista. Per gran parte della nostra esistenza, ci siamo concentrati sul bene che si può portare connettendo le persone (…). Ma ora è chiaro che non abbiamo fatto abbastanza per impedire che questi strumenti venissero usati anche per fare danni. Ciò vale per fake news, per le interferenze straniere nelle elezioni e i discorsi di incitamento all’odio, così come per la privacy. Non avevamo una visione abbastanza ampia della nostra responsabilità, e questo è stato un grosso errore. È stato un mio errore, e mi dispiace. Ho creato Facebook, lo gestisco e sono responsabile di ciò che vi accade”.

E’ stato chiamato a rispondere alle domande di 44 senatori sia democratici sia repubblicani. Ognuno di loro aveva cinque minuti per porre le proprie domande e ovviamente quel tempo lo hanno usato. Un’audizione del genere, trasmessa in streaming e tanto attesa, non capita tutti i giorni e i senatori americani hanno sfruttato e a volte sprecato un palcoscenico del genere. John Thune, del Sud Dakota, ha aperto le danze snocciolando i numeri degli utenti di Facebook. E chiedendo come sia possibile che i dati di 87 milioni di personesiano finiti nelle mani di Cambridge Analytica. La senatrice Dianne Feinstein, democratica ed ex sindaco di San Francisco, scende più in dettaglio: “Come mai, se eravate a conoscenza fin dal 2015 del problema, non avete fatto nulla?”.

“Non dobbiamo solo costruire strumenti, ma anche assicurarci che vengano usati bene”, replica Zuckerberg. “Sappiamo che Cambridge Analytica potrebbe aver raggiunto 87 milioni di persone. Ci vorrà del tempo, ma andremo fino in fondo e ci assicureremo che non accada più”. E aggiunge: “La pubblicità non avrà mai la priorità, almeno finché ci sarò io al comando”.

L’assunzione di responsabilità di Zuckerberg è apprezzabile e preoccupante allo stesso tempo. Al suo posto non tutti si sarebbero presi l’intera colpa, solo Alex Stamos a capo della sicurezza lascerà la compagnia e l’azienda assicura fosse una decisione già presa. Eppure la ricostruzione dei fatti proposta è lacunosa e se lo è perché davvero ignora quel che è accaduto allora è ancor più allarmante di una coscienza sporca.

A metà del 2016, a San Antonio, nasce Progetto Alamo. Guidato da Brad Parscale, braccio destro di Donald Trump sui social, gestisce la campagna elettorale e la raccolta fondi su Facebook, Google, Twitter e YouTube. Gli elettori vengono individuati e bombardati di messaggi personalizzati grazie al data base della compagnia inglese Cambridge Analytica nata con la collaborazione di Steve Bannon. In quegli uffici ci sono anche gli analisti di Google e Facebook. Sul social network Parscale ha investito 94 milioni di dollari per comprare spazi pubblicitari. Come mai dentro Facebook non avevano capito allora che qualcosa non andava avendo là i propri uomini? La domanda arriva dalla senatrice Maria Cantwell, forse la più tagliente assieme al collega di partito Patrick Leahy, che cita anche Palantir Technologies. Un’azienda fondata fra gli altri da Peter Thiel, noto sostenitore di Trump in Silicon Valley, e simile a Cambridge Analytica. Zuckerberg però si nasconde dietro vari “non so” e “non ne sono a conoscenza”.

Le altre domande dei senatori si concentrano su quanti e quali dati delle persone vengono usati. Molti vogliono sapere quanto Facebook sa di loro. Il cofondatore del social network ribadisce a più riprese che prendono solo quelli necessari per far funzionare la piattaforma, che non li vendono. E che in ogni caso gli utenti hanno il potere di decidere cosa e quando condividere. Bill Nelson chiede al Ceo di Facebook perché non ha pensato di chiedere di pagare un abbonamento per eliminare le pubblicità mettendo in questione il modello di business. E poi domanda: “Come mai nel 2015, quando avete capito che Cambridge Analytica era entrata in possesso di quelle informazioni, non avete avvertito gli 87 milioni di utenti?”. Zuckerberg ribatte come fatto in passato: “Abbiamo chiesto di cancellare quei dati a Cambridge Analytica e ci siamo fidati della risposta. E’ stato chiaramente un errore. Non è facile non commettere errori quando si costruisce un’azienda del genere in un garage nel 2004 e si arriva a due miliardi di utenti”.

Mark Zuckerberg parla al Senato Usa: "Non abbiamo fatto abbastanza, ma risolveremo i problemi"

Dianne Feinstein torna sul tema dei troll russi attivi durante le presidenziali Usa. “E’ uno degli errori che mi ha più ferito”, risponde l’amministratore delegato di Facebook. “Ma da allora stiamo monitorando molto meglio le elezioni in tutto il mondo. Entro fine anno avremo 20 mila persone dedicate solo alla sicurezza. Abbiamo chiuso 470 account fasulli legati al Cremlino negli Usa e oltre 200 in giro per il mondo”. Ma a più riperse, quando gli vengono chiesti numeri più precisi, si protegge con vari “Mi faccia controllare e tornerò da lei con i dati”. Di nuovo stupisce quanto Facebook stessa ne sappia poco a tratti, o sostenga di saperne poco, su come certi fenomeni si sono sviluppati e diffusi.

Ma Zuckerberg dopo oltre quattro ore di audizione fa una ammissione importante. I dati dell’accademico Aleksandr Kogan, oltre novanta parametri raccolti prima del 2014 con l’app intitolata This is Your Digital Life, poi acquisiti dalla Cambridge Analytica, sono stati venduti anche ad altre compagnie. Fra queste ci sarebbe la Yunoïa, secondo il cofondatore di Facebook. E’ un’azienda che lavora nel campo dei videogame. Il Ceo del social network si è detto pronto a indagare tutte quelle app che possono aver raccolto informazioni come ha fatto quella creata da Kogan. Intanto però ha aspettato quest’audizione per rivelare che la Cambridge Analytica non è l’unica ad avere tutti quelle informazioni.

Una stoccata pesante arriva dal senatore Richard Blumenthal, un altro democratico, che mette Zuckerberg davanti alla realtà di fatto di aver tradito il contratto con i suoi utenti sottoscrivendo gli accordi con le terze parti e cedendo loro i dati delle persone prima del 2014. E arriva a domandare come mai nessuno è stato licenziato per aver gestito così male le cose. Zuckerberg tentenna: non sa bene cosa dire. Non è un bel segnale.

Ma del resto non è stato nemmeno un bel segnale vedere le due commissioni svuotarsi durante l’audizione. Mentre Mark Zuckerberg si sottoponeva per ore alle domande, i sentori che erano già intervenuti hanno lasciato la sala. Alla fine il gran capo di Facebook era praticamente da solo. Evidentemente per i senatori qual che contava erano i loro cinque minuti di gloria.

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