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Mustafa, agricoltore in via Marina: “Il mio orto urbano in mezzo al caos”

Mustafa è di Marrakech e vive a via Marina. Immigrato senza lavoro fisso, vita difficile ma una certezza ce l’ha. Il suo orto. Due aiuole coltivate a ortaggi su un marciapiedi di via Alessandro Volta, un tratto di via Marina. Sì, un orto in strada, in mezzo al cemento. Tenuto in ordine, perfettamente curato.

Napoli, l’orto urbano di Mustafa nel traffico di via Marina

Da un anno e mezzo Mustafa vive da contadino in mezzo alle automobili che sfrecciano in una delle arterie più trafficate della città. Fave, piselli, finocchi, carciofi, cavoli, verze. Il trionfo della natura in mezzo al caos. È il sogno che diventa realtà, per lui, giardiniere nel suo paese. L’ancora di salvezza di una vita vissuta col niente. “Ogni giorno vengo qui e mi prendo cura di quest’orto – racconta, con un sorriso – ho fatto tutto da solo. Ho piantato le piantine una alla volta, ho speso due euro per ognuna. Sistemo tutto, tengo in ordine e le proteggo ma non vendo gli ortaggi che coltivo, qualche volta li mangio oppure li regalo”.

Mustafa è orgoglioso di mostrare il suo lavoro ma ci tiene a precisare che con quest’orto lui non fa affari. “Non vendo prodotti, non prendo soldi da nessuno, scrivetelo per favore. I soldi non mi interessano, voglio solo che il mio orto resti qui, così bello com’è”. Mentre annaffia le sue piante di fave, Mustafa si guarda intorno, avvista un conoscente che sta arrivando alla fermata del bus. “Vieni, ti regalo un cavolo” gli dice e per la foga di tagliarlo si ferisce la mano. Esce dal suo orto con la faccia trionfante, due cavoli bianchissimi in mano. “No, ti ringrazio, sto andando al lavoro – gli sorride stringendogli la mano Ernesto, abita a due passi da qui – sei un bravo ragazzo, ti prometto che ripasso”.

Qui Mustafa lo conoscono tutti. In tanti si fermano davanti a quell’aiuola così ordinata, con un canale di irrigazione perfetto. Le pompe dell’acqua messe in ordine, le piante rampicanti sistemate al muro, i sacchi di terreno, una piccola vanga. “L’acqua per annaffiare me la offre la signora del negozio qui vicino, terreno e concime spesso me lo portano le persone del quartiere. Quando lavoro, invece, riesco a comprarli io. Ero giardiniere al mio paese ma ora mi arrangio a fare tutti i mestieri, muratore, idraulico”. Manca però un lavoro vero. E Mustafa spesso resta a casa. “Per questo mi sono inventato l’orto. Prima ho cominciato ripulendo questa aiuola, era sempre piena di immondizia. Ma più la pulivo, più la ritrovavo piena di rifiuti. Allora ho pensato, se la riempio con qualcosa di bello, forse la lasceranno pulita”.

Così Mustafa compra i primi semi. “Ho piantato le fave, perché sono più resistenti, ho dovuto ripulire sempre i primi tempi ma poi, quando sono cresciute, nessuno gettava più niente. L’aiuola è diventata bella”. Allora, comincia a piantare finocchi, cavoli, verza. “A seconda della stagione, coltivo qualcosa. In estate ho anche melanzane, peperoni. La terra mi ha regalato anche delle zucchine bellissime. Ora sto aspettando che maturino i carciofi”.

Mustafa ha recintato l’aiuola, l’ha transennata, dipinto di bianco i muri di cinta, messo cartelli con il divieto di entrare agli estranei. E l’aiuola vive, noncurante dello smog, con una macchia di verde intenso. “Pulisco ogni giorno, quando non lavoro, anche il marciapiedi qui intorno – spiega – Lo spazio non è mio ma almeno così lo salvo dalla sporcizia”. La gente che passa e lo conosce, gli stringe

la mano, gli dà pacche sulla spalla. Gli altri si fermano a guardare, un orto urbano spuntato e sopravvissuto nel centro della città. A pochi passi, altri immigrati bevono e bivaccano sulle pensiline del bus. “No, non li conosco. Sono venuto qui per lavorare, ho due figli che vivono a Casoria con la mamma, devo pensare a loro”. E la polizia municipale che dice? “Nessuno mi ha chiesto di andarmene finora. Spero che nessuno distrugga questo piccolo miracolo”.

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