Baia di Trentaremi, via alla bonifica

 

sfogliare news.jpgUna denuncia vecchia di sessant’anni, un allarme più volte lanciato. Che oggi trova finalmente una risposta. Parte la bonifica della spiaggia di Trentaremi, all’interno dell’area marina protetta Gaiola. Un gruppo di rocciatori è già in azione al Parco Virgiliano: spiccona la falesia soprastante la baia per arginare il rischio frane. Entro le prossime due settimane inizierà l’intervento di una squadra dell’Autorità portuale, che ha finanziato con 182mila euro le attività di ripulitura. È un primo passo per soccorrere la spiaggia, una delle più belle di Napoli, ma sotto sequestro dal 2014 su indicazione della capitaneria di porto per la presenza di materiale tossico (tra cui amianto) lì sversato negli anni ’50 e ’60. Una parte del costone sotto il Parco virgiliano è una montagna di rifiuti speciali che degrada verso il mare. La prima denuncia risale al 1960, quando “Italia nostra” documentò “uno dei più gravi attentati al paesaggio napoletano, trasformato in scaricatoio”.

La colmata oggi è sigillata, “tombata” in sicurezza: sul terreno che copre migliaia di tonnellate di rifiuti crescono artemisia e lentisco. È la parte sottostante il problema: l’azione erosiva del mare ha sgretolato la roccia, riportando alla luce scarti sepolti di lavorazioni dell’Ilva di Bagnoli, tubi di amianto, detriti. Si aggiungono i tanti rifiuti urbani portati a riva dalle onde. Ora le cose cambiano. «È un traguardo storico – dice Maurizio Simeone, presidente del Centro studi Gaiola, che gestisce l’area marina su incarico della soprintendenza – da dieci anni denunciamo l’emergenza Trentaremi. Nel 2009 ottenemmo un sopralluogo di Protezione civile e Vigili del fuoco». Il risultato portò anche all’apertura di un’indagine sul rischio di inquinamento del sito e successiva messa in sicurezza. Ma la pratica si bloccò a causa delle condizioni del costone, a rischio frana. Per questo, anche dopo la pulitura, l’accesso rimarrà interdetto per il pericolo di smottamento. L’equipe del Centro studi prosegue la sua battaglia: nel 2010 avvia un’ispezione subacquea, scoprendo che l’eternit è finito anche nei fondali. «Abbiamo continuato a inviare dossier al ministero dell’Ambiente».

Dopo il sequestro, nel 2015 c’è un nuovo sopralluogo, condotto con la capitaneria e l’Agenzia regionale per la protezione ambientale, dato che il mare aveva restituito ulteriore immondizia, tra cui condotte in fibrocemento e scarti degli altiforni Ilva. «Stavolta – riprende Simeone – grazie alla sezione Ambiente della capitaneria di porto di Napoli e al giudice Manuela Persico si è creato un tavolo tecnico tra noi, la Regione, Città metropolitana, Comune, Autorità portuale, capitaneria di porto, soprintendenza archeologica, Asl e Arpac». Il progetto “per la rimozione rifiuti dall’arenile della Baia di Trentaremi” è stato approntato nel giugno 2016 da Gennaro Cammino, ingegnere dell’Autorità portuale. Gli incarichi sono stati suddivisi: la Gaiola ha offerto collaborazione  coi propri esperti, la Città metropolitana si è accollata la messa in sicurezza del costone, mentre la capitaneria garantirà il corretto svolgimento della bonifica. «A loro va il nostro ringraziamento – conclude Simeone – ora è fondamentale attuare un secondo progetto di recupero: la Soprintendenza ha chiesto che si attuino soluzioni definitive per evitare che il mare continui a erodere la scarpata, rispargendo sulla spiaggia altro materiale».

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