Firenze, il ritorno del Giotto ferito nell’attentato dei Georgofili

 

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La Madonna di San Giorgio alla Costa esposta al museo dell’Opera del DuomoL’angelo che fa capolino dalla spalla sinistra della Vergine ha ancora il petto ferito, lacerato da una scheggia nella notte più lunga del maggio 1993. Un marchio che Paola Bracco, la restauratrice dell’Opificio delle pietre dure che curò il dipinto all’indomani dell’attentato dei Georgofili, scelse di lasciare visibile, monito perenne della vulnerabilità del patrimonio artistico di fronte alla violenza dell’uomo. Una traccia che oggi torna visibile al pubblico, così come il capolavoro che la ospita: la Madonna di San Giorgio alla Costa di Giotto, dipinta per la chiesa dell’Oltrarno e trasferita nel secondo Novecento al museo diocesano di Santo Stefano al Ponte (oggi chiuso per ragioni di agibilità e accessibile solo su richiesta) è da ieri esposta al museo dell’Opera del Duomo, concessa in prestito temporaneo dall’Arcidiocesi fiorentina e dunque, finalmente, restituita alla fruizione collettiva.

Una novità che arricchisce, senza snaturarlo, il rigidissimo allestimento site-specific progettato nel 2015 per raccontare gli inizi del Duomo: «La maggior parte dei critici fa risalire l’opera di Giotto al 1295 — spiega Timothy Verdon, direttore del museo — e questa ipotesi avvicina la tavola agli anni di progettazione e di avvio dei lavori della cattedrale di Firenze, anch’essa dedicata a Maria, tra il 1294 e il 1295. Sia la forma gotica dello schienale del trono che l’utilizzo di inserti musivi e modanature di marmo rosa rientrano nel lessico decorativo elaborato da Arnolfo di Cambio, il primo architetto della cattedrale. Un confronto che la collocazione del dipinto nello spazio del museo denominato “Belvedere”, da cui si rivede la ricostruzione della facciata arnolfiana, vuole suggerire». Ma non solo. Il collegamento fra Giotto e Arnolfo è evidente anche in un’opera di quest’ultimo, la Madonna col bambino scolpita successivamente proprio per la facciata — e anch’essa esposta nel museo — , che raccoglie vari elementi iconografici presenti nel corrispettivo giottesco, a cominciare dalla scelta di raffigurare la Vergine in trono, secondo la tipologia nota in Toscana col nome di “Maestà” che celebrava Maria come regina.
Menzionata dal Ghiberti nei suoi Commentarii e dal Vasari nelle Vite, manomessa nel primo Settecento per adattarla agli arredi della chiesa in ristrutturazione e ritenuta a lungo perduta, la Madonna di San Giorgio è assegnata dalla critica moderna

alla prima maturità di Giotto, agli anni cioè appena successivi al ciclo di Assisi, e considerata espressione dei valori incarnazionali tipici del francescanesimo (vedi il rotolo nella mano del Bambino, allusione al Verbo che, proprio nel corpo di Maria, si fece carne) così come di una nuova attenzione alla figura femminile legata tanto alla diffusione del culto mariano quanto alla cultura cavalleresca di cui Firenze fu, tra sacro e profano, uno dei centri propulsori.

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