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Castelfiorentino, gli operai della Falegnami: “Tutti in fabbrica nessuno per strada, perciò ci tagliamo gli stipendi”

Alberto Vezzosi: “Facciamo gli armadi più belli d’Italia, la crisi ci ha stroncato ma ce la faremo”

“Facciamo gli armadi più belli e durevoli d’Italia. Ci ha stroncato la crisi ma stiamo rialzando la testa e ce la faremo. Nel frattempo abbiamo proposto di tagliarci gli stipendi purché non si faccia un solo licenziamento”. Alberto Vezzosi lavora alla Falegnami Italia srl di Castelfiorentino, l’azienda rinomata per la qualità delle camere da letto, le cabine armadio, gli armadi che produce e che l’8 gennaio ha aperto la procedura di licenziamento per 29 dipendenti su 65. In risposta, i 49 operai e 16 impiegati hanno firmato un documento in cui propongono in alternativa di mettersi a part time, lavorare 21 ore invece delle 40 dell’orario e dimezzarsi i salari. In cambio, “tutti in fabbrica e nessuno sul lastrico”, dice Vezzosi.
Vezzosi da quando è alla Falegnami?
“Dal 1998. Ho 43 anni, sono venti anni che lavoro qui, d’altra parte i più ‘giovani’ ci sono da almeno 12 anni perché è dal 2005 che non si assume più. Ho visto anni belli e anni bui”.
Ora, siamo ai bui.
“Sì, ma ci riprenderemo. Era già successo di andare all’inferno e poi tornare in paradiso. A metà degli anni ’90 avevamo avuto una crisi . Poi arrivò un ingegnere, Federico Bertini, che riorganizzò la produzione e dal 2002 al 2007 abbiamo avuto un boom di fatturato”.
Poi è arrivato il 2008.
“La crisi generale che ha travolto anche noi, uno dei settori più colpiti dopo l’edilizia. Non si sono costruite più case e non si sono comprati più mobili. E’ cambiata anche la psicologia del consumo.
O mancano i soldi o, anche se ci sono, non si spende più, non si privilegia più la qualità che è la nostra forza. Pensi che i miei suoceri hanno un nostro armadio in condizioni perfette dopo 50 anni “.
È sposato, ha figli?
“Io li chiamo impropriamente suoceri. Volevo mettere su famiglia, comprare casa, e invece sono dovuto restare a casa dei miei: sfioro la soglia dell’incapienza. E già sto meglio di chi, la quasi totalità di noi, ha figli, molti hanno anche la moglie che ha perso il lavoro o fa un lavoro povero, part time “
Insomma, i guai non cominciano ora.
“È dal 2008 che i fatturati calano. Li so a memoria. Siamo crollati da cifre record di 34 milioni a 6 milioni”.
Diminuiti i fatturati sono diminuiuti anche i lavoratori?
“Sì, ma tramite uscite volontarie, nessun licenziato. Lo abbiamo evitato pagando fin dagli inizi noi operai. Prima ci siamo bloccati gli aumenti. Dico ci siamo perché la nostra è una storica fabbrica sindacalizzata, è iscritto l’80 per cento dei lavoratori, e tutti alla Fillea – Cgil. È stato il sindacato, ovvero noi, a proporre il blocco degli aumenti all’azienda”.
E come vi è venuto in mente?
“Ci siamo guardati intorno.
Cadevano tutti uno per uno. La nostra è terra di fabbriche, le fabbriche chiudevano, ultimo il drammatico caso della Shell Box, i tanti precari venivano licenziati tutti insieme in un giorno. Noi non avevamo il cuscinetto del precariato, e di questo bisogna dare atto all’azienda, e abbiamo capito che se non facevamo qualcosa saremmo finiti direttamente sulla strada. Abbiamo preferito la prudenza salariale ai licenziamenti”.
E poi cosa è successo?
“Che abbiamo passato tutte le fasi degli ammortizzatori, dalla cassa integrazione alla solidarietà. Ma il decreto governativo del settembre 2015 li ha tagliati sia nella durata che nei contributi, e così il 23 marzo ci scade tutto. Allora adesso ci siamo sostituiti al governo che non fa quello che dovrebbe fare. Abbiamo proposto all’azienda una specie di part time che di fatto funziona da ammortizzatore: fino alla fine dell’anno e sotto monitoraggio”.
Vi costerà la metà dello stipendio. Tutti d’accordo?
“Più del 90 per cento. Ci sono voluti solo tre giorni di discussione per deciderlo. Siamo una fabbrica dove prima di tutto vengono l’unità sindacale e la solidarietà, non vogliamo che nessuno venga licenziato. Poi viene anche l’orgoglio di ciò che produciamo. L’azienda ha fatto adesso quello che forse avrebbe dovuto fare prima invece di contrarre tutto: investire, progettare nuovi modelli. È tornata dopo 22 anni di assenza al Salone del Mobile di Milano e gli ordini sono già aumentati.
Aumenteranno ancora, noi ci crediamo, ma se licenziano non ci sarà più nessuno per produrre la merce richiesta. Licenziare, oltre che ingiusto, è sbagliato” .
Ma dovrete fare molti sacrifici.
“Sì, ma per tutelare la dignità comune e per puntare sulla ripresa. Prima gli armadi che facciamo ce li potevamo comprare anche noi operai. Ora non più. Ma è sbagliato perché i consumi crollano e il circolo è vizioso. Finora ha vinto la paura invece deve vincere la fiducia. I sacrifici, non c’è dubbio.
Soprattutto chi ha figli non sa come fare , nessuno esce mai di casa, non ci sono svaghi. E ora peggioreremo. Ma vediamo chi lavorava nell’edilizia che adesso sta chiedendo prestiti per comprarsi da mangiare.
Dobbiamo resistere e capire che c’è chi sta peggio. Alla Falegnami il sindacato è forte anche perché ha un approcico moderno. La gente fa sindacato e partecipa alla vita dell’azienda che era una cooperativa dal 1946 al 1992. Si è abituati a partecipare”
La politica vi

 sostiene?

“C’è molta solidarietà in paese, anche le istituzioni, dal Comune alla Regione, ci sono vicine. La politica è un parolone. Le dico solo una cosa: io sono del Pd ma difendo i lavoratori, e il “ma” non è lì per caso. La sinistra i lavoratori se li è scordati, eppure è nata per sostenere i loro diritti e quella è la sua ragion d’essere”

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