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Sindaci del Frusinate: proroga di 2 mesi sui rifiuti di Roma

L’impianto di trattamento meccanico biologico di Colfelice, in provincia di Frosinone, continuerà a trattare fino a marzo 250 tonnellate al giorno di indifferenziato

ARNALDO ZEPPIERI

Di che cosa stiamo parlando
Roma ha corso un grosso rischio: vedersi chiudere le porte dell’impianto di Frosinone, che ogni giorno riceve dalla capitale 250 tonnellate di rifiuti indifferenziati. Ma ieri l’assemblea dei sindaci che gestiscono il tmb ha deciso di concedere una proroga di 60 giorni. Se ne riparlerà dopo le elezioni del 4 marzo

Quattro ore per decidere se continuare a prendere i rifiuti di Roma oppure no. Alla fine la capitale ha ottenuto una proroga di 60 giorni. L’impianto di trattamento meccanico biologico di Colfelice, in provincia di Frosinone, continuerà a trattare fino a marzo 250 tonnellate al giorno di indifferenziato. Una specie di moratoria elettorale, in vista del voto del 4 marzo.

La riunione è stata incandescente. Alla fine sono state messe ai voti due mozioni, quella proposta dal sindaco di Roccasecca, Giuseppe Sacco, a capo di una lista civica, che chiedeva lo stop immediato ai conferimenti, e quella dei sindaci Pd, per la proroga di 60 giorni, che ha ottenuto la maggioranza con 35 voti contro 17. Furioso Sacco: ” Questa decisione non risolve il problema rifiuti di Roma, non arricchisce la Saf (la società che gestisce il tmb di Colfelice, ndr ) e mortifica i cittadini di Roccasecca, la discarica dove vanno a finire gli scarti dei rifiuti trattati dal tmb”.

La decisione di ieri, per niente scontata, evita a Roma un’ennesima emergenza. Tanto più che il nuovo accordo con l’Abruzzo, che ha dato il via libera al trattamento e smaltimento di ulteriori 39mila tonnellate in 90 giorni, non è ancora operativo. L’Ama sta trattando con le aziende di Sulmona e Chieti e servirà ancora una settimana prima che i viaggi possano iniziare.
Nel giugno 2017 i 91 sindaci che amministrano la Saf avevano votato una delibera che sospendeva i conferimenti di Roma dal 1 gennaio 2018. Solo l’emergenza di Natale e la decisione del nuovo presidente Lucio Migliorelli avevano evitato che la delibera avesse subito attuazione, in attesa di una nuova assemblea. E durante l’assemblea sono state almeno quattro le ipotesi a circolare. Oltre allo stop immediato, si è valutato di continuare a prendere gli stessi quantitativi, ma con una maggiorazione di costo, di diminuire i quantitativi, sempre con tariffa ritoccata, di trattare i rifiuti tenendosi la parte combustibile, da inviare all’inceneritore di San Vittore, restituendo ad Ama la parte da mandare in discarica.

In questo caso sarebbe stato molto difficile per Ama trovare una discarica. Ne sa qualcosa la Regione Lazio, che da oltre un anno chiede al Campidoglio di localizzare una discarica di servizio, insieme agli impianti che intende realizzare. Tanto che il ministro all’Ambiente Gianluca Galletti ha lanciato il suo ultimatum: o Virginia Raggi, nella sua doppia veste di sindaca di Roma e della Città Metropolitana, fornirà le informazioni necessarie ad aggiornare il piano rifiuti regionale, oppure verrà commissariata dalla giunta Zingaretti.

Da poco Roma comincia a sentire i benefici della riduzione dei consumi tipica del periodo postnatalizio. La capitale produce in media 80mila tonnellate al mese. A dicembre la quantità sale a 110mila, a febbraio crolla a 60mila. La diminuzione dei rifiuti e il nuovo accordo con Rida di Aprilia hanno permesso ad Ama di cominciare a liberare i due Tmb di Rocca Cencia e Salario, che sono passati dalle 8000 tonnellate della settimana scorsa a 4000.

Riguardo al mancato conferimento di maggiori rifiuti in Abruzzo, dal 15 al 31 dicembre, come un’ordinanza firmata il 14 dicembre dal presidente Luciano D’Alfonso

le avrebbe permesso di fare, Ama sostiene di essere stata impossibilitata a farlo. ” L’impianto di Aielli – spiega l’azienda – era e resta autorizzato ad accogliere da Roma al massimo 180 tonnellate al giorno, non un chilogrammo di più ” . Ma l’ordinanza ” contingibile e urgente” firmata da D’Alfonso avrebbe permesso alla capitale di sforare il limite di 170 tonnellate al giorno fissato dall’Aia, l’autorizzazione integrata ambientale.

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