Cinque mesi in Sudamerica su una bici di bambù: “Così vi racconto come la plastica sta devastando il mondo”

Dario Nardi, biologo ferrarese, ha viaggiato attraverso Ecuador, Perù, Bolivia, Cile. Dalle meraviglie delle Galapagos al lago Titicaca, nessun luogo è immune dall’inquinamento. “Ed è solo lo specchio di quel che avverrà in Europa”

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BOLOGNA – Una bici di bambù, tre frontiere e quattro paesi attraversati, cinque mesi di pedalate, cinquemila km percorsi e meno di duecento alla fine. E’ stato un lungo viaggio quello intrapreso in Sudamerica da Dario Nardi, biologo 32enne di Ferrara, inseguendo le tracce lasciate dall’inquinamento plastico lì dove la situazione è più grave, più tangibile, specchio – se non vi saranno cambiamenti drastici “da subito, da oggi, non dal 2035” – di quel che potrebbe accadere anche in Europa, anche in Italia.

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La costa del Pacifico. Ecuador, Perù, Bolivia, Cile. Questo il percorso che ha condotto Dario Nardi attraverso foreste e laghi, deserti e città per documentare lo stato dei fatti – il suo progetto “Ocean traceless”, un racconto sul sito dedicato, con i video curati da Andrea Vittorio e sui social network con l’aiuto di Andrea Marchesin. Il tutto diventerà presto un documentario – e ragionare sulle alternative al derivato del petrolio, “che ci sono già: alghe, qui in Cile è un’attività florida, ma anche mais, legno liquido… ma manca la volontà di un cambiamento, perché alla base del consumo illimitato di plastica ci sono questioni economiche”. Nardi ha attraversato luoghi di stupenda bellezza, spesso circondati da vere e proprie discariche a cielo aperto, “come in Bolivia, a 4mila metri, nel deserto di Uyuni, al cimitero dei treni. Luoghi lontani dalla costa del Pacifico (le cui acque, come Nardi aveva già spiegato a Repubblica, per motivi antropologici e geografici raccolgono la plastica di Paesi come Usa e Cina) ma ugualmente deturpati, come il lago Titicaca, dove si riversano i rifiuti di 23 città che vi si affacciano.

Uno scenario che sembra lontano anni luce dalla nostra realtà, ma Nardi invita a prendere la cosa molto sul serio. “In Europa siamo solo più bravi a nasconderla, la plastica. Ma fino a quando? Vedere quanto sia palese qui il problema dell’inquinamento mi fa capire come possano evolvere situazioni come le nostre, dove crediamo di risolvere i guai ambientali con piccole leggi, che sono però solo palliativi per poter zittire il nostro senso di colpa. La plastica è un problema che non ha lingua, confini, nazionalità”.

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