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Il linguista italiano che educa le macchine per Facebook: “Sono come bimbi smemorati, insegno loro a imparare”

Marco Baroni lavora nei laboratori di Parigi del social network e vuole far diventare “adulta” l’intelligenza artificiale: “Gli algoritmi prenotano voli e taxi. Ma l’immaginazione è un’altra cosa”

111855632-f11636f5-3c15-4661-8565-98581451885a.jpgARIGI – Una bambina capace di svolgere compiti con un’abilità straordinaria. Inquietante per alcuni, una divinità per altri. Ma la bambina, che tutti chiamano intelligenza artificiale, cade ancora in errori così grossolani da far disperare gli insegnanti. Basta interrogarla su una materia che conosce relativamente poco ed è persa. Completamente persa. Nei laboratori dei Facebook Artificial Intelligence Researchers (Fair), in un vecchio palazzo del centro di Parigi un tempo sede di una banca, tentano di spingerla ad apprendere le lingue. “Cerchiamo di capire come da piccoli arriviamo al linguaggio così da poter riprodurre quel processo anche nelle macchine. Se ci riuscissimo, potremmo davvero portare le intelligenze artificiali (Ai) a imparare come facciamo noi”, racconta Marco Baroni. 46 anni di Bolzano, non è un ingegnere né un informatico ma un linguista teorico. Fidanzata a Barcellona, vita da nomade: ha studiato in Italia, si è specializzato a Los Angeles, ha lavorato a Seattle per poi tornare in Italia ad insegnare e fare ricerca a Trento. È arrivato alla corte di Yann LeCun, direttore dei laboratori di Facebook, quasi per caso. LeCun è uno dei padri della visione artificiale e del cosiddetto “machine learning”, l’apprendimento delle macchine. Professore della New York University, Mark Zuckerberg lo ha convinto nel 2013 a dirigere i Fair.

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