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Cosenza, dopo 30 anni la verità: il calciatore Denis Bergamini morì soffocato e non suicida

Donata Bergamini accanto a un poster del fratello Denis, calciatore del Cosenza morto in circostanze misteriose nell'89
di Mario Meliadò
A distanza di un semestre dall’esumazione della salma del calciatore Donato “Denis” Bergamini e a 28 anni dalla sua morte, la nuova “superperizia” apre la porta a una verità del tutto inedita: il centrocampista del Cosenza non morì suicida gettandosi sotto le ruote di un camion in corsa, come da sempre vuole la “verità ufficiale”, bensì sarebbe morto per soffocamento.

Ancora è prestissimo per parlare di vera e propria verità alternativa, anche perché manca tutto per sostenere efficacemente la tesi di un possibile omicidio: manca la riconducibilità certa della morte a un evento traumatico indotto, manca un movente, manca soprattutto un ipotetico colpevole.

Certo però siamo davanti a una svolta nella ricostruzione dei fatti di quel remoto 1989, resa possibile in primo luogo dall’infinita tenacia della sorella di Denis, Donata Bergamini, e dalla prontezza del neoprocuratore capo di  Castrovillari Eugenio Facciolla nel raccogliere quel grido di dolore della famiglia, una voglia di verità che la “pista” dell’atto d’autolesionismo non aveva mai soddisfatto, anche in considerazione dell’assenza di motivi d’angoscia e del carattere esuberante di Denis. Circostanze difficilmente compatibili con l’ipotesi di un gesto estremo.

Proprio per questo, nel luglio scorso Facciolla dispose la riesumazione del corpo di Bergamini, da sempre invocata dai congiunti.

Va detto che nel corso degli anni più volte sono finiti sotto inchiesta per falsa testimonianza la fidanzata dell’epoca Isabella Internò e l’autista del camion Raffaele Pisano – i perni della versione ufficiale dei fatti -, ancora pochi mesi fa raggiunti da un nuovo avviso di garanzia con la medesima ipotesi di reato, dopo una sequenza d’archiviazioni per i fascicoli aperti in precedenza a loro carico.

Stavolta però tutto appare diverso: e sembra essere vicina come non mai la “verità vera” sul misterioso decesso del calciatore di Argenta – in provincia di Ferrara –, che quel maledetto 18 novembre dell’89, quando il suo corpo fu ritrovato maciullato sotto le ruote di un automezzo lungo la Statale “106” Reggio Calabria-Taranto all’altezza di Roseto Capo Spulico, nel Cosentino, aveva solamente 27 anni.

Eppure i dubbi erano scontati, già in seguito alla prima autopsia, redatta da Francesco Maria Avato, che ravvisava la causa della morte in un «arresto cardiocircolatorio da schiacciamento multiplo viscerale» prodotto da «massa d’ingombro di notevoli proporzioni»: un impatto che avrebbe portato Bergamini al decesso in «poche decine di secondi», identificabile però non in un urto frontale ma in uno «schiacciamento» da parte di un veicolo a «moto lento», come avrebbe evidenziato la totale assenza di lesioni a capo, torace e arti.
Nessun «trascinamento» né segni d’impatto violento con un mezzo a forte velocità, insomma.

«Sono certa che chi lo ha ucciso ora trema e fa bene. Voglio vedere in carcere i suoi assassini. Tutti», ha scritto su Facebook l’indomita sorella del calciatore, Donata Bergamini, assistita in questa impervia battaglia per una possibile diversa verità sulla morte del fratello dall’avvocato Fabio Anselmo, già legale in altri casi delicatissimi come le morti di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi. «Una cosa mi sento di dire al mio avvocato – scrive ora la Bergamini sui social network –: era il 2015, la tua richiesta di riesumazione non fu ascoltata dal gip, ma tu non ti sei arreso perché avevi osservato e ascoltato il corpo di mio fratello che parlava».

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