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“Aemilia”, il pentito avverte i giudici: “I clan hanno ancora tanti soldi, e i boss comandano dal carcere”

Per il collaboratore di giustizia Antonio Valerio la ‘ndrangheta è solo stata scalfita dalle condanne e dai sequestri dei beni.

“Hanno ancora tanti soldi e continuano a gestire gli affari anche da dietro le sbarre”. La ‘ndrangheta in Emilia Romagna è ancora forte. Ha accusato il colpo infertole dall’operazione “Aemilia”, naturalmente. Gli arresti e i sequestri dei patrimoni hanno sicuramente fatto male ai clan. Ma l’organizzazione nel suo insieme è ancora solida. A dirlo in aula a Reggio Emilia, dove si sta svolgendo il processo con rito ordinario contro i clan cutresi, è stato il pentito Antonio Valerio, che stamattina ha spiegato come alcuni imputati, a piede libero, “ancora oggi hanno grandi disponibilità di denaro” e intrattengono “rapporti” con i boss detenuti. I capi delle cosche, in altri termini, impartiscono ordini per la gestione degli affari e in carcere “ricevono il consuntivo di quello che avviene fuori”. I soldi degli uomini di Nicolino Grande Aracri in Emilia Romagna in questo momento verrebbero usati “anche da chi è ristretto per comprare o riscattare immobili pignorati e, in un caso, sono stati utilizzati perfino per le stesse spese processuali di Aemilia”.

Secondo il collaboratore di giustizia gli attuali capi delle cosche all’esterno sarebbero Antonio Crivaro, Carmine Sarcone, Giuliano Floro Vito e Luigi Muto. Quest’ultimo in particolare sarebbe stato protagonista di una vera e propria scalata all’interno del clan: “Quando arrivò in Emilia non aveva nulla. Suo padre, che giù faceva estorsioni, aveva perso tutto in un crac. Qui girava con le Peugeot taroccate e senza assicurazione”. Muto, oggi quasi 50enne, era però “giovane e sveglio, si rivolse a me che facevo l’agente assicurativo e iniziò con le truffe assicurative, poi con l’usura, e fino al ’97-’98, non ha mai avuto nessun problema legale”. Un altro componente della famiglia Muto, Antonio, di 62 anni, cugino di Luigi, è stato invece indicato dal pentito come una sorta di addetto “alle pubbliche relazioni”. Fu sua, ad esempio l’idea dei voti “per portare in cielo Giuseppe Pagliani”. Il politico di Forza Italia, eletto in comune a Reggio, serviva per sostenere la proposta di far acquistare gli appartamenti invenduti degli imprenditori edili cutresi e destinarli a case popolari.

Su questo il pentito ha spiegato: “Tutti quanti, me compreso, avevano appartamenti invenduti e pertanto era un pensiero di tutti portare un politico”. E non solo: “Si trattava di costruire per il futuro una struttura, un contenitore di voti che noi potevamo spostare dove volevamo perché una volta che avevamo aiutato queste persone in un momento di difficoltà, la loro fedeltà è totale”. Valerio ha anche spiegato la strategia parallela dei clan, premettendo che i due strateghi della ‘ndrangheta erano Gianluigi Sarcone e Alfonso Diletto: “Avveniva tutto in funzione della logica secondo cui dovevamo ripulirci a livello giuridico, sociale e di immagine”.

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